Claudine Otto: Una maggiore autonomia dalla globalizzazione va concepita a livello europeo

Dall'annuncio del confinamento, le strade si sono svuotate. Quello che colpisce è il silenzio. Basta con le corse da un impegno all'altro, i viaggi all'estero per una riunione di due ore, i clacson in città, gli autobus che non arrivano... Come tanti altri, abbiamo rispettato la reclusione forzata, adeguandoci alla bell'e meglio a questo nuovo stile di vita. Il telelavoro è risultato facile per me, ma impossibile per mio marito, perché la sua professione e le infrastrutture non si presta(va)no. Questa impossibilità di adattamento gli è costata qualche notte insonne, a causa dell'assenteismo record dei suoi dipendenti. La paura si è diffusa a una velocità almeno pari a quella del virus.

Adesso che è passata la prima ondata mi chiedo: in che stato psicologico, sociale ed economico usciremo da questa crisi? La pandemia ci ha consentito, è vero, di ridefinire ciò che è essenziale e di prendere coscienza dei temi ecologici, ma ha anche fatto da sfondo, su scala nazionale e mondiale, a dei comportamenti individuali. Nessuno in Lussemburgo si aspettava di rivivere la chiusura delle frontiere. Il lavoro dei frontalieri è essenziale nel Granducato, e la restrizione della circolazione delle persone ci ha fatto temere, tra l'altro, una scarsità di personale di cura.

Questa crisi è stata anche un'occasione di riflessione sulla nostra vulnerabilità. Ci rendiamo conto di essere dipendenti, non solo dal personale di cura, ma anche dai comportamenti altrui.

La ripresa economica si realizzerà insieme. Nel momento in cui in alcuni paesi, in nome della resilienza, si parla di nazionalizzazione delle catene del valore, dovremmo evitare il nazionalismo e il ripiegamento delle economie su sé stesse. La riflessione su una maggiore autonomia dalla globalizzazione deve avvenire a livello europeo. Questa crisi ci offre in un certo senso l'opportunità di fermarci un attimo a riflettere su noi stessi.