In un recente parere il CESE chiede di compiere sforzi maggiori per contrastare le persone e le organizzazioni che sono all'origine della disinformazione, e di privilegiare la prevenzione rispetto alla cura.

La pandemia di COVID-19 ha messo chiaramente in evidenza la minaccia rappresentata dalla disinformazione. In tale contesto, a seguito di una valutazione critica, lo scorso maggio la Commissione europea ha pubblicato degli orientamenti volti a rafforzare il codice di buone pratiche dell'UE sulla disinformazione, al fine di creare uno spazio online più sicuro e affidabile.

In un parere elaborato in risposta a tale pubblicazione, il CESE afferma che la Commissione si concentra troppo sui contenuti e sulla loro moderazione, e non abbastanza su chi inizia a diffonderli.

"I contenuti cambiano costantemente e le piattaforme utilizzate evolvono, ma gli attori principali rimangono fondamentalmente gli stessi e le motivazioni non cambiano", afferma Thierry Libaert, relatore del parere.
 
Il CESE osserva che la disinformazione è un business in forte espansione e accoglie con favore l'accento posto dalla Commissione sulla lotta contro il suo potere lucrativo. Le informazioni false si diffondono sei volte più rapidamente di quelle vere, ricevono un gradimento maggiore e vengono rimesse in circolazione più spesso, producono più attività e richiamano di più l'attenzione, con l'effetto di attirare più lettori e, quindi, di generare più valore e maggiori entrate pubblicitarie.

Come è stato recentemente rivelato dall'informatrice ed ex-dipendente di Facebook Frances Haugen, l'azienda per la quale lavorava non solo non combatteva questo fenomeno, ma l'aveva anzi integrato nel suo modello d'impresa.

Tuttavia, al fine di contrastare meglio la disinformazione là dove nasce, la Commissione dovrebbe prendere in considerazione un "arsenale" di strumenti economici, giuridici e finanziari più vincolanti che vadano oltre gli impegni volontari degli inserzionisti online.

"L'Unione europea deve acquisire maggiori capacità per essere in grado di combattere efficacemente la disinformazione, che viene sistematicamente diffusa da poteri ostili spesso manovrati dai governi di alcuni paesi terzi, tra cui la Russia e la Cina", afferma il relatore.

Secondo il CESE, le autorità nazionali hanno bisogno di maggiore sostegno da parte dei servizi di intelligence ed è inoltre essenziale assicurare la cooperazione e la condivisione delle conoscenze a livello dell'UE. Tuttavia, poiché la libertà dei media e i sistemi giuridici sono a rischio in diversi Stati membri dell'UE, la Commissione deve garantire che la lotta contro la disinformazione non serva da pretesto per limitare le libertà civili e, in primo luogo, la libertà di espressione.

Per quanto riguarda in particolare gli Stati membri confinanti con la Russia, la Commissione dovrebbe promuovere un'azione più incisiva sui contenuti in lingue diverse dall'inglese e prestare più attenzione a piattaforme meno note - come VKontakte, Rumble, Odysee, Gab e Parler - oltre che a quelle conosciute a livello internazionale. Le piattaforme meno note, pur avendo un pubblico più ristretto, possono essere meno trasparenti e rivolgersi più facilmente a gruppi specifici.

Tenuto conto che nascono continuamente nuove reti, che i mezzi utilizzati sono sempre più sofisticati (come i "deep fake") e che alcune applicazioni si collocano al confine tra una piattaforma e un servizio di messaggistica privata (come Telegram), i nuovi rischi devono essere contrastati non appena vengono rilevati. (dm)