di Mariya Mincheva

La Bulgaria e la Romania soddisfano le condizioni per l'adesione allo spazio Schengen dal 2011. Eppure, a distanza di 13 anni, non è ancora stato loro concesso di beneficiare appieno della libera circolazione. Questa discrepanza ha un prezzo politico e alimenta l'euroscetticismo.

di Mariya Mincheva

La Bulgaria e la Romania soddisfano le condizioni per l'adesione allo spazio Schengen dal 2011. Eppure, a distanza di 13 anni, non è ancora stato loro concesso di beneficiare appieno della libera circolazione. Questa discrepanza ha un prezzo politico e alimenta l'euroscetticismo.

Durante una riunione del Consiglio tenutasi il 22 novembre a Budapest, i ministri degli Affari interni di Ungheria, Austria, Bulgaria e Romania hanno convenuto di avviare le misure necessarie per fissare una data per la soppressione dei controlli alle frontiere terrestri, a condizione che vengano profusi maggiori sforzi per contenere l'arrivo di migranti irregolari attraverso la rotta dei Balcani occidentali.

L'Accordo di Schengen è essenziale per la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali all'interno dell'UE, ed è un fattore cruciale per il successo economico dell'Unione. Le limitazioni compromettono la competitività e la crescita economica dell'UE e ostacolano la realizzazione dell'economia sociale di mercato prevista dai Trattati.

Da anni gli Stati membri si avvalgono della facoltà di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere. Tuttavia, l'impatto economico e sociale sul mercato unico derivante da queste decisioni di ripristino temporaneo non è stato valutato. La Commissione europea prende in esame gli ostacoli fisici ai flussi commerciali, ma tale valutazione riguarda solo i blocchi alle frontiere, le manifestazioni e gli attacchi contro i camion. Gli effetti dei controlli alle frontiere terrestri, compreso il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere da parte degli Stati aderenti allo spazio Schengen, non sono presi in considerazione.

Nel 2023 il Consiglio ha deciso che i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Bulgaria e la Romania sarebbero stati soppressi dal 31 marzo 2024. Tuttavia, i controlli alle frontiere interne terrestri sono stati mantenuti, senza indicare una data per la loro eliminazione, il che genera costi significativi e impedisce alle imprese di sfruttare appieno i vantaggi del mercato unico.

Adoperandosi per la piena integrazione di Bulgaria e Romania nello spazio Schengen, l'UE può rafforzare la coesione interna, accrescere la sua competitività e difendere i principi fondamentali della libera circolazione e della solidarietà che sono alla base del progetto europeo.

Il Parlamento europeo sostiene che la mancata integrazione nello spazio Schengen potrebbe incidere sulle aspettative del mercato connesse allo status di questi paesi all'interno dell'UE. Si tratta infatti di un segnale politico che potrebbe avere ripercussioni sui rendimenti dei titoli di Stato, sui prezzi degli attivi finanziari e sui tassi di interesse applicati a imprese e famiglie, oltre a rischiare di danneggiare l'economia reale.

Entrambi i paesi spendono ogni anno miliardi di euro a causa di costi logistici più elevati, di ritardi nella consegna di merci e attrezzature, nonché di maggiori spese per l'acquisto di carburante e il pagamento dei salari ai conducenti. Questi costi diretti sono inevitabilmente traslati sui consumatori sotto forma di prezzi più alti e hanno un impatto sulla salute fisica e mentale dei lavoratori.

Questa situazione ostacola sia il turismo che la libera circolazione della forza lavoro, limitando le possibilità per i lavoratori bulgari e rumeni di cercare lavoro negli Stati membri vicini. Questa limitazione riguarda i settori dell'edilizia, dell'agricoltura e dei servizi, che dipendono fortemente dalla manodopera stagionale e temporanea.

Nella sua relazione sul futuro del mercato unico, Enrico Letta invita a opporsi fermamente a qualsiasi tentativo di limitare la libertà di circolazione tra gli Stati membri, comprese le restrizioni tecniche sui percorsi e sul trasporto su strada, nonché a qualsiasi sospensione dell'Accordo di Schengen.

È giunto il momento che il Consiglio dell'UE fissi una data per la soppressione dei controlli alle frontiere terrestri tra la Bulgaria, la Romania e gli altri Stati aderenti allo spazio Schengen. Una decisione definitiva sulla questione è prevista nella riunione del Consiglio "Giustizia e affari interni" dell'UE del 12 dicembre.

Un anno di progressi e di speranze positive: riflessioni del presidente Oliver Röpke

Con il 2024 che volge al termine, vorrei condividere qualche riflessione su quello che è stato un anno di risultati significativi per il Comitato economico e sociale europeo (CESE). Insieme siamo riusciti a dare più voce alla società civile, a rafforzare i principi democratici e a promuovere la sostenibilità in Europa e nel mondo.

Una delle realizzazioni di cui siamo più fieri è stata l'iniziativa dei membri di paesi candidati all'adesione, che consente di coinvolgere rappresentanti di tali paesi nei processi consultivi del CESE. Questa iniziativa rappresenta una conferma del nostro impegno a favore di un processo di allargamento trasparente e fondato sul merito, che prepari i futuri Stati membri a partecipare pienamente alla definizione dell'UE.

Un anno di progressi e di speranze positive: riflessioni del presidente Oliver Röpke

Con il 2024 che volge al termine, vorrei condividere qualche riflessione su quello che è stato un anno di risultati significativi per il Comitato economico e sociale europeo (CESE). Insieme siamo riusciti a dare più voce alla società civile, a rafforzare i principi democratici e a promuovere la sostenibilità in Europa e nel mondo.

Una delle realizzazioni di cui siamo più fieri è stata l'iniziativa dei membri di paesi candidati all'adesione, che consente di coinvolgere rappresentanti di tali paesi nei processi consultivi del CESE. Questa iniziativa rappresenta una conferma del nostro impegno a favore di un processo di allargamento trasparente e fondato sul merito, che prepari i futuri Stati membri a partecipare pienamente alla definizione dell'UE.

Abbiamo ampliato i partenariati globali mediante la firma di un memorandum d'intesa con il Consiglio per lo sviluppo economico e sociale sostenibile del Brasile, che ci ha permesso di rafforzare la cooperazione in materia di sviluppo sostenibile e democrazia, come è stato evidenziato durante i miei incontri con il Presidente Lula da Silva . Al vertice sociale del G20 di Rio de Janeiro, il CESE ha svolto un ruolo centrale, propugnando, insieme al Presidente Lula e al governo brasiliano, la riforma della governance e il rafforzamento della protezione sociale. Inoltre, il nostro partenariato con l'Unione africana, formalizzato attraverso una dichiarazione congiunta in occasione del vertice delle Nazioni Unite sul futuro, ha posto l'accento sulla governance globale inclusiva e su un'azione equa per il clima. Queste iniziative su scala mondiale evidenziano la crescente influenza del CESE nella gestione delle sfide comuni.

In Europa, la Settimana della società civile ha dimostrato l'importanza del coinvolgimento dal basso nella definizione del futuro dell'UE. In occasione del Forum ad alto livello sull'allargamento abbiamo ribadito che questo processo riguarda non solo l'ampliamento delle frontiere ma anche l'approfondimento dei valori condivisi. Gli incontri con leader come il primo ministro albanese Edi Rama si sono incentrati sull'importanza di assicurare che la società civile svolga un ruolo centrale nei negoziati di adesione all'UE. Questi sforzi, che permettono di gettare le basi per i lavori della prossima presidenza polacca dell'UE, sono stati integrati da discussioni sulla trasformazione digitale, in occasione della riunione dell'Ufficio di presidenza del CESE a Varsavia, con l'obiettivo di allineare i progressi tecnologici ai valori europei di equità e giustizia.

Guardando al 2025, la nostra attenzione rimane concentrata sul rafforzamento della democrazia partecipativa, sulla promozione della giustizia sociale e sulla risposta alle sfide globali, come i cambiamenti climatici e la digitalizzazione. Il CESE continuerà a lavorare instancabilmente per un'Europa che ascolti, ispiri e non lasci indietro nessuno.

Ci auguriamo che il prossimo anno porti pace, progressi e prosperità a tutti. 

Sostegno regionale di emergenza - RESTORE

Document Type
PAC

"Noi donne rurali non vogliamo essere commiserate, bensì riconosciute e apprezzate come alleate nella realizzazione dello sviluppo sostenibile. Abbiamo bisogno di opportunità e di servizi di base di buona qualità per essere in grado di restare nei nostri territori e di continuare a nutrire il mondo", dice Luz Haro Guanga, agricoltrice ecuadoriana e segretaria esecutiva della Rete delle donne rurali dell'America Latina e dei Caraibi (RedLAC), intervenuta recentemente al dibattito del CESE sul tema Le donne e la triplice crisi planetaria. Nell'intervista rilasciata a CESE Info, Haro Guanga descrive l'impatto dei cambiamenti climatici in America Latina e spiega perché, malgrado le battute d'arresto che hanno caratterizzato la COP16, non c'è spazio né tempo per il pessimismo nella lotta per un ambiente più sostenibile e sano. 

"Noi donne rurali non vogliamo essere commiserate, bensì riconosciute e apprezzate come alleate nella realizzazione dello sviluppo sostenibile. Abbiamo bisogno di opportunità e di servizi di base di buona qualità per essere in grado di restare nei nostri territori e di continuare a nutrire il mondo", dice Luz Haro Guanga, agricoltrice ecuadoriana e segretaria esecutiva della Rete delle donne rurali dell'America Latina e dei Caraibi (RedLAC), intervenuta recentemente al dibattito del CESE sul tema Le donne e la triplice crisi planetaria. Nell'intervista rilasciata a CESE Info, Haro Guanga descrive l'impatto dei cambiamenti climatici in America Latina e spiega perché, malgrado le battute d'arresto che hanno caratterizzato la COP16, non c'è spazio né tempo per il pessimismo nella lotta per un ambiente più sostenibile e sano.

La Sua organizzazione, RedLAC, ha partecipato alla COP16. È delusa dei risultati della conferenza, dato che non è stato raggiunto alcun consenso in merito al finanziamento per la protezione della natura e della biodiversità? La COP16 è servita a qualcosa?

Haro Guanga: come donna di un'area rurale ecuadoriana lotto per i diritti delle donne rurali dagli anni '80. Una delle cose che ho imparato in questi quasi 40 anni è che i processi sociali richiedono sforzi enormi, ma fruttano ben pochi risultati immediati e, soprattutto, necessitano di persistenza, coerenza e insistenza. Sarebbe stato bello trovare un accordo sul finanziamento della protezione dell'ambiente e della biodiversità, ma sono certa che le voci di migliaia di donne e uomini urbani e rurali, portate alla COP16 come una valanga di granelli di sabbia, hanno conquistato il cuore e la mente di persone che prima non si prefiggevano di sostenere questa urgente azione climatica.

Alla fine non abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, ma adesso dobbiamo continuare a insistere con le autorità di ogni città, comunità e paese, in modo che prendano nota e, con la loro volontà personale, tecnica e politica, adottino le decisioni migliori per evitare che degli esseri umani muoiano di fame in futuro a causa delle azioni mancate di oggi.

Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici per le donne indigene e rurali dell'America Latina?

Vorrei segnalare alcuni fatti riportati in un documento della Commissione interamericana di donne dell'Organizzazione degli Stati americani, elaborato sulla base di dialoghi con 70 leader donne di 16 paesi. I dialoghi sono iniziati nel settembre 2024 e il documento, che riporta i punti di vista delle donne rurali, è stato presentato alla COP16.

La conclusione è che i cambiamenti climatici sono una realtà in tutti i paesi, anche nelle Americhe, e stanno causando impatti considerevoli. Sono stati scelti quattro fenomeni climatici.

Siccità prolungate: alcuni paesi hanno segnalato periodi di vari mesi con scarse precipitazioni, mentre altri paesi, situati più a sud, hanno riferito di siccità protrattesi per anni.

Le temperature salgono ben oltre i livelli normali: le temperature eccessive, in combinazione con suoli aridi, stanno contribuendo a causare numerosi incendi (alcuni spontanei e altri dolosi), che sono sempre aggravati dalla siccità e colpiscono esseri viventi e sistemi caratterizzati da biodiversità. Ad esempio, alla riunione riguardante il Brasile è stato riferito che nello Stato di Piauí si contavano 300 incendi attivi.

Tempeste: sono state segnalate piogge intense e di breve durata, spesso accompagnate da forti tempeste di vento. Partecipanti provenienti da America centrale, Messico, Repubblica dominicana e dalle zone costiere della Colombia hanno riferito di un aumento dell'intensità e della frequenza degli uragani e delle tempeste tropicali che colpiscono la loro area.

Cambiamenti nell'andamento delle precipitazioni: "Piove quando meno ce lo si aspetta" si è sentito dire in tutte le riunioni, e riguardo il sud e le zone andine si è parlato di gelo, grandine e neve inattesi. È stata rilevata una generale diminuzione delle precipitazioni annuali, ma è stato segnalato anche che quando si verificano piogge, queste sono torrenziali e causano inondazioni e catastrofi naturali, con conseguenti perdite di vite umane, distruzione di infrastrutture, strade e colture, e impatti sulle condizioni di vita, specie nelle zone rurali. Una partecipante ha sintetizzato la situazione affermando che "a volte le piogge sono terrificanti".

D'altro canto vengono attuate pratiche non sostenibili, che riducono le risorse naturali. Le questioni più preoccupanti, nonché menzionate più spesso, sono state il taglio o la deforestazione di foreste e mangrovie; gli incendi forestali dolosi; la gestione inadeguata delle risorse idriche; l'inquinamento; la promozione di attività intensive, espansive, ad alto consumo di acqua e inquinanti; e il ricorso eccessivo a prodotti chimici per l'agricoltura, erbicidi e pesticidi.

Uno degli aspetti evidenziati è stata l'inazione di alcuni governi locali e nazionali che non hanno elaborato quadri normativi per frenare le attività distruttive e promuovere strategie produttive sostenibili. Alcuni paesi dispongono di regolamenti, ma a causa della corruzione o di interessi politici personali, le autorità non li attuano.

I leader internazionali sono pertanto chiamati a esercitare maggiori pressioni sugli Stati affinché rispettino i trattati sulla biodiversità e sui cambiamenti climatici che hanno firmato.

È ottimista o pessimista sulla direzione in cui sta andando la lotta per la protezione del clima e dell'ambiente? Cosa si dovrebbe fare a Suo parere?

Se non sogniamo in grande, non riusciremo a realizzare grandi cose. Sebbene i cambiamenti climatici ci colpiscano e i loro effetti si aggravino rapidamente, non possiamo smettere di lottare per far sì che i responsabili decisionali tengano conto degli aspetti fondamentali che richiedono un'azione prioritaria, in termini non solo di finanziamento, ma anche di coordinamento, cooperazione, e di minore egoismo e zelo politico di parte.

Confido che se insisteremo, facendoci sentire e portando avanti con la nostra perseveranza processi sociali a lungo termine, se stringeremo alleanze strategiche nelle Americhe e nel mondo, potremo influenzare le politiche pubbliche e far sì che chi viene investito di posizioni di potere o di ruoli decisionali riconosca l'urgenza di contrastare i cambiamenti climatici e, al tempo stesso, limitare le azioni che ne accelerano gli effetti dannosi e distruttivi sul nostro pianeta: incendi, monocolture, uso indiscriminato di insetticidi e di sostanze chimiche, distruzione di corpi idrici, pesca indiscriminata, distruzione di sorgenti d'acqua, trattamento delle acque reflue, ecc.

Un atteggiamento pessimista indebolirebbe le nostre voci, spingendoci a rinunciare al nostro lavoro e alla nostra lotta. Non c'è tempo da perdere, e non c'è spazio per il pessimismo nella lotta per un pianeta più sostenibile e più sano, nonostante gli eventi negativi. È una questione di vita o di morte per le generazioni attuali e future!

Avremmo dovuto entrare in azione già ieri. Ma oggi è ancora il momento buono per iniziare a cambiare atteggiamento e assumere impegni per il bene di tutti.

Luz Haro Guanga è una agricoltrice ecuadoriana, segretaria esecutiva della Rete delle donne rurali dell'America Latina e dei Caraibi (RedLAC), nonché presidente di FUNMUJERURAL-e, il braccio tecnico di RedLAC in Ecuador. RedLAC è un'organizzazione sociale composta da oltre 200 organizzazioni di donne di zone rurali di tutta la regione America latina e Caraibi. Lo scopo principale di questa organizzazione, fondata in Argentina nel 1990, è promuovere l'effettiva partecipazione civica e politica delle donne delle zone rurali. Grazie ai costanti sforzi di RedLAC, l'Organizzazione degli Stati americani (OAS) ha proclamato il periodo 2024-2034 "Decennio interamericano dei diritti di tutte le donne, adolescenti e ragazze nelle zone rurali delle Americhe".

di Andrey Gnyot

In Bielorussia, per essere arrestati basta scegliere la professione sbagliata. A dirla tutta, se si commette un errore così fatale si può essere arrestati persino nel cuore dell'Europa, per esempio in Serbia. E un'organizzazione internazionale prestigiosa come Interpol renderà tutto ciò ancora più facile. Le mie sono parole di amaro sarcasmo, ma esprimono un'amara verità. Non sono esagerazioni. Mi chiamo Andrey Gnyot e sono un regista, giornalista ed ex prigioniero politico bielorusso. Quella che segue è la mia storia.

di Andrey Gnyot

In Bielorussia, per essere arrestati basta scegliere la professione sbagliata. A dirla tutta, se si commette un errore così fatale si può essere arrestati persino nel cuore dell'Europa, per esempio in Serbia. E una prestigiosa organizzazione internazionale come Interpol renderà tutto ciò ancora più facile. Le mie sono parole di amaro sarcasmo, ma esprimono un'amara verità. Non sono esagerazioni. Mi chiamo Andrey Gnyot e sono un regista, giornalista ed ex prigioniero politico bielorusso. Quella che segue è la mia storia.

Tutto ha avuto inizio nel 1999, quando ho deciso che sarei diventato un giornalista. La televisione e la radio erano la mia passione, il mio sogno e il mio hobby. Ero un giovane di 17 anni. E un diciassettenne avrebbe potuto immaginare che, nel suo paese, il giornalismo indipendente sarebbe stato definito "estremismo" e che tutti gli altri mezzi di comunicazione sarebbero stati ridotti a strumenti di propaganda? No, nessuno di noi si aspettava che questo potesse accadere in Europa nel ventunesimo secolo. Eppure è proprio questa la situazione, in quella dittatura che è la Bielorussia di oggi: in tutto il paese non esiste un solo organo di informazione indipendente. Tutti i media sono di proprietà dello Stato, che esercita uno strettissimo controllo sulla loro politica editoriale. È molto semplice: viene elogiato il regime del leader autoproclamato Lukashenko, e chiunque osi criticarlo, anche in maniera costruttiva, viene etichettato come "nemico del popolo" - un epiteto ereditato dal passato regime comunista.

Alla metà degli anni 2000, giovane e ingenuo laureato in giornalismo, mi sforzavo di trovare il mio spazio in questa professione. Durante e dopo i miei studi avevo acquisito molta esperienza pratica in televisione e in radio e sapevo esattamente ciò che volevo. Ma la finestra di opportunità si stava chiudendo rapidamente: le radio private venivano chiuse o acquisite dallo Stato, mentre le emittenti televisive indipendenti non riuscivano neppure a garantirsi una banda di frequenza per le loro trasmissioni. C'era poco da scegliere: o si ingrossavano le file della propaganda, oppure si evitava di affrontare i temi sensibili e ci si limitava a trasmissioni di innocuo intrattenimento. Il giornalismo è sopravvissuto in Bielorussia solo grazie a pochi giornali e portali Internet indipendenti. Molti giornalisti hanno abbandonato la professione, molti sono stati vittime della repressione. Il ministero bielorusso dell'Informazione ha inviato regolarmente avvertimenti ai media non allineati al regime, ed è bastato ignorare tre avvertimenti per vedersi revocare la licenza. Secondo l'Associazione bielorussa dei giornalisti, nel periodo 2020-2024 il numero dei giornali è diminuito del 21 %. Sul mercato bielorusso sono rimaste soltanto pubblicazioni innocue, come quelle per proprietari di dacie, patiti delle barzellette e appassionati di enigmistica. Tutti gli organi di stampa indipendenti che affrontavano temi sociali e politici sono stati messi a tacere: sono stati chiusi dalle autorità o hanno scelto di non pubblicare più perché il loro lavoro era divenuto impossibile.

Per fortuna io sono riuscito a trovare una soluzione di compromesso: in pubblico sono passato al lavoro creativo e di regia, nel quale ho ottenuto un grande successo, ma nel frattempo ho continuato a fare il giornalista, però senza compenso e senza rivelare il mio nome, in modo da non espormi pubblicamente. Una tattica che si è rivelata efficace. Grazie alla mia esperienza e ai miei contatti professionali, ho potuto fornire ai media indipendenti riprese video inedite sui fatti del 2020 e ho anche avuto la possibilità di impegnarmi come attivista civico e politico, diventando uno dei fondatori del movimento civile per i diritti umani "Libera associazione degli atleti bielorussi SOS.BY". Non credo di poter essere accusato di parzialità o faziosità perché ho scelto di stare dalla parte del popolo del mio paese: una dittatura non ha nulla a che vedere con l'obiettività, così come la propaganda non ha nulla a che vedere con il giornalismo.

Nel 2021, nella classifica stilata in base all'Indice della libertà di stampa la Bielorussia è risultata al 158° posto su 180 paesi. Rispetto al 2020, la posizione in classifica del mio paese è scesa di cinque posti. Secondo l'organizzazione internazionale per i diritti umani Reporter senza frontiere, "per gli addetti all'informazione la Bielorussia è il paese più pericoloso d'Europa".

È importante notare che, secondo un sondaggio indipendente, nel 2020 - l'anno delle proteste in Bielorussia - Internet e i social media sono stati le principali fonti di notizie per il 60 % dei rispondenti, mentre la televisione solo per l'11 %, la stampa per il 7 % e la radio per il 5 %. Resosi conto di questa situazione, il regime dittatoriale del mio paese ha iniziato a reagire duramente e sistematicamente. La principale invenzione è stata la lotta contro l'"estremismo" come pretesto per la censura e la persecuzione. Le autorità bloccano l'accesso ai contenuti degli organi di informazione che proseguono le loro attività dall'estero, e qualsiasi collaborazione con tali organi è considerata una forma di estremismo.

Alla fine del 2023, in Bielorussia 32 giornalisti risultavano reclusi in centri di detenzione, dove erano e sono soggetti a pressioni e a trattamenti disumani. Attivisti per i diritti umani hanno rivelato che il blogger e giornalista Ihar Losik di "Radio Liberty" ha condotto per lungo tempo uno sciopero della fame nella colonia penitenziaria in cui era detenuto, per poi tagliarsi le vene delle mani e del collo. In seguito è stato condannato a 15 anni di reclusione. L'azione penale volta a perseguire qualsiasi forma di cooperazione con media indipendenti etichettati come "formazioni estremiste" si è intensificata. Una nuova tendenza è rappresentata dalla persecuzione non solo di rappresentanti della società civile, ma anche di comuni cittadini che accettino di commentare per i media eventi sociali o politici.

Il 31 ottobre 2024 il mio account personale su Instagram è stato dichiarato "materiale estremista" dal regime bielorusso. Ciò significa che non soltanto io, ma anche tutti i miei follower in Bielorussia saranno perseguiti penalmente per aver "seguito" il mio account. Oltre 5 000 risorse Internet in Bielorussia sono state dichiarate "estremiste" dalla dittatura. Forse nessun altro paese europeo può "vantare" statistiche così impressionanti! Se vi chiedete se noi bielorussi pensiamo che si presti sufficiente attenzione alla situazione del giornalismo nel nostro paese, vi risponderò francamente di no, che c'è ancora una scarsa sensibilità nei confronti di questo problema. In Bielorussia non solo l'istituzione del giornalismo viene distrutta dalle fondamenta, ma gli stessi professionisti del giornalismo vengono distrutti fisicamente.

La dittatura cerca di perseguitare giornalisti e attivisti anche al di fuori della Bielorussia. Il mio caso è un esempio lampante di tali persecuzioni. Il regime ha imparato a utilizzare le istituzioni democratiche per raggiungere i suoi obiettivi aberranti. Giornalisti, attivisti, blogger e cittadini politicamente attivi sono stati e sono perseguiti per reati fiscali, essenzialmente per non aver pagato le tasse in passato. Come ampiamente dimostrato, si tratta di un perfetto paravento per nascondere i motivi politici alla base della persecuzione. Ales Bialiatski, attivista per i diritti umani e vincitore del premio Nobel, si trova in carcere perché accusato di reati finanziari. La direttrice dell'organo di informazione indipendente "TUT.BY" (smantellato dal regime nel 2020) e i suoi colleghi si trovano dietro le sbarre perché accusati dei medesimi reati. Lo stesso capo di accusa è stato riconosciuto dall'Interpol come un valido motivo per diramare il mandato di arresto internazionale emesso nei miei confronti. L'Interpol ha impiegato quasi otto mesi per condurre un'indagine interna e concludere che tale mandato di arresto violava gli articoli 2 e 3 dello statuto - la "costituzione" - di Interpol. Ciononostante, in Serbia sono stato arrestato e detenuto nel penitenziario centrale di Belgrado per sette mesi e sei giorni. Ho quindi trascorso cinque mesi agli arresti domiciliari con severe restrizioni. Per due volte la Corte suprema serba ha sentenziato che dovevo essere consegnato al regime dittatoriale bielorusso. E per due volte il mio avvocato ed io abbiamo presentato ricorso contro tale decisione, riuscendo a evitare l'estradizione. A conti fatti, mi è stato sottratto un anno di vita, è stata lesa la mia salute fisica e la mia salute mentale. Tutto questo perché ho scelto di fare la professione sbagliata nel paese sbagliato. Soltanto perché ho avuto un'opinione e l'ho espressa attraverso una cittadinanza attiva.

Se non fossi riuscito a vincere la mia battaglia giudiziaria, oggi voi non potreste leggere queste parole. Grazie all'incredibile solidarietà di giornalisti, politici, società civile e organizzazioni, ho potuto lasciare la Serbia e raggiungere la sicurezza a Berlino. Ma la mia storia non è finita. Davanti a me ho ancora un lungo percorso di ristabilimento e di lotta. So che sono rimasto fedele alla mia vocazione, anche se alcuni la considerano estremismo. So che il giornalismo indipendente è parte integrante di una società democratica. La società che vogliamo costruire noi bielorussi. Che ci aspettiamo di non dover percorrere questo cammino decisivo da soli.

di Peter Schmidt, Diandra Ní Bhuachalla e Arnaud Schwartz

A nome della società civile dell'UE, i rappresentanti del CESE alla COP29, svoltasi nella capitale dell'Azerbaigian Baku, hanno raccomandato di agire in modo urgente e concreto per il clima e di dare la priorità alla giustizia sociale e ambientale nei negoziati in materia climatica. 

di Peter Schmidt, Diandra Ní Bhuachalla e Arnaud Schwartz

A nome della società civile dell'UE, i rappresentanti del CESE alla COP29, svoltasi nella capitale dell'Azerbaigian Baku, hanno raccomandato di agire in modo urgente e concreto per il clima e di dare la priorità alla giustizia sociale e ambientale nei negoziati in materia climatica. 

Peter Schmidt, presidente del gruppo ad hoc sulla COP, ci ha parlato dei messaggi chiave del CESE sul tema principale della COP29, ossia i finanziamenti per il clima.

Peter Schmidt: l'impennata degli fenomeni climatici estremi in tutto il mondo è un drammatico monito a porsi obiettivi più ambiziosi in materia di clima. L'anno che sta per concludersi sarà il più caldo mai registrato, e catastrofi climatiche indotte dall'uomo, come inondazioni, incendi boschivi e siccità, si verificano ormai con maggiore frequenza e intensità, aggravando le disuguaglianze sociali. In materia di clima, i costi dell'inerzia superano di gran lunga quelli dell'azione.

La posta in gioco, nella COP29, è veramente alta. Giungere a un accordo su soluzioni finanziarie globali per il clima è di cruciale importanza affinché i paesi in via di sviluppo sblocchino le risorse per l'azione climatica globale. I rappresentanti del CESE alla COP29 di Baku hanno presentato raccomandazioni basate sul parere del CESE sui finanziamenti per il clima, chiedendo di ridisegnare l'architettura finanziaria internazionale per sbloccare e agevolare finanziamenti per il clima efficaci ed accessibili.

Per ovviare alle carenze nei finanziamenti per il clima, il CESE ha sottolineato la necessità di stabilire un nuovo obiettivo collettivo quantificato, che dovrebbe rendere tali finanziamenti più adatti allo scopo, rispettosi della biodiversità, efficaci e accuratamente mirati in funzione dei paesi e delle comunità più vulnerabili. I flussi di finanziamenti per il clima dovrebbero essere guidati dai principi della transizione giusta, in linea con l'accordo di Parigi e mettendo al centro gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Impegni a lungo termine da parte sia degli attori pubblici che di quelli privati sono fondamentali, e i finanziamenti pubblici svolgeranno un ruolo cruciale nel mobilitare investimenti privati per le iniziative in materia di clima e ridurre i rischi di tali investimenti.

Ferma restando la necessità di creare le condizioni affinché i finanziamenti per il clima siano accessibili a iniziative locali e movimenti di base, il CESE invoca anche un approccio globale per spezzare il ciclo dell'indebitamento e della carenza di investimenti nell'adattamento ai cambiamenti climatici. Chiediamo un'equa ripartizione dei fondi per il clima per affrontare le disparità. Inoltre, l'impegno della società civile è essenziale per sviluppare un approccio inclusivo e democratico che garantisca l'efficacia e la sostenibilità degli investimenti per il clima.

La delegata del CESE per i giovani alle COP (2023-2025), Diandra Ní Bhuachalla, ha condiviso con noi le sue aspettative in merito alla COP29. Dal punto di vista dei giovani, quali sono i problemi climatici più urgenti che devono essere affrontati e risolti per primi?

Diandra Ní Bhuachalla: dopo la delusione per i risultati della COP28, ho cercato di contenere il più possibile le mie aspettative per la COP29. Essendomi resa conto che anche i risultati di questa conferenza annuale saranno limitati a causa del paese scelto per la presidenza — ancora una volta affidata ad uno Stato fortemente dipendente dagli introiti derivanti dai combustibili fossili — è particolarmente difficile mantenere la speranza.

Nondimeno, dopo aver consultato varie organizzazioni giovanili di tutta Europa nel quadro delle riunioni strutturate della task force per la gioventù a cui ho partecipato in qualità di delegata del CESE per i giovani alla COP, ho deciso che era meglio concentrarsi sulla giustizia climatica e sulla transizione giusta, sui finanziamenti per il clima e su un nuovo obiettivo collettivo quantificato, nonché su una partecipazione sempre più significativa dei giovani ai processi decisionali internazionali.

Ora però, sapendo quanti negoziati non sono riusciti ad andare avanti nella prima settimana a causa della totale mancanza di accordo e di cooperazione – anche in materia di genere, finanziamenti per il clima e transizione giusta – mi sono accorta che le mie aspettative sono state ancora una volta troppo grandi e ho riorientato di conseguenza i miei sforzi di sensibilizzazione in occasione di eventi collaterali e riunioni bilaterali. Adesso, infatti, le mie due principali speranze sono che sia mantenuta la formulazione attuale, specie in materia di diritti umani, e che si compiano almeno lievi progressi per prepararsi al meglio alla COP30, che è l'evento in cui tutti sembrano riporre ogni speranza.

Dato il carattere intersezionale dei cambiamenti climatici e dei loro effetti, non mi è stato proprio possibile anche solo tentare di classificare le questioni in ordine di importanza o urgenza. I giovani sono preoccupati per il loro futuro: in particolare per la sicurezza del loro impiego e per il rischio di essere costretti a riqualificarsi; per le loro case e le loro famiglie e per la sicurezza dagli uragani, le inondazioni e l'erosione; per la salute e la qualità di vita dei figli che avranno o anche della prossima generazione; per il fatto che, quando saremo noi a decidere, noi giovani dovremo affrontare negoziati sul clima assai più difficili perché oggi non sarà stato fatto abbastanza e l'impatto di questa inazione sarà avvertito per decenni.

Abbiamo bisogno di giustizia climatica adesso. Abbiamo bisogno di finanziamenti realistici per il clima adesso. Abbiamo bisogno di un'occupazione equa, giusta e dignitosa e di una transizione energetica, adesso. Abbiamo bisogno di puntare in alto adesso. Abbiamo bisogno di azioni concrete adesso.

Abbiamo bisogno di tutti voi adesso.

La COP16 sulla biodiversità, svoltasi a Cali (Colombia) in ottobre, si è conclusa nel caos e senza alcun accordo sui finanziamenti per la natura. Abbiamo chiesto a Arnaud Schwartz, rappresentante del CESE alla COP16, se possiamo rimanere ottimisti nonostante questa battuta d'arresto. Quali azioni dovrebbero essere intraprese per compiere progressi nella protezione della biodiversità?

Arnaud Schwartz: 200 miliardi di dollari all'anno. Questo, secondo le Nazioni Unite, è l'importo che sarebbe necessario (includendo tutti i tipi di finanziamento — pubblico, privato, nazionale e internazionale) per conseguire i nostri obiettivi in materia di biodiversità. Ma, in pratica, di cosa stiamo parlando? Si tratta, in parole povere, di mettere un freno al collasso del mondo degli organismi viventi, che attualmente scompaiono a un ritmo sempre più rapido, e di ripristinare la natura e darle la possibilità di sopravvivere in un mondo "vivibile", anziché lasciare che venga devastata dall'avidità di guadagno e dalla stupidità.

Quale sarà il futuro dopo il fallimento della COP16?

Ciascuno di noi dovrebbe porsi la questione e porla a coloro che ci circondano, tanto più che è noto che, soltanto in Francia, ogni anno più di un quarto della somma che ho indicato prima viene utilizzato per preparare o condurre una guerra. In effetti, a livello globale, la conferenza di Cali è stata un'opportunità perduta, a causa della mancanza di volontà politica e di solidarietà economica.

Tuttavia, non tutto è perduto.

In fondo al tunnel si intravede una luce, per quanto fioca: dopo quasi un trentennio di prevaricazioni, questa COP ha almeno riconosciuto il ruolo di custodi della biodiversità svolto dalle popolazioni indigene e dalle comunità locali nonché di quelle di origine africana; ed è stato inoltre istituito un nuovo fondo, il Fondo di Cali, che, a lungo termine, sarà utilizzato per raccogliere contributi volontari da imprese private, la metà dei quali sarà destinata ai gruppi di persone di cui sopra. Wow!

Voi siete... insomma, siete...

siete parte di noi; e noi siamo parte di voi. E, per proseguire lungo il nostro percorso comune, potrebbe essere una buona idea iniziare con il riportare la nostra economia sulla buona strada, a vantaggio del bene comune. Allora, per smettere di darci la zappa sui piedi, cosa aspettiamo per ripensare le norme internazionali in materia finanziaria e commerciale?

La questione principale per i delegati del CESE alla COP29, Peter Schmidt e Diandra Ní Bhuachalla, è stata quella dei finanziamenti per il clima, un tema sul quale hanno potuto far riferimento al recente parere del CESE dal titolo Finanziamenti per il clima: una nuova tabella di marcia per tener fede agli impegni ambiziosi in materia di clima e agli OSS. Uno dei principali eventi a guida CESE svoltisi a Baku è stato quello del 18 novembre intitolato "Una prospettiva globale per promuovere una transizione giusta nel settore agroalimentare", in cui si è discusso dello sviluppo di sistemi alimentari sostenibili e a basse emissioni di carbonio che siano equi per gli agricoltori, i lavoratori della filiera alimentare e le generazioni future. L'obiettivo era migliorare la collaborazione tra i responsabili politici e la società civile, fungendo da cassa di risonanza per il Sud del mondo e promuovendo soluzioni climatiche inclusive per tutti.

In qualità di membro della delegazione dell'UE, Arnaud Schwartz ha partecipato a riunioni in cui ha chiesto maggiori sinergie tra i processi dell'ONU sulla diversità biologica (CBD) e quelli sui cambiamenti climatici (UNFCCC), l'eliminazione graduale delle sovvenzioni dannose per l'ambiente allo scopo di liberare maggiori risorse finanziarie, e un ruolo più attivo per la società civile organizzata nell'attuazione del quadro globale di Kunming-Montreal per la biodiversità. Maggiori informazioni sul contributo del CESE alla COP16 sono disponibili qui.

Arnaud Schwartz è il relatore del parere del CESE sul tema Una strategia globale per la biodiversità alla COP 16: riunire tutti i settori per un obiettivo comune.

Il 12 novembre scorso il CESE ha organizzato a Pärnu (Estonia) un convegno sull'idrogeno a basso tenore di carbonio, con l'obiettivo di discutere e individuare azioni strategiche per lo sviluppo di infrastrutture sostenibili per l'idrogeno e i suoi derivati, concentrandosi sul loro finanziamento e utilizzo.

Il 12 novembre scorso il CESE ha organizzato a Pärnu (Estonia) un convegno sull'idrogeno a basso tenore di carbonio, con l'obiettivo di discutere e individuare azioni strategiche per lo sviluppo di infrastrutture sostenibili per l'idrogeno e i suoi derivati, concentrandosi sul loro finanziamento e utilizzo.

All'evento, intitolato L'energia offshore per gli elettrocarburanti: promuovere la nuova economia dell'idrogeno, hanno partecipato l'ambasciata dei Paesi Bassi in Estonia, il centro di sviluppo della provincia di Pärnu, il centro di ricerca applicata Metrosert, l'agenzia Invest Estonia e la società Power2X, che sta sviluppando un impianto di produzione di e-metanolo nel paese.

L'idrogeno verde e quello a basse emissioni di carbonio sono componenti fondamentali della nostra transizione energetica, e recenti iniziative, come la Banca dell'idrogeno dell'UE, hanno messo in rilievo l'attuale momento favorevole per lo sviluppo di mercati dell'idrogeno sostenibile. A tal fine, i responsabili politici nazionali e dell'UE devono fornire i mezzi necessari per mettere in pratica queste ambizioni e agevolare la cooperazione tra gli Stati membri per adottare strategie efficaci.

Riguardo a questa urgente necessità, la presidente della sezione Trasporti, energia, infrastrutture e società dell'informazione, Baiba Miltoviča, ha osservato che: "La rapida diffusione dell'idrogeno rinnovabile è fondamentale non solo per la trasformazione del nostro sistema energetico, ma anche per il benessere sociale ed economico dell'Unione europea. Tuttavia, è essenziale che le nostre risorse siano impiegate in modo oculato. Per massimizzare il nostro impatto, dobbiamo dare priorità ai settori in cui è difficile abbattere le emissioni, e dobbiamo definire standard ecologici e sociali efficaci, che garantiscano condizioni di lavoro eque e sicure". (mp)

Il CESE sostiene gli sforzi volti a sviluppare un ecosistema industriale maggiormente incentrato sulle persone e più adeguato alle esigenze future. Al tempo stesso, chiede un dibattito approfondito su Industria 5.0 e sulle sue implicazioni sociali ed economiche.

Il CESE sostiene gli sforzi volti a sviluppare un ecosistema industriale maggiormente incentrato sulle persone e più adeguato alle esigenze future. Al tempo stesso, chiede un dibattito approfondito su Industria 5.0 e sulle sue implicazioni sociali ed economiche.

Industria 5.0 intende integrare nei processi aziendali le considerazioni sociali e ambientali, andando oltre l'approccio di Industria 4.0, orientato principalmente alla digitalizzazione e all'automazione Il CESE ha di recente adottato un parere sul tema Industria 5.0 - Come tradurla in realtà, in cui sostiene un modello industriale antropocentrico, che metta in prima linea le competenze umane e la creatività.

Industria 4.0 ha ampiamente trascurato l'impatto dell'automazione sul capitale umano ed è stata poco attenta alle priorità ambientali, quali la riduzione dei rifiuti, la circolarità e l'energia verde. Il CESE sottolinea che Industria 5.0 dovrebbe affrontare tali lacune, dando priorità ai valori della democrazia, dell'equità sociale e della competitività sostenibile. Giuseppe Guerini, relatore del parere sul tema Industria 5.0, sostiene che la trasformazione digitale dovrebbe contribuire a un "New Industrial Clean Deal", in cui i fattori umani e la creatività svolgano un ruolo centrale.

Industria 5.0 rimette l'uomo al centro della produzione, considerandone le conoscenze e le competenze come risorse essenziali per vantaggi competitivi. Essa bilancia l'automazione con la creatività umana, utilizzando robot collaborativi per compiti ripetitivi e consentendo ai lavoratori di concentrarsi sulla progettazione, sulla pianificazione e sui servizi ai clienti. Questo cambiamento implica una maggiore attenzione per la salute e la sicurezza dei lavoratori e il sostegno alle persone che sono state soppiantate dall'automazione.

Il CESE invita le istituzioni dell'UE a sostenere un ecosistema industriale adeguato alle esigenze future, antropocentrico e radicato nell'equità sociale e nella competitività inclusiva. Pur sostenendo Industria 5.0, il CESE sottolinea la necessità di definirne ulteriormente gli impatti economici, sociali e tecnologici. Politiche europee già esistenti, quali il Green Deal, la legge sull'intelligenza artificiale e l'agenda per le competenze, forniscono una base per questa visione, ma dovrebbero essere aggiornate per integrare i principi di Industria 5.0.

Affinché Industria 5.0 abbia successo, le parti sociali e i lavoratori devono essere coinvolti a tutti i livelli. Questo approccio inclusivo promuoverà un ambiente di lavoro collaborativo, che combini i punti di forza umani e quelli delle macchine, rendendo i luoghi di lavoro più innovativi, coinvolgenti e sostenibili. (gb)

In una dichiarazione comune firmata il 14 novembre, Baiba Miltoviča, presidente della sezione Trasporti, energia, infrastrutture e società dell'informazione (TEN) del CESE, e Andres Jaadla, relatore del parere del Comitato delle regioni sul tema degli alloggi, invitano le istituzioni europee ad adottare con urgenza delle misure per far uscire l'Unione europea dall'attuale crisi degli alloggi. Accolgono inoltre con favore la nomina di un commissario europeo per l'Energia e l'edilizia abitativa, che avrà il compito di presentare il primo piano europeo per alloggi a prezzi accessibili.

In una dichiarazione comune firmata il 14 novembre, Baiba Miltoviča, presidente della sezione Trasporti, energia, infrastrutture e società dell'informazione (TEN) del CESE, e Andres Jaadla, relatore del parere del Comitato delle regioni sul tema degli alloggi, invitano le istituzioni europee ad adottare con urgenza delle misure per far uscire l'Unione europea dall'attuale crisi degli alloggi. Accolgono inoltre con favore la nomina di un commissario europeo per l'Energia e l'edilizia abitativa, che avrà il compito di presentare il primo piano europeo per alloggi a prezzi accessibili.

Dichiarazione sull'edilizia abitativa

  • Invitiamo la Commissione europea a organizzare, in collaborazione con il Parlamento europeo, il CESE e il CdR, un vertice annuale dell'UE sugli alloggi sociali e a prezzi accessibili, al fine di riunire tutte le parti interessate coinvolte nell'applicazione delle azioni degli Stati membri in materia di alloggi sociali e a prezzi accessibili, sulla base di un approccio multilivello e dello scambio delle buone pratiche, oltre che nel rispetto del principio di sussidiarietà;
  • sosteniamo il piano del commissario designato per l'edilizia abitativa volto a istituire una piattaforma di investimento paneuropea per alloggi sostenibili a prezzi accessibili, al fine di sostenere urgentemente i partenariati nazionali, regionali e locali impegnati a porre fine all'esclusione abitativa, in collaborazione con il CESE e il CdR;
  • rimarchiamo la necessità di esplorare modalità innovative per promuovere gli investimenti pubblici e mobilitare i fondi europei esistenti al fine di trovare una soluzione a lungo termine alla crisi degli alloggi;
  • invitiamo le istituzioni dell'UE a sostenere la ristrutturazione profonda degli edifici residenziali grazie a un sostegno finanziario diversificato, innovativo e a lungo termine e a quadri giuridici coerenti, destinati ai gruppi vulnerabili della popolazione e ai principali attori sul campo, in particolare le comunità energetiche e gli enti locali;
  • chiediamo una cooperazione più stretta tra i soggetti ai diversi livelli di governance: Stati membri, istituzioni dell'UE, organizzazioni della società civile, amministrazioni regionali ed enti locali.

Ci impegniamo a contribuire all'attuazione delle misure stabilite nella dichiarazione di Liegi diffondendo il punto di vista delle organizzazioni della società civile e degli enti locali e regionali di tutta l'UE, nell'ambito di uno sforzo congiunto di tutte le istituzioni dell'UE volto a risolvere la crisi degli alloggi e a rafforzare la coesione europea a tutti i livelli.

Ottobre e novembre sono stati contrassegnati dal fallimento di due grandi vertici mondiali in materia di ambiente: la COP16 (la conferenza delle parti della convenzione ONU sulla diversità biologica) e la COP29 (la conferenza dell'ONU sul clima), entrambe centrate sul problema di reperire i finanziamenti urgentemente necessari per preservare la natura e mitigare i cambiamenti climatici. Abbiamo chiesto a coloro che hanno rappresentato il CESE in queste COP — vale a dire Peter Schmidt, Diandra Ní Bhuachalla e Arnaud Schwartz — di condividere con noi le loro riflessioni sui pericoli che corriamo se il mondo non si mobiliterà per il clima.

Ottobre e novembre sono stati contrassegnati dal fallimento di due grandi vertici mondiali in materia di ambiente: la COP16 (la conferenza delle parti della convenzione ONU sulla diversità biologica) e la COP29 (la conferenza dell'ONU sul clima), entrambe centrate sul problema di reperire i finanziamenti urgentemente necessari per preservare la natura e mitigare i cambiamenti climatici. Abbiamo chiesto a coloro che hanno rappresentato il CESE in queste COP — vale a dire Peter Schmidt, Diandra Ní Bhuachalla e Arnaud Schwartz — di condividere con noi le loro riflessioni sui pericoli che corriamo se il mondo non si mobiliterà per il clima.