di Giuseppe Guerini

Come indicato sin dal titolo della relazione Letta, l'Unione Europea e il suo sistema economico e imprenditoriale rappresentano molto più di un mercato perché, fin da principio, l'Unione Europea ha scelto di essere un'economia sociale di mercato, in cui la prosperità economica non è data soltanto dall'accumulazione di ricchezza, ma anche dalla capacità di fare in modo che la ricchezza scambiata e accumulata nel mercato vada a vantaggio di tutti. 

di Giuseppe Guerini

Come indicato sin dal titolo della relazione Letta, l'Unione Europea e il suo sistema economico e imprenditoriale rappresentano molto più di un mercato perché, fin da principio, l'Unione Europea ha scelto di essere un'economia sociale di mercato, in cui la prosperità economica non è data soltanto dall'accumulazione di ricchezza, ma anche dalla capacità di fare in modo che la ricchezza scambiata e accumulata nel mercato vada a vantaggio di tutti.

In questo modello economico i soggetti dell'economia sociale formano un ecosistema che garantisce solidarietà nello svolgimento dell'attività d'impresa, e si tratti quindi di un modello vantaggioso per le organizzazioni private che però operano nell'interesse generale.

La relazione Letta coglie questa caratteristica – già individuata dal piano d'azione e dalla raccomandazione sull'economia sociale – e invita le istituzioni europee a riconoscere le peculiarità delle imprese dell'economia sociale, adeguando le norme che disciplinano il mercato interno e la concorrenza e migliorando il quadro giuridico in materia di aiuti di Stato, al fine di assicurare a queste imprese un accesso più rapido a prestiti e finanziamenti.

Il CESE si è molto adoperato per assicurarsi che le istituzioni europee e internazionali riconoscano la finalità e la funzione delle imprese dell'economia sociale. Ha partecipato a molteplici iniziative e ha adottato numerosi pareri in linea con i lavori che hanno portato all'adozione del piano d'azione dell'UE per l'economia sociale, nel 2021, e della raccomandazione agli Stati membri, nel 2023. Inoltre, con i suoi pareri sulla politica di concorrenza e sugli aiuti di Stato relativi a servizi d'interesse economico generale, il Comitato ha messo in luce la necessità di aumentare le soglie per gli aiuti de minimis e si è assicurato che questi cambiamenti venissero introdotti nel regolamento in materia, che così modificato è stato adottato alla fine del 2023. Le richieste di adeguare il regolamento generale di esenzione per categoria e di migliorare i finanziamenti, contenute nella relazione Letta, sono in linea gli appelli formulati dal CESE in diversi pareri pubblicati nel 2022 e nel 2023. Ciò incoraggia il Comitato a continuare a lavorare alla promozione di questo parere, con l'obiettivo di aumentare il riconoscimento dell'economia sociale. Vogliamo che tra i cittadini si diffonda la consapevolezza circa i vantaggi di una regolamentazione efficace in materia di concorrenza e di aiuti di Stato sia per le imprese dell'economia sociale che per l'intero sistema dei servizi di interesse generale.

Copyright: Camille Le Coz

Elogiato come tappa storica al momento della sua adozione nel maggio 2024, il nuovo patto dell'UE sulla migrazione e l'asilo deve ancora dimostrare il suo valore. Tuttavia, le sfide che ci attendono nel 2025 non saranno di poco conto: in un contesto geopolitico eccezionalmente incerto, la complessità intrinseca del patto e la scadenza ravvicinata per la sua attuazione imporranno cautela e molto equilibrio – un'analisi di Camille Le Coz del Migration Policy Institute Europe (MPI, Istituto per le politiche migratorie Europa).

Elogiato come tappa storica al momento della sua adozione nel maggio 2024, il nuovo patto dell'UE sulla migrazione e l'asilo deve ancora dimostrare il suo valore. Tuttavia, le sfide che ci attendono nel 2025 non saranno da poco: in un contesto geopolitico eccezionalmente incerto, la complessità intrinseca del patto e la scadenza ravvicinata per la sua attuazione imporranno cautela e molto equilibrio – un'analisi di Camille Le Coz del Migration Policy Institute Europe (MPI, Istituto per le politiche migratorie Europa).

Con l'inizio del 2025 si pongono interrogativi pressanti sul futuro delle politiche migratorie nell'Unione europea (UE). La nuova Commissione europea ha definito un percorso chiaro con il suo piano di attuazione del nuovo patto sulla migrazione e l'asilo, ma il mutare delle circostanze potrebbe deviare altrove l'attenzione e le risorse della politica. Insieme alle conseguenze del crollo del regime di Assad e alla traiettoria imprevedibile della guerra in Ucraina, le imminenti elezioni in Germania aggiungono un ulteriore livello di incertezza. Proseguono le discussioni sui modelli di esternalizzazione, ma questi sforzi costituiscono più spesso manovre politiche isolate che non parte di una strategia europea coerente. Nel frattempo, la migrazione continua a essere usata come arma impropria alla frontiera tra Polonia e Bielorussia, con una strumentalizzazione che porta sempre più spesso a violazioni del diritto dell'UE. Quest'anno sarà cruciale per stabilire se l'Unione europea sarà in grado di adottare un approccio che promuova la fiducia e realizzi un'azione collettiva tanto necessaria, o se dovrà invece affrontare un'ulteriore frammentazione.

Nel maggio 2024 molti responsabili politici europei hanno salutato l'adozione del patto come tappa storica, dopo anni di difficili negoziati. Proprio prima delle elezioni europee, questo accordo ha dimostrato la capacità dell'Europa di unirsi e affrontare alcune delle questioni più impegnative. Gli obiettivi principali del patto sono affrontare le tensioni in materia di responsabilità e solidarietà, fugare la percezione di un'eterna crisi migratoria e armonizzare le discrepanze nelle procedure di asilo tra gli Stati membri. Pur essendo basato in ampia misura sul sistema esistente, il nuovo quadro introduce misure più rigorose, quali accertamenti sistematici, procedure rafforzate di asilo e rimpatrio alle frontiere ed eccezioni alle norme comuni in caso di crisi. Il patto favorisce inoltre una maggiore europeizzazione, con una solidarietà obbligatoria, un rafforzamento dei ruoli delle istituzioni e delle agenzie dell'UE e un aumento dei finanziamenti e del controllo europei.

Questo rafforzamento della credibilità dell'UE per quanto riguarda la gestione comune della migrazione rischia tuttavia di avere vita breve se gli europei non attueranno le nuove norme entro maggio 2026. Questa scadenza ravvicinata è particolarmente impegnativa in quanto il patto richiede l'istituzione di un sistema complesso, la mobilitazione delle risorse e l'assunzione e la formazione del personale, soprattutto per i paesi dell'Unione in prima linea. Sebbene gli Stati membri abbiano elaborato piani d'azione nazionali, gran parte del lavoro si è svolto a porte chiuse, con una comunicazione insufficiente sul piano politico. Questa carenza rappresenta un rischio crescente, in quanto l'indirizzo politico è fondamentale per mantenere il fragile equilibrio al livello dell'UE.

L'attuazione del nuovo sistema richiede inoltre che si formino coalizioni di soggetti interessati. Le agenzie nazionali per l'asilo sono fondamentali per tradurre testi legislativi complessi in quadri pratici, e le agenzie dell'UE, in particolare l'Agenzia dell'UE per l'asilo, svolgono già un ruolo centrale in questo processo. Altrettanto importante è il coinvolgimento delle organizzazioni non governative al fine di sfruttare le loro competenze e di garantire, tra l'altro, l'accesso alla consulenza legale e il controllo delle nuove procedure. Per sostenere questi sforzi sono necessari approcci più collaborativi, tra cui consultazioni periodiche, solidi meccanismi di condivisione delle informazioni e task force operative che si riuniscono con cadenza regolare.

Nel frattempo, un'attenzione significativa è stata rivolta alle strategie di esternalizzazione, che sempre più capitali europee vedono come una soluzione alle sfide poste all'UE in materia di migrazione. L'accordo Italia-Albania ha suscitato numerosi dibattiti sulle potenzialità che offre per una gestione più efficace della migrazione mista, proiettando Giorgia Meloni come figura di primo piano in quest'ambito a livello europeo. Tuttavia, esso non ha ancora prodotto risultati e rimane un accordo bilaterale che esclude i contributi di altri partner europei. Nel frattempo, altri governi stanno mettendo a punto modelli alternativi, come i centri di rimpatrio, e modalità per integrarli in un approccio a livello di UE.

Nei prossimi mesi proprio i rimpatri dovrebbero assumere un ruolo centrale nel dibattito politico. Una parte del patto si basa appunto sul miglioramento della velocità dei rimpatri, in particolare per le persone soggette a procedure di frontiera nei paesi in prima linea. La Commissione e gli Stati membri cercano di affrontare questo urgente problema lasciando nel contempo spazio ai centri pilota per i rimpatri, con proposte di revisione della direttiva rimpatri previste per marzo. Dato il poco tempo a disposizione, il rischio è che gli europei non possano riflettere pienamente sugli insegnamenti tratti dall'attuazione sul campo, nonostante i progressi compiuti nell'ultimo decennio in ambiti quali la sensibilizzazione, la consulenza, il sostegno alla reintegrazione e l'apprendimento reciproco a livello di UE. Inoltre, l'Europa deve agire con cautela affinché la sperimentazione di modelli di esternalizzazione non pregiudichi le sue relazioni con i paesi di origine e non indebolisca la sua posizione più generale.

Questa delicata opera di bilanciamento si svolge in un contesto di eccezionale incertezza, il che rende l'attuazione del patto un banco di prova non solo per la gestione della migrazione, ma anche per l'intero progetto europeo. La situazione alla frontiera polacca, in particolare, evidenzia le sfide specifiche poste dalla necessità di rispettare norme vincolanti sotto la pressione di un vicino ostile. Per quanto riguarda la Siria e l'Ucraina, le capitali europee devono essere preparate a sviluppi imprevisti. Nel corso di quest'anno sarà fondamentale promuovere una forte leadership a livello dell'UE al fine di attuare le nuove norme e continuare a esaminare possibili innovazioni che siano allineate a un approccio comune e contribuiscano a rafforzarlo. A tal fine occorre concentrare gli sforzi sulla creazione di partenariati resilienti con i paesi prioritari ed evitare il dirottamento delle risorse a causa di manovre politiche.

Camille Le Coz è direttrice associata presso il Migration Policy Institute Europe, un istituto di ricerca con sede a Bruxelles che punta a una gestione più efficace dell'immigrazione, dell'integrazione degli immigrati e dei sistemi di asilo, nonché a risultati positivi per i nuovi arrivati, le famiglie provenienti da un contesto migratorio e le comunità di accoglienza.

In questo numero:

  • Garantire il sostegno alle imprese dell'economia sociale in linea con le norme in materia di aiuti di Stato, di Giuseppe Guerini
  • Proiezione al CESE del film bielorusso Under the Grey Sky — intervista alla regista Mara Tamkovich
  • Il nuovo patto sulla migrazione e l'asilo rischia di mettere a dura prova il progetto europeo di Camille le Coz, MPI Europe
  • Tombe anonime alle frontiere esterne dell'Europa di Barbara Matejčić
  • Rifugiati siriani:

    L'approccio dell'UE ai rimpatri di siriani — una svolta nella politica europea in materia di migrazione di Alberto-Horst Neidhardt, EPC

    I paesi dell'UE non devono costringere i rifugiati siriani a rientrare nel loro paese nell'attuale contesto di instabilità di Jean-Nicolas Beuze, UNHCR

In questo numero:

  • Garantire il sostegno alle imprese dell'economia sociale in linea con le norme in materia di aiuti di Stato, di Giuseppe Guerini
  • Proiezione al CESE del film bielorusso Under the Grey Sky — intervista alla regista Mara Tamkovich
  • Il nuovo patto sulla migrazione e l'asilo rischia di mettere a dura prova il progetto europeo di Camille le Coz, MPI Europe
  • Tombe anonime alle frontiere esterne dell'Europa di Barbara Matejčić
  • Rifugiati siriani:

    L'approccio dell'UE ai rimpatri di siriani — una svolta nella politica europea in materia di migrazione di Alberto-Horst Neidhardt, EPC

    I paesi dell'UE non devono costringere i rifugiati siriani a rientrare nel loro paese nell'attuale contesto di instabilità di Jean-Nicolas Beuze, UNHCR

Copyright: Almir Hoxhaj

Almir Hoxhaj, immigrato albanese in Grecia, ormai parla il greco come la sua lingua madre. Dopo oltre 30 anni si sente parte del paese, ma adattarsi alla società greca, dove la parola "albanese" è persino usata come insulto, non è stato facile. Questa è la sua storia.

Almir Hoxhaj, immigrato albanese in Grecia, ormai parla il greco come la sua lingua madre. Dopo oltre 30 anni si sente parte del paese, ma adattarsi alla società greca, dove la parola "albanese" è persino usata come insulto, non è stato facile. Questa è la sua storia.

Sono nato in un paesino del distretto di Avlonas, dove ho vissuto fino a dodici anni. La mia famiglia si è trasferita a Tirana, ma nel 1997 ho preso la difficile decisione di cercare un futuro migliore in Grecia. All'epoca, dopo l'apertura delle frontiere, era comune che gli albanesi cercassero la sicurezza in Grecia in quanto, almeno in teoria, era più facile passare un confine terrestre. Io ho attraversato la frontiera a piedi diciotto volte, il mare mi faceva paura. Ricordo bene il mio ultimo viaggio fino a Veria, durato cinque giorni, in cui, nonostante abbia piovuto ininterrottamente, ho avuto una sete incredibile. Quando ho finalmente avuto in mano un bicchiere pieno d'acqua, non è certo bastato a dissetarmi. È così che è iniziata la mia vita in Grecia, con un bicchiere pieno d'acqua in mano.

Il mio primo contatto con il paese l'ho avuto a 15 anni, quando per la prima volta ho attraversato la frontiera di nascosto, con degli amici. Non ci è passato nemmeno per la testa che stavamo facendo qualcosa di illegale. Se avessi potuto venire in Grecia in aereo, l'avrei fatto. Il paese, la sua lingua, la sua mitologia e la sua storia mi attiravano in modo particolare. Quell'estate ho lavorato duramente, cercavo di aiutare la mia famiglia. Il mio trasferimento definitivo è stato complicato dall'incertezza giuridica, dal razzismo e dai problemi di integrazione. Ricordo chiaramente un episodio capitatomi nei primi tempi. Ero un immigrato irregolare, senza assicurazione, non sapevo la lingua e mi si è rotto un dente. L'unica cosa che potevo fare era togliermelo da solo, estraendolo davanti a uno specchio con delle pinze che usavo al lavoro. Avevo la bocca piena di sangue.

Adattarsi alla società greca non è stato facile. Come migrante di prima generazione, mi sentivo straniero, come se avessi costantemente sangue in bocca. Ero in Grecia illegalmente e avevo paura di andare a fare una passeggiata o a prendere un caffè. Ho vissuto il razzismo ovunque, in molte forme. Ho sentito un padre minacciare il figlio piccolo: "Se non stai buono ti faccio mangiare dagli albanesi!". Mi è stato rifiutato l'ingresso a caffè, club e altri luoghi, alcuni dei quali, quando ci sono andato per la prima volta, esponevano persino un cartello che diceva "Vietato l'ingresso agli albanesi". Ci definivano sporchi perché eravamo di religione diversa. Oggi i rapporti tra i greci e gli albanesi sono migliorati, anche se gli stereotipi sono duri a morire. La parola "albanese" in Grecia è addirittura utilizzata come insulto. Il razzismo c'era allora e c'è ancora, ma oggi è più mitigato, i tempi sono cambiati. Non vuol dire che sia scomparso, anzi è amplificato dalle difficoltà finanziarie e dalla mancanza di istruzione.

I pregiudizi e le discriminazioni sono profondamente radicati e spesso danno origine a modelli politici e sociali estremi che si diffondono e arrivano persino al Parlamento europeo, e questo è triste! Sebbene la situazione sia migliorata, i problemi restano reali ma c'è speranza per le generazioni più giovani. I nostri figli avranno maggiori possibilità di essere pienamente accettati, e questo vale anche per mia figlia, che ha 12 anni.

Oggi lavoro come imprenditore edile e guardo al passato con sentimenti contrastanti. Le difficoltà di adattamento e la mancanza di accoglienza che ho incontrato sono state una realtà quotidiana. Tuttavia, attraverso queste sfide ho sviluppato una comprensione più approfondita della vita e dell'importanza dell'integrazione.

L'Albania rimarrà per sempre parte di me. Ricordo benissimo gli anni del regime comunista: è stato un periodo di paranoia, paura, insicurezza ed estrema povertà. La caduta del regime ha portato sollievo, ma anche nuovi problemi come la disoccupazione e la criminalità. Queste esperienze mi hanno formato: mi hanno insegnato ad apprezzare la stabilità e la libertà che ho trovato in Grecia.

Personalmente mi sento legato a questo paese: anche se il mio cuore è nel mio paesino in Albania, la mia vita è qui. Parlo altrettanto bene il greco e l'albanese. Le mie esperienze, le mie battaglie e quanto ho saputo realizzare mi fanno sentire parte di questo paese. Spero che, col tempo, il popolo greco ci accetterà pienamente, riconoscendo il nostro contributo alla società.

La migrazione è un banco di prova pieno di sfide, ma anche di opportunità e, in quanto immigrato albanese in Grecia, non ho potuto evitarlo. La mia è una storia fatta di sfide, di adattamento e di speranza.

Negli anni a venire credo che continuerò a vivere in Grecia, che è casa mia, e in Albania, che spero diventi membro a pieno titolo dell'Unione europea. È questa ora la patria di tutti noi.

Almir Hoxhaj ha 47 anni. Vive e lavora a Tripoli, una cittadina del Peloponneso, e ha una figlia di 12 anni. La sua città preferita è Berlino. Parla e scrive correntemente in greco e ha tradotto in questa lingua il libro "La saga delle stelle dell'alba" dell'autore albanese Rudi Erebara, che nel 2017 è stato insignito del Premio dell'Unione europea per la letteratura e racconta la tragedia del popolo albanese nel XX secolo. Sebbene la vicenda narrata si svolga nel secolo scorso, l'essenza del totalitarismo, del fascismo e dell'irrazionalità rimane purtroppo attuale, in forme più "moderne".

Nell'aprile 2024 Enrico Letta ha pubblicato la tanto attesa relazione sul futuro del mercato unico dell'UE, dal titolo Much More than a Market [Molto più di un mercato]. Nella sessione plenaria di gennaio il CESE ha adottato un parere sul tema Come sostenere i soggetti dell'economia sociale in linea con le norme in materia di aiuti di Stato: alcune riflessioni a seguito dei suggerimenti contenuti nella relazione di Enrico Letta. Abbiamo chiesto al relatore del parere, Giuseppe Guerini, in che misura e per quale motivo ha tratto ispirazione dalla relazione Letta, la quale invita tra l'altro le istituzioni europee a migliorare il quadro giuridico in materia di aiuti di Stato e a consentire alle imprese dell'economia sociale di ottenere più facilmente prestiti e finanziamenti. Sulla base delle conclusioni di questa relazione, in che modo il CESE intende aiutare tali imprese a rispettare le norme in materia di aiuti di Stato?

Nell'aprile 2024 Enrico Letta ha pubblicato la tanto attesa relazione sul futuro del mercato unico dell'UE, dal titolo Much More than a Market [Molto più di un mercato]. Nella sessione plenaria di gennaio il CESE ha adottato un parere sul tema Come sostenere i soggetti dell'economia sociale in linea con le norme in materia di aiuti di Stato: alcune riflessioni a seguito dei suggerimenti contenuti nella relazione di Enrico Letta. Abbiamo chiesto al relatore del parere, Giuseppe Guerini, in che misura e per quale motivo ha tratto ispirazione dalla relazione Letta, la quale invita tra l'altro le istituzioni europee a migliorare il quadro giuridico in materia di aiuti di Stato e a consentire alle imprese dell'economia sociale di ottenere più facilmente prestiti e finanziamenti. Sulla base delle conclusioni di questa relazione, in che modo il CESE intende aiutare tali imprese a rispettare le norme in materia di aiuti di Stato?

Copyright: Schotstek

L'origine e il contesto sociale di provenienza non dovrebbero mai essere degli ostacoli al successo, scrive Evgi Sadegie, amministratrice delegata di Schotstek, un'organizzazione con sede ad Amburgo e Berlino che promuove le pari opportunità e la diversità culturale nel mondo professionale. I programmi di borse di studio di Schotstek, unici nel loro genere, sono finalizzati a sostenere giovani intelligenti, ambiziosi e motivati, provenienti da un contesto migratorio, nel loro percorso verso posizioni di rilievo nella ricerca, nelle imprese e nella società. Aiutandoli a costruire una rete solida di contatti e dotandoli delle giuste competenze, Schotstek fornisce a studenti di talento e a giovani professionisti gli strumenti per realizzare appieno il loro potenziale.

L'origine e il contesto sociale di provenienza non dovrebbero mai essere degli ostacoli al successo, scrive Evgi Sadegie, amministratrice delegata di Schotstek, un'organizzazione con sede ad Amburgo e Berlino che promuove le pari opportunità e la diversità culturale nel mondo professionale. I programmi di borse di studio di Schotstek, unici nel loro genere, sono finalizzati a sostenere giovani intelligenti, ambiziosi e motivati, provenienti da un contesto migratorio, nel loro percorso verso posizioni di rilievo nella ricerca, nelle imprese e nella società. Aiutandoli a costruire una rete solida di contatti e dotandoli delle giuste competenze, Schotstek fornisce a studenti di talento e a giovani professionisti gli strumenti per realizzare appieno il loro potenziale.

Di Evgi Sadegie

La Germania è un paese culturalmente variegato, il che però non si rispecchia affatto nella sua leadership economica, scientifica, culturale e politica. Le persone provenienti da un contesto migratorio si trovano spesso ad affrontare ostacoli che accentuano le disuguaglianze sociali, lasciano inutilizzato il potenziale di innovazione e minano la coesione sociale. I pregiudizi, le disparità nelle opportunità di istruzione e la mancanza di modelli di riferimento e di reti di contatti ostacolano l'avanzamento di carriera di molte persone di talento.

La società Schotstek è stata fondata nel 2013 da Sigrid Berenberg insieme a un gruppo di amici. Avvocata di professione, Sigrid Berenberg è impegnata da anni nella promozione della giustizia sociale e della diversità. Insieme a persone animate dallo stesso spirito, ha creato Schotstek, specificamente pensata per aprire la strada a posizioni di leadership a giovani intelligenti, ambiziosi e motivati provenienti da un contesto migratorio. Ha sostenuto borsisti particolarmente brillanti, destinati a diventare futuri leader e decisori. Per molti anni Sigrid Berenberg si è occupata pienamente della gestione del programma su base del tutto volontaria.

Schotstek è una società senza scopo di lucro sostenuta da donazioni e iniziative congiunte con altre imprese. Il programma gode di un forte sostegno da parte di una rete di partner, organi consultivi e amici: tutti decisori ad alto livello provenienti da un ampio ventaglio di settori e culture. Degno di nota è il fatto che tre dei sette partner della società e l'attuale amministratrice delegata sono essi stessi ex borsisti del programma Schotstek. Questo dimostra come Schotstek passi sempre di più le redini dell'organizzazione ai talenti che sostiene, producendo così un impatto duraturo.

Schotstek offre un sostegno unico nel suo genere a studenti e giovani professionisti attraverso due programmi paralleli: uno ad Amburgo, al quale sono ammessi fino a 25 studenti all'anno, e l'altro ad Amburgo e Berlino, aperto a un massimo di 20 giovani professionisti. Dopo un biennio obbligatorio, i partecipanti rimangono nella rete di contatti e possono prendere parte agli eventi.

La missione centrale di Schotstek è la costruzione di reti di contatti solide: molti giovani provenienti da un contesto migratorio non hanno accesso ai legami professionali e sociali che sono cruciali per le opportunità di carriera. Schotstek li mette in contatto con ex borsisti, organi consultivi ed esperti del mondo imprenditoriale, scientifico, politico, culturale e sociale. Eventi regolari come serate tematiche e dibattiti con personalità di spicco promuovono gli scambi e ampliano gli orizzonti dei giovani partecipanti. Questi contatti dischiudono opportunità di carriera e creano una comunità che garantisce un sostegno a lungo termine e contribuisce al successo reciproco. Gli ex borsisti svolgono ora un ruolo fondamentale condividendo le loro conoscenze e le loro reti di contatti, oltre ad ampliare costantemente l'ambito di attività di Schotstek.

Schotstek offre seminari e coaching che preparano specificamente i partecipanti a ricoprire posizioni dirigenziali. La formazione impartita rafforza competenze chiave quali le capacità di comunicazione, la fiducia in se stessi e la leadership. I partecipanti ricevono anche un sostegno personale attraverso il tutoraggio. Sono messi in contatto con professionisti e dirigenti esperti che possono fornire preziose informazioni sul mondo del lavoro, sostenerli nella pianificazione della loro carriera e aiutarli ad affrontare le sfide professionali. I tutor fungono da modelli di riferimento, incoraggiando i partecipanti a perseguire i loro obiettivi professionali e a superare gli ostacoli.

Un'altra caratteristica specifica del programma offerto da Schotstek consiste nel promuovere la partecipazione alla vita culturale con la visita di musei, teatri – di prosa o lirici –, gallerie e altre istituzioni culturali. Questo rafforza la formazione culturale, lo sviluppo personale e l'identificazione con il proprio luogo di origine. Queste esperienze ampliano le prospettive dei borsisti e instillano un sentimento di appartenenza.

Schotstek cerca di promuovere la diversità a livello dirigenziale. L'origine e il contesto sociale di provenienza dovrebbero cessare di costituire degli ostacoli al successo. Da quando è stata fondata, Schotstek ha già sostenuto centinaia di giovani e vanta oltre 240 partecipanti ed ex borsisti ancora attivi. Molti di essi sono membri del comitato consultivo degli ex borsisti o ambasciatori, sostengono il lavoro sui social media o condividono le loro esperienze in veste di amici o tutor. Chiunque abbia fruito di una borsa di studio Schotstek rimane un membro permanente della rete di contatti: un meccanismo che consente un successo duraturo. L'estensione del programma alla città di Berlino nel 2023 dimostra che il concetto Schotstek può essere realizzato con buoni risultati anche in altre città.

Schotstek è qualcosa di più di un programma di sostegno: è un movimento che mostra in modo straordinario come si possa promuovere e rendere visibile la diversità agli alti livelli. Schotstek apre e crea opportunità che vanno al di là del successo individuale dei suoi ex borsisti e rappresenta un esempio di come la Germania possa sfruttare appieno il suo potenziale di paese di immigrazione. Promuovendo i talenti di eccellenza e abbattendo gli ostacoli, il programma svolge un ruolo fondamentale nel creare una società più equa e adeguata alle esigenze future: cosa essenziale in un mondo globalizzato.

Evgi Sadegie, laurea magistrale in turcologia, è amministratrice delegata di Schotstek gGmbH ed ex borsista dell'annata 2014. Prima del suo incarico attuale, ha guidato il progetto di tutoraggio "Yoldaş" presso la Fondazione civica di Amburgo, che sostiene i figli di famiglie turcofone svantaggiate sul piano socioeconomico. In tale ruolo, ha promosso le pari opportunità in relazione a un altro importante aspetto dell'uguaglianza. Forte della sua vasta esperienza in materia di gestione di progetti, in particolare nei settori del tutoraggio e della cooperazione interculturale, è attivamente impegnata nella promozione della diversità e dell'integrazione nella società.

Copyright: UNHCR

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) è pronto a sostenere i siriani che considerano sicuro tornare a casa. Per tutti gli altri raccomanda invece di evitare i rimpatri forzati in un paese in preda all'incertezza politica e a una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, in cui ben il 90 % della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, scrive Jean-Nicolas Beuze dell'UNHCR.

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) è pronto a sostenere i siriani che considerano sicuro tornare a casa. Per tutti gli altri raccomanda invece di evitare i rimpatri forzati in un paese in preda all'incertezza politica e a una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, in cui ben il 90 % della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, scrive Jean-Nicolas Beuze dell'UNHCR.

Di Jean-Nicolas Beuze

Con la rapida evoluzione del panorama politico in Siria a seguito della caduta del presidente Bashar al-Assad, il dibattito sulla più grande popolazione mondiale di rifugiati ha assunto un ruolo centrale in tutta Europa.

Un numero crescente di paesi dell'UE sta bloccando le decisioni sulle domande di asilo per i siriani e alcuni hanno annunciato iniziative che prevedono voli charter e incentivi finanziari o "bonus rimpatri" per incoraggiare i rifugiati a tornare a casa. Altri starebbero addirittura pianificando di espellere i siriani attualmente presenti sul loro territorio, indipendentemente dallo status di asilo.

Per poter adottare decisioni informate in materia di asilo, gli Stati dell'UE devono valutare se, per i siriani che si trovano attualmente in Europa, la Siria sia un luogo sicuro dove rientrare. Tuttavia, a causa della rapida evoluzione della situazione sul terreno, in questo momento è impossibile formulare giudizi definitivi sulle condizioni di sicurezza presenti in questo paese, che rimangono infatti incerte, dato che, accanto alla possibilità di pace e di riconciliazione, sussiste anche il rischio di ulteriori violenze.

Milioni di rifugiati siriani che trovano all'estero si stanno interrogando sull'impatto che l'evoluzione della situazione attuale potrebbe esercitare sul loro futuro e si chiedono se la Siria sarà un luogo sicuro per loro e se i loro diritti saranno rispettati. Per alcuni sembrano esservi prospettive concrete di rientro, mentre per altri permangono serie preoccupazioni.

Quale futuro esiste per coloro che appartengono a minoranze etniche o religiose, che hanno opinioni politiche divergenti o che si identificano come parte della comunità LGBTQ + nella Siria attuale? La risposta è ancora tutt'altro che chiara.

Ciononostante, dobbiamo rispettare l'opinione di quanti considerano sicuro rientrare, eventualmente aiutandoli a rimpatriare e a reinserirsi nelle loro comunità di origine. Tuttavia, per tutti gli altri, l'UNHCR sconsiglia i rimpatri forzati a causa dell'instabilità e dell'incertezza politica presenti nel paese.

In caso di rimpatrio forzato dall'Unione europea, i siriani vedrebbero violati i loro diritti acquisiti in quanto rifugiati e rischierebbero di subire danni gravi e irreparabili al loro rientro.

La violenza armata, che imperversa in diverse aree della Siria, unita all'incertezza sulle modalità con le quali le nuove autorità risponderanno alle esigenze della popolazione, e in particolare dei gruppi vulnerabili, rende prematuro per molti prendere in considerazione il rimpatrio. È quindi importante rispettare la loro opinione al riguardo. Pertanto, gli Stati membri dell'UE, insieme ai paesi vicini alla Siria, che ospitano generosamente la maggior parte dei rifugiati siriani da oltre un decennio, devono continuare a mantenere il loro impegno a fornire protezione ai siriani sul loro territorio.

Su 1,1 milioni di sfollati interni a causa dell'escalation delle ostilità alla fine di novembre, circa 627 000 persone (per il 75 % donne e bambini) sono state nuovamente sfollate.

I rimpatri prematuri comportano rischi significativi, non da ultimo, alimentando un ciclo di sfollamenti, sia all'interno della Siria che a livello transfrontaliero, e aggravando in ultima analisi la crisi.

Oltre agli sfollamenti di massa, la Siria sta affrontando una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Nel conflitto sono state distrutte ampie parti delle infrastrutture siriane, tra cui ospedali, scuole e alloggi. La maggior parte dei rifugiati non ha alloggi dove tornare. Molte regioni registrano ancora carenze di cibo, acqua pulita e cure mediche. La mancanza di servizi di base, di opportunità economiche e di sicurezza rende difficile per i rimpatriati ricostruire la propria vita in modo sostenibile e dignitoso. Un dato sconcertante: ben il 90 % della popolazione siriana vive al di sotto della soglia di povertà.

Nelle ultime settimane i rimpatri volontari di siriani dal Libano, dalla Turchia e dalla Giordania sono notevolmente aumentati, fino a 125 000 (pari a circa 7 000 al giorno), secondo stime preliminari. Sebbene tali rimpatri siano guidati da scelte individuali, l'UNHCR si impegna a sostenere coloro che decidono di rientrare in questo momento.

Sono molti i siriani in Europa e nei paesi vicini che cercano di capire quanto sia sicuro tornare e che cosa troveranno in termini di servizi di base e opportunità di ricostruire la loro vita, e tutti desiderano ardentemente riunirsi con i propri cari. Per questo motivo, in molti desiderano tornare a casa per brevi periodi, in modo da valutare la situazione sul campo. E devono essere in grado di farlo senza temere di perdere lo status di rifugiato in Europa. Questi viaggi "per andare a vedere" sono essenziali per consentire alle persone di prendere decisioni informate che porteranno a risultati migliori, compresi rimpatri sicuri e duraturi.

La pazienza e la cautela sono fondamentali, in quanto i siriani attendono le giuste condizioni per un rimpatrio sicuro e una reintegrazione efficace nelle loro comunità. Molti siriani iniziano a prendere in considerazione il rientro in patria e l'UNHCR è pronto a sostenerli. Dopo essere stati sfollati per anni, questa potrebbe essere un'opportunità attesa da tempo, per molti, di porre fine al loro percorso di rifugiati e di scegliere una soluzione duratura con il ritorno in Siria. L'Unione europea e l'UNHCR continueranno ad essere al loro fianco, come lo sono stati durante il loro esilio, anche durante il loro ritorno e durante la ricostruzione di una nuova Siria.

Jean-Nicolas Beuze è il rappresentante dell'UNHCR presso l'UE, il Belgio, l'Irlanda, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e il Portogallo. In precedenza è stato rappresentante in Iraq, Yemen e Canada. Lavora da oltre 27 anni per le Nazioni Unite, sia sul campo che presso la sede centrale, nei settori dei diritti umani, del mantenimento della pace e della protezione dei minori.

L'azione dell'UE nella Siria post-Assad deve trovare un equilibrio tra le esigenze umanitarie, la politica migratoria e la stabilizzazione e ricostruzione del paese. La politica interna e le considerazioni a breve termine rischiano di dare priorità ai rimpatri e di accelerarli, mentre approcci coordinati ed equilibrati potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella stabilizzazione della Siria e nella promozione dello sviluppo a lungo termine, scrive l'ospite a sorpresa di CESE Info, Alberto-Horst Neidhardt, uno dei principali esperti in materia di migrazione presso il Centro di politica europea.

 

 

L'azione dell'UE nella Siria post-Assad deve trovare un equilibrio tra le esigenze umanitarie, la politica migratoria e la stabilizzazione e ricostruzione del paese. La politica interna e le considerazioni a breve termine rischiano di dare priorità ai rimpatri e di accelerarli, mentre approcci coordinati ed equilibrati potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella stabilizzazione della Siria e nella promozione dello sviluppo a lungo termine, scrive l'ospite a sorpresa di CESE Info, Alberto-Horst Neidhardt, uno dei principali esperti in materia di migrazione presso il Centro di politica europea.

Alberto-Horst Neidhardt è analista politico senior e capo del programma europeo per la diversità e la migrazione presso il Centro di politica europea (EPC). Si occupa di legislazione e politiche in materia di asilo e migrazione, diritti dei cittadini dell'UE, disinformazione e politica della migrazione. Ha conseguito il dottorato in diritto dell'UE presso l'Istituto universitario europeo. Insegna politiche di migrazione e mobilità, governance dell'UE ed elaborazione di politiche etiche all'Università cattolica di Lilla.

 

Di Alberto-Horst Neidhardt

A un mese dalla caduta del brutale governo di Bashar al-Assad, la risposta ufficiale dell'UE si limita in grande misura all'annuncio di aiuti allo sviluppo e alla stabilizzazione economica. Non è stato chiarito se e quando le sanzioni nei confronti della Siria saranno revocate. Il sostegno europeo dipenderà dalla protezione delle minoranze e da altre garanzie, le cui prospettive restano incerte. Le complesse dinamiche politiche, umanitarie e di sicurezza della Siria fanno ritenere che qualsiasi consolidamento democratico sarà lungo e impegnativo. 

Di Alberto-Horst Neidhardt

A un mese dalla caduta del brutale governo di Bashar al-Assad, la risposta ufficiale dell'UE si limita in grande misura all'annuncio di aiuti allo sviluppo e alla stabilizzazione economica. Non è stato chiarito se e quando le sanzioni nei confronti della Siria saranno revocate. Il sostegno europeo dipenderà dalla protezione delle minoranze e da altre garanzie, le cui prospettive restano incerte. Le complesse dinamiche politiche, umanitarie e di sicurezza della Siria fanno ritenere che qualsiasi consolidamento democratico sarà lungo e impegnativo. Questa situazione metterà alla prova la capacità dell'UE di parlare con una sola voce e di agire congiuntamente per quanto riguarda il futuro del paese. Invece, vari paesi europei non hanno esitato a sottolineare una priorità immediata e comune: rimpatriare gli sfollati siriani. A dicembre, pochi giorni dopo la perdita di Damasco da parte del regime di Assad, l'Austria — dove il leader dell'FPÖ Herbert Kickl ha ricevuto un mandato per formare un nuovo governo — ha annunciato un "bonus rimpatri" e un programma di espulsione per le persone con precedenti penali. Nei Paesi Bassi, il governo di coalizione ispirato dal nazionalista di destra Geert Wilders prevede di individuare aree sicure per i rimpatri. La Germania, dal canto suo, ha annunciato che la protezione concessa ai siriani sarà "riesaminata e revocata" se il paese si stabilizzerà. Altri paesi europei hanno fatto dichiarazioni simili o stanno seguendo attentamente la situazione. Alla luce di quanto precede, anche la decisione di revocare le sanzioni può essere dettata dall'obiettivo di attuare i rimpatri piuttosto che da un cambiamento di opinione sulla nuova leadership siriana.

Con l'aumento del sostegno ai partiti di estrema destra e anti-immigrazione in tutta Europa — e con l'imminenza delle elezioni federali tedesche — la visione degli Stati membri per la Siria rischia di essere dettata da priorità nazionali e calcoli elettorali a breve termine. Tra il 2015 e il 2024 oltre un milione di siriani hanno ottenuto protezione dagli Stati membri dell'UE, per la maggior parte in Germania. La loro presenza si è convertita in una questione politica e sociale controversa. In un contesto di incidenti ampiamente pubblicizzati riguardanti la sicurezza, di inflazione elevata e di aumento dei costi energetici, il sentimento pubblico in molti paesi che ospitano rifugiati è divenuto meno propenso all'accoglienza. Questo cambiamento ha sdoganato la retorica e le politiche ostili. Nonostante gli inviti lanciati dalla Commissione europea e dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati affinché si adotti un approccio prudente nei confronti dei rimpatri, questa dinamica potrebbe spingere i governi europei ad accelerarli, anche unilateralmente.

Dalla caduta del regime di Assad nel dicembre scorso, oltre 125 000 rifugiati sono già tornati in Siria, per lo più da paesi vicini. Tuttavia, le loro prospettive sono tutt'altro che incoraggianti. Anche prima dei recenti avvenimenti, oltre la metà della popolazione siriana si trovava in condizioni di insicurezza alimentare, con tre milioni di persone in condizioni di grave carenza alimentare. Poiché numerose abitazioni sono state distrutte dal conflitto, le strutture di accoglienza sono già piene. Secondo l'UNHCR servono quasi 300 milioni di EUR per l'alloggio, il cibo e l'acqua per quelli che ritornano. Mentre l'UE e gli Stati membri dovrebbero sviluppare approcci coordinati per facilitare a lungo termine un rimpatrio sicuro e volontario dei siriani, la priorità immediata dovrebbe essere quella di rispondere alle esigenze umanitarie del paese in tale contesto. Costringere i rifugiati a ritornare rapidamente in un paese instabile e dilaniato dalla guerra potrebbe nei fatti risultare controproducente, limitando ulteriormente l'accesso a cibo, energia e alloggi. Rimpatri su vasta scala potrebbero anche perturbare il tessuto etnico e socioeconomico di regioni già fragili. Un approccio equilibrato e sostenibile è ancor più giustificato alla luce del potenziale contributo della diaspora siriana agli sforzi di ricostruzione. Il paese avrà bisogno di ingegneri, medici, amministratori, insegnanti e operai con vari livelli di competenza. I siriani hanno acquisito competenze ed esperienze preziose in Europa in tutti i settori pertinenti, comprese l'istruzione, l'edilizia e l'assistenza sanitaria, ma non sarà facile reperire i profili giusti. Inoltre un rimpatrio permanente non costituirebbe una condizione preliminare per contribuire alla ricostruzione: le rimesse provenienti dall'Europa potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella riduzione della povertà e nello sviluppo sostenibile. Impegnandosi nella diaspora, i siriani che vivono in Europa potrebbero anche contribuire a rafforzare i legami diplomatici e culturali tra l'UE e la Siria post-Assad.

Può però verificarsi che gli Stati membri abbiano difficoltà ad adottare un approccio equilibrato e non riescano a perseguire un'agenda coordinata. Alcuni di essi potrebbero dare priorità alla stabilità a lungo termine e alla ricostruzione della Siria, consentendo che i rimpatri avvengano spontaneamente. Altri potrebbero accelerare l'offerta di incentivi finanziari al rimpatrio volontario o addirittura rivedere sistematicamente lo status dei siriani non appena la situazione umanitaria sia migliorata, anche leggermente. Tuttavia, l'attuazione di un riesame sistematico dello status di rifugiato andrà incontro a notevoli ostacoli giuridici e comporterà ingenti costi finanziari e amministrativi. Tra l'altro, qualsiasi incentivo al rimpatrio dovrà tenere conto del fatto che la maggior parte dei siriani sfollati in Europa è ormai insediata, e oltre 300 000 persone hanno acquisito la cittadinanza dell'UE. Per di più, le pessime prospettive economiche e occupazionali della Siria possono dissuadere dal ritornare anche chi è più motivato a farlo. In questo contesto molto dipenderà dal fatto che i siriani siano autorizzati o meno a partecipare ai cosiddetti "movimenti pendolari", ossia a rientrare in Siria per periodi limitati mentre i paesi europei ospitanti continuano a offrire loro opportunità sostenibili per un rimpatrio più permanente. Tali questioni saranno inevitabilmente interconnesse con discussioni più ampie sulla politica migratoria dell'UE. I futuri negoziati sulla revisione della direttiva UE che disciplina i rimpatri, per la quale si attende a breve una proposta della Commissione europea, potrebbero ricevere un impulso decisivo in funzione dell'evoluzione delle discussioni sui rimpatri dei siriani. Ma la revisione della direttiva potrebbe anche far emergere ulteriori divisioni tra gli Stati membri dell'UE. Poiché le politiche migratorie necessitano di un profondo ripensamento per affrontare efficacemente le sfide odierne, l'approccio dell'UE nei confronti degli sfollati siriani costituirà probabilmente un primo punto di svolta critico nel nuovo ciclo.

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