La competitività sembra un tema assai in voga di questi tempi, e la deregolamentazione è vista da molti come la ricetta magica per mettere l'Europa al centro della scena economica mondiale. Tuttavia, vi sono molti modi per misurare la competitività e non esiste un'unica risposta universale alla domanda di cosa costituisca un "eccesso di regolamentazione". Se non gestiti con cautela, i dibattiti sulla competitività e la deregolamentazione rischiano di sprofondare in discussioni semplicistiche e dogmatiche che potrebbero compromettere un'elaborazione sensata delle politiche economiche, come scrive il nostro ospite a sorpresa Karel Lannoo, direttore generale del Centro per gli studi politici europei (CEPS).

La competitività sembra un tema assai in voga di questi tempi, e la deregolamentazione è vista da molti come la ricetta magica per mettere l'Europa al centro della scena economica mondiale. Tuttavia, vi sono molti modi per misurare la competitività e non esiste un'unica risposta universale alla domanda di cosa costituisca un "eccesso di regolamentazione". Se non gestiti con cautela, i dibattiti sulla competitività e la deregolamentazione rischiano di sprofondare in discussioni semplicistiche e dogmatiche che potrebbero compromettere un'elaborazione sensata delle politiche economiche, come scrive il nostro ospite a sorpresa Karel Lannoo, direttore generale del Centro per gli studi politici europei (CEPS).

Karel Lannoo è il direttore generale del CEPS, uno dei principali gruppi di riflessione indipendenti europei. Le sue recenti pubblicazioni, incentrate su temi quali la regolamentazione finanziaria, la governance economica europea e le questioni relative al mercato unico, comprendono "Understanding Europe" (in neerlandese), una relazione della task force sulla politica del settore finanziario per la Commissione von der Leyen II e vari contributi a volumi e articoli accademici. Karel è spesso invitato a partecipare ad audizioni organizzate dalle istituzioni dell'UE e da altre istituzioni nazionali e internazionali, nonché a convegni internazionali e a programmi per dirigenti. Cura studi per governi nazionali, organizzazioni multilaterali ed enti del settore privato, e collabora frequentemente con vari organi di stampa. Fa parte inoltre dei consigli di amministrazione di società e fondazioni ed è membro di consigli consultivi, tra cui la commissione per i mercati dei capitali dell'AFM, l'autorità di vigilanza dei mercati dei capitali dei Paesi Bassi.

a cura di Stefano Palmieri
gruppo Lavoratori del CESE

Pur differendo in modo significativo nelle rispettive analisi e nelle strategie proposte, le relazioni Letta e Draghi presentano notevoli elementi di sovrapposizione.

a cura di Stefano Palmieri,
del gruppo Lavoratori del CESE

Pur differendo in modo significativo nelle rispettive analisi e nelle strategie proposte, le relazioni Letta e Draghi presentano notevoli elementi di sovrapposizione.

Si consideri, ad esempio, la politica di coesione. Per la relazione Letta, tale politica svolge un ruolo centrale, facendo sì che i benefici del mercato unico siano condivisi da tutti i cittadini e da tutte le regioni dell'Unione. Questa relazione sottolinea inoltre il nesso tra la politica di coesione e i servizi di interesse generale, essenziali per consentire ai cittadini europei di vivere e lavorare dove desiderano. Per contro, la relazione Draghi sembra ridimensionare l'importanza della politica di coesione e sminuire la dimensione sociale e territoriale della competitività. Quest'ultima relazione, infatti, tratta della competitività europea senza considerare le disparità territoriali, sottintendendo che il mero incremento della competitività complessiva dell'UE basterebbe a risolvere le criticità regionali. Ragionando così, tuttavia, non si tiene conto del fatto che, per molte regioni, la scarsa competitività e lo svantaggio territoriale sono due facce della stessa medaglia.

Entrambe le relazioni riconoscono che, per l'Unione europea, il mantenimento dello status quo non è più un'opzione accettabile. L'urgenza e la complessità delle crisi attuali impongono un cambiamento significativo nel processo di elaborazione delle politiche europee, eventualmente anche attraverso modifiche dei Trattati. Possiamo davvero parlare di un nuovo allargamento senza affrontare la necessità di una maggiore integrazione politica? Il cambiamento di cui abbiamo bisogno deve comportare anche un cambiamento di scala. L'attuale quadro finanziario pluriennale (QFP) è insufficiente, circoscritto com'è a poco più dell'1 % dell'RNL dell'UE e frenato com'è dalla logica obsoleta del "giusto ritorno". È necessario un nuovo approccio, ispirato al modello dell'iniziativa Next Generation EU. A sfide straordinarie bisogna rispondere con soluzioni audaci, compresa l'emissione di "attività sicure comuni" (common safe assets), come avvenuto durante la pandemia di COVID-19.

Il prossimo QFP (quello per il periodo 2028-2034) sarà un banco di prova delle vere intenzioni dell'UE, in quanto stabilirà le priorità per i prossimi sette anni. In tale contesto, è ragionevole attendersi un dibattito aperto sulle sfide che attendono l'Unione – considerate le molteplici crisi in atto – nonché sugli obiettivi fondamentali dell'UE e sui beni comuni europei che essa mira a garantire ai suoi cittadini.

Nel valutare l'opportunità di una riforma normativa, come raccomandato in entrambe le relazioni, è importante ricordare che l'UE è l'"economia sociale di mercato" più avanzata al mondo e che i suoi alti standard economici, sociali e ambientali sono condizioni essenziali, e non ostacoli, per il successo di questo modello. Pertanto, il confronto tra le normative dell'UE e quelle degli Stati Uniti o della Cina poggia su presupposti sbagliati. Qualsiasi sforzo volto a semplificare le norme dell'UE deve comunque salvaguardare le condizioni di lavoro, la sicurezza dei lavoratori, i diritti dei consumatori, la coesione sociale ed economica e la crescita sostenibile.

L'Europa è arrivata a capire, sia pure tardivamente, che non è più sufficiente essere un grande mercato. Per progredire, essa deve adoperarsi per una maggiore unità, il che significa anche e soprattutto una più profonda integrazione politica e politiche realmente uniformi in materia di economia, industria, commercio, affari esteri e difesa. I prossimi mesi saranno decisivi per plasmare il futuro dell'Europa.

di Karel Lannoo

Di questi tempi va di moda dire che l'Europa non è competitiva e che occorre una massiccia campagna di deregolamentazione al livello dell'UE. Tuttavia, la misura in cui la situazione economica si può considerare problematica dipende dalla definizione di "competitività", dal denominatore utilizzato e dal parametro di riferimento, nonché dalle circostanze.

di Karel Lannoo

Di questi tempi va di moda dire che l'Europa non è competitiva e che occorre una massiccia campagna di deregolamentazione al livello dell'UE. Tuttavia, la misura in cui la situazione economica si può considerare problematica dipende dalla definizione di "competitività", dal denominatore utilizzato e dal parametro di riferimento, nonché dalle circostanze.

Inoltre, si tende a far corrispondere la competitività alla deregolamentazione, il che non è corretto, come se la soluzione fosse una massiccia operazione di semplificazione. È quindi importante scegliere i parametri giusti per mantenere negli argini il discorso, che altrimenti rischia di sfuggire di mano e fare il gioco degli euroscettici.

La competitività come obiettivo politico è tornata in auge, anche se in realtà non è mai scomparsa dall'orizzonte: è importante ricordare alcuni precedenti. Con la strategia di Lisbona, adottata formalmente dal Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000, l'UE si proponeva di diventare "l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale". Già durante gli anni della presidenza Delors la competitività era una preoccupazione per la Commissione europea: per capirlo basta leggere il famoso articolo di Paul Krugman del 1994, che la definiva una "pericolosa ossessione". All'epoca il Presidente Delors era preoccupato per l'aumento della disoccupazione europea, una situazione che aveva per sfondo la concorrenza mossa dagli Stati Uniti e dal Giappone, e proponeva, come soluzione, un programma di investimenti nelle infrastrutture e nell'alta tecnologia. Una ricetta che abbiamo già sentito.

Anche la semplificazione legislativa è da tempo in cima all'agenda. Le iniziative del programma SLIM ("Semplificare la legislazione per il mercato interno") sono iniziate già nel 1996, quando l'UE contava 15 Stati membri. Negli anni 2005-06, prima della crisi finanziaria, il commissario Charles McCreevy (2004-2009) aveva caldeggiato le cosiddette "pause normative". Ai tempi della Commissione Juncker il vicepresidente Frans Timmermans è stato incaricato di un programma per "legiferare meglio". Sebbene tutti questi piani fossero lodevoli, sarebbe meglio affrontare le cause profonde della complessità normativa – il processo decisionale e l'attuazione inadeguata – anziché limitarsi a curare i sintomi. Ma con 27 Stati membri, questo è più facile a dirsi che a farsi.

La competitività, almeno per come è definita nella relazione Draghi, riguarda più che altro la produttività e la crescita del PIL, e i risultati possono essere molto diversi a seconda del denominatore utilizzato. Esistono però anche altri modi di misurare la competitività. Si potrebbe ad esempio esaminare la competitività interna rispetto a quella esterna. Sul piano interno, l'UE appare debole, con un calo della produttività rispetto agli Stati Uniti. All'esterno, tuttavia, l'UE presenta un saldo attivo per quanto riguarda la bilancia commerciale e le partite correnti, mentre gli Stati Uniti devono fare fronte a un disavanzo enorme, ma questo non sembra costituire un problema (tranne per il Presidente Trump).

L'UE vanta anche una posizione di bilancio molto migliore rispetto agli Stati Uniti o persino al Giappone, anche se non disponiamo di dati precisi per un confronto esatto con la Cina. Nel 2024 il deficit di bilancio dell'UE era pari a circa il 3,5 % del PIL, mentre negli Stati Uniti era quasi il doppio (6,4 %). Gli Stati Uniti possono finanziare il loro disavanzo sui mercati internazionali grazie alla posizione mondiale del dollaro, anche se i tassi di interesse a medio termine nell'UE e negli Stati Uniti sono divergenti, il che è un indice delle preoccupazioni del mercato circa l'economia statunitense. Attualmente, il tasso d'interesse attivo a sei mesi applicato nei mercati al dollaro statunitense è pari al 4,8 %, mentre nella zona euro è al 2,5 % (Euribor).

Inoltre, i prezzi dell'energia nell'UE sono molto più elevati rispetto agli Stati Uniti dalla metà del 2021, cioè da quando Putin ha iniziato a manipolare i prezzi, il che rappresenta un problema di competitività per l'industria manifatturiera, e in particolare per la Germania. Oggi il costo dell'energia nell'UE è superiore di almeno il 50 % a quello negli Stati Uniti.

La politica energetica è un altro buon esempio del dibattito sulla normativa: è l'eccesso di regolamentazione il problema? Al contrario, l'UE dispone di un mercato unico dell'energia per la distribuzione, ma non per la produzione, che rimane sotto il controllo degli Stati membri. Ciò crea problemi nei paesi con un eccesso di produzione, in quanto determina l'aumento dei prezzi a causa della penuria di energia in altri paesi, come avviene tra Svezia e Germania.

Nel settore digitale, inoltre, ci si potrebbe chiedere se l'assenza di regolamentazione sia davvero meglio. Vogliamo la libertà di parola in stile statunitense e nessuna moderazione dei contenuti? Vogliamo un mercato oligopolistico come quello attuale?

Questa breve riflessione sottolinea che qualsiasi dibattito sulla competitività e la deregolamentazione deve essere affrontato con la massima cautela per evitare che scada in una discussione dogmatica, che potrebbe avere un impatto negativo su una definizione sensata delle politiche economiche.

a cura di Giuseppe Guerini
, del gruppo "Organizzazioni della società civile" del CESE

Lo scorso anno la Commissione europea e il Consiglio europeo hanno incaricato Mario Draghi ed Enrico Letta di elaborare due relazioni, rispettivamente sulla competitività dell'UE e sul rafforzamento del mercato unico. Tali relazioni definiscono un'agenda politica ambiziosa per l'Unione europea, fungendo sia da tabella di marcia che da parametro di riferimento per valutare l'impegno delle istituzioni e dei responsabili politici a plasmare il futuro dell'UE e la loro capacità di tradurre tale impegno in realtà.

a cura di Giuseppe Guerini
, del gruppo "Organizzazioni della società civile" del CESE

Lo scorso anno la Commissione europea e il Consiglio europeo hanno incaricato Mario Draghi ed Enrico Letta di elaborare due relazioni, rispettivamente sulla competitività dell'UE e sul rafforzamento del mercato unico. Tali relazioni definiscono un'agenda politica ambiziosa per l'Unione europea, fungendo sia da tabella di marcia che da parametro di riferimento per valutare l'impegno delle istituzioni e dei responsabili politici a plasmare il futuro dell'UE e la loro capacità di tradurre tale impegno in realtà.

La relazioni Draghi e Letta possono essere utilizzate per misurare l'efficacia con cui le istituzioni e i leader stanno rispondendo alle complesse sfide odierne.

Il parere elaborato dal CESE sulle due relazioni costituisce uno strumento prezioso per valutare le prime fasi di questo nuovo ciclo politico. In quest'ambito, la prima iniziativa è rappresentata dalla bussola per la competitività, lanciata il 29 gennaio dalla Commissione europea. La bussola comprende diverse proposte di misure altamente prioritarie, evidenziate anche nel nostro parere, come colmare il divario di competitività, completare il mercato unico, semplificare la regolamentazione senza arrivare alle deregolamentazione e riconoscere che la competitività dipende dalle persone e dalle competenze.

Tuttavia, al di là del divario di competitività, quello che manca sono le azioni concrete. Finora la Commissione ha presentato documenti strategici, comunicazioni e impegni, ma per le misure tangibili si dovranno aspettare ancora dei mesi. Come osservato nel nostro parere, questo ritardo mette in luce la necessità che le istituzioni dell'UE e gli Stati membri avviino anche un dibattito sulle regole fondamentali dell'Unione e sull'idoneità dei Trattati in vigore ad affrontare le sfide attuali, che richiedono rapidità di azione.

Ma agire rapidamente non significa transigere sulla qualità, e la Commissione europea lo ha dimostrato nel 2020, quando ha attuato in tempi brevissimi l'iniziativa Next Generation EU. Oggi essa dovrebbe dar prova di quella stessa agilità.

Il conseguimento di questi obiettivi richiede un approccio multidimensionale. Completare rapidamente il mercato unico è fondamentale, ma ciò deve andare di pari passo con un forte impegno a favore della sostenibilità ambientale, della prosperità economica e della coesione sociale e territoriale, in quanto fattori chiave della competitività.

Questa visione richiede anche una politica industriale coesa, in grado di superare l'attuale frammentazione degli approcci nazionali, con il sostegno di incentivi fiscali e doganali strategici. Allo stesso tempo, la riduzione degli oneri burocratici e dei costi di conformità attraverso una regolamentazione più intelligente e processi amministrativi semplificati è essenziale per promuovere un contesto imprenditoriale più dinamico.

Nel settore dell'energia è vitale ridurre le disparità nei prezzi tra gli Stati membri e le altre economie mondiali. A tal fine si dovranno aumentare gli investimenti nelle energie rinnovabili, garantendo un mercato dell'energia più competitivo e sostenibile.

Per sostenere queste ambizioni, l'UE deve anche mettere a punto una politica comune in materia di beni pubblici europei, definendo chiaramente le proprie priorità strategiche e rafforzando il proprio ruolo sulla scena mondiale.

Il CESE continuerà a monitorare l'attuazione di tali politiche, garantendo che la voce della società civile europea venga ascoltata e sia presa in considerazione.

a cura di Matteo Carlo Borsani
gruppo Datori di lavoro del CESE

Come prima cosa, nel suo parere il CESE chiede di intervenire con urgenza per attuare le raccomandazioni contenute nelle relazioni Letta e Draghi. Personalmente ritengo che le due relazioni vadano attuate nella loro totalità: non possiamo scegliere soltanto le raccomandazioni che ci fanno comodo, limitando le proposte e l'attenzione agli aspetti che ci appaiono meno impegnativi ed evitando le tematiche più critiche e controverse, come gli investimenti. 

a cura di Matteo Carlo Borsani
gruppo Datori di lavoro del CESE

Come prima cosa, nel suo parere il CESE chiede di intervenire con urgenza per attuare le raccomandazioni contenute nelle relazioni Letta e Draghi. Personalmente ritengo che le due relazioni vadano attuate nella loro totalità: non possiamo scegliere soltanto le raccomandazioni che ci fanno comodo, limitando le proposte e l'attenzione agli aspetti che ci appaiono meno impegnativi ed evitando le tematiche più critiche e controverse, come gli investimenti. 

Per quanto riguarda la relazione Draghi, data l'evidente importanza che essa riserva al tema della competitività dell'UE nel suo complesso, considero fondamentali le raccomandazioni sulla politica industriale dell'UE e in particolare il suo insistere sulla necessità di adottare una politica industriale in grado di superare l'attuale approccio frammentato. Oggi abbiamo 27 politiche industriali nazionali, che non sempre sono coordinate. È soltanto attraverso un organico sforzo europeo che potremo garantire la combinazione dinamica di misure fiscali, regolatorie, commerciali/doganali e di incentivo finanziario che caratterizza le più recenti politiche industriali di USA e Cina e che porterà enormi vantaggi per il mercato unico.

Tuttavia, tale impegno dovrebbe andare di pari passo con una drastica riduzione degli oneri burocratici per le imprese; ed è per questo che apprezzo in modo particolare la richiesta di Letta di "un mercato unico per andare veloce e lontano". Tra le sue principali raccomandazioni, Letta invita a razionalizzare gli oneri burocratici, a semplificare le procedure amministrative e ad adottare ulteriori misure per "ridurre la burocrazia", in particolare per le piccole e medie imprese (PMI). In quest'ottica, nel suo parere il CESE accoglie con favore la proposta della Commissione di ridurre del 25 % gli oneri di comunicazione per tutte le imprese, fissando un obiettivo di almeno il 50 % per le PMI. Inoltre, sviluppando e approfondendo la raccomandazione di Letta di considerare la possibilità di un meccanismo che assista i colegislatori con una valutazione d'impatto dinamica, il CESE sostiene fermamente l'idea di una "verifica della competitività" da effettuare nel corso dell'iter legislativo.

Con l'intelligenza artificiale che ridisegna il mondo del lavoro, è essenziale continuare a promuovere un'IA antropocentrica e propugnare politiche che controbilancino il forte sviluppo dell'IA in Europa con la giustizia sociale e i diritti dei lavoratori

Con l'intelligenza artificiale che ridisegna il mondo del lavoro, è essenziale continuare a promuovere un'IA antropocentrica e propugnare politiche che controbilancino il forte sviluppo dell'IA in Europa con la giustizia sociale e i diritti dei lavoratori

Nella sessione plenaria di gennaio il CESE ha tenuto un dibattito sull'applicazione dell'intelligenza artificiale (IA) al mondo del lavoro, con interventi del Presidente del CESE Oliver Röpke, della vicepresidente esecutiva della Commissione europea Roxana Mînzatu e della viceministra polacca della Famiglia, del lavoro e delle politiche sociali Katarzyna Nowakowska.

Aprendo il dibattito, il Presidente Röpke ha dichiarato che "l'intelligenza artificiale è una delle tendenze più trasformative del nostro tempo, che offre un immenso potenziale ma pone anche sfide cruciali. Il dibattito di oggi intende ribadire l'importanza di ancorare la politica in materia di IA ai principi del pilastro europeo dei diritti sociali".

Da parte sua, la vicepresidente della CE Mînzatu ha affermato che, "per quanto concerne l'IA, in particolare nel mondo del lavoro, dovremmo studiare i modi di stimolare i nostri investimenti nella ricerca e nell'innovazione e di semplificare le modalità di sviluppo delle imprese europee in questo campo, per fare in modo che la nostra IA sia addestrata sulla base di dati europei e dei valori europei. L'adesione ai nostri valori in materia di diritti sociali e di uguaglianza fa sì che i lavoratori europei abbiano gli stessi diritti in un mondo con o senza l'IA, che tali diritti siano tutelati e che sia sempre garantito il controllo da parte dell'uomo".

La ministra polacca Nowakowska ha osservato che l'intelligenza artificiale nel mondo del lavoro offre enormi opportunità per aumentare la produttività e la competitività delle imprese, ma solleva anche una serie di interrogativi sul suo potenziale impatto sui posti di lavoro e sull'occupazione, sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori, sulle condizioni di lavoro, sulla qualità generale del lavoro e sul ruolo del dialogo sociale.

Adozione del parere sull'IA a favore dei lavoratori e del controparere ad esso allegato

Dopo il dibattito, l'Assemblea del CESE ha adottato il parere d'iniziativa intitolato Un'intelligenza artificiale a favore dei lavoratori: leve per sfruttare le potenzialità e attenuare i rischi dell'IA in relazione alle politiche dell'occupazione e del mercato del lavoro, elaborato dalla relatrice Franca Salis-Madinier. Il parere è stato adottato con 142 voti a favore, 103 contrari e 14 astensioni e non ha ottenuto il sostegno del gruppo Datori di lavoro del CESE, che ha presentato un controparere.

Nel parere, il CESE sottolinea che il dialogo sociale e il coinvolgimento dei lavoratori sono fattori cruciali per la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori e la promozione di un'IA "affidabile" nel mondo del lavoro, aggiungendo che le norme in vigore dovrebbero colmare le lacune nella tutela dei diritti dei lavoratori sul lavoro e garantire che gli esseri umani mantengano il controllo di tutte le interazioni uomo-macchina.

Il controparere del gruppo Datori di lavoro è stato allegato al parere. I membri di tale gruppo hanno spiegano che, a loro avviso, l'UE dispone già degli strumenti adatti per abbracciare la rivoluzione dell'IA e il quadro giuridico esistente è idoneo a garantire un impiego corretto di tale tecnologia. (lm)

L'intelligenza artificiale (IA) sta trasformando il mondo del lavoro a una velocità senza precedenti, creando sia opportunità che sfide per i lavoratori, le imprese e i responsabili politici. Lo scorso 3 febbraio il Comitato economico e sociale europeo (CESE) e l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) hanno tenuto un convegno congiunto ad alto livello sul tema "La giustizia sociale nell'era digitale: l'impatto dell'IA sul lavoro e sulla società".

L'intelligenza artificiale (IA) sta trasformando il mondo del lavoro a una velocità senza precedenti, creando sia opportunità che sfide per i lavoratori, le imprese e i responsabili politici. Lo scorso 3 febbraio il Comitato economico e sociale europeo (CESE) e l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) hanno tenuto un convegno congiunto ad alto livello sul tema "La giustizia sociale nell'era digitale: l'impatto dell'IA sul lavoro e sulla società".

All'evento hanno partecipato leader di spicco, tra cui le ministre del Lavoro di diversi Stati membri dell'UE, che hanno soppesato le strategie per sfruttare il potenziale dell'IA, considerando nel contempo i rischi che questa tecnologia comporta per i diritti dei lavoratori e i mercati del lavoro. Nel corso dell'evento, che ha costituito un importante contributo alla coalizione globale per la giustizia sociale, è stata evidenziata la necessità di adottare un approccio coordinato alla governance dell'IA a livello sia europeo che mondiale. Il convegno ad alto livello è stato organizzato congiuntamente dalla sezione Occupazione, affari sociali, cittadinanza (SOC) del CESE e dall'Organizzazione internazionale del lavoro.

Un appello a favore di uno sviluppo etico e inclusivo dell'IA

Nel suo intervento di apertura del convegno, il Presidente del CESE Oliver Röpke ha sottolineato l'urgente necessità di adottare un approccio antropocentrico all'IA, affermando che "l'intelligenza artificiale sta già rimodellando le nostre società e i nostri mercati del lavoro, creando sia opportunità che sfide. Il CESE e le organizzazioni sue partner si sono impegnate ad assicurare che l'IA funga da forza trainante della giustizia sociale, rafforzando i diritti dei lavoratori, promuovendo l'inclusione e prevenendo nuove disuguaglianze. Se vogliamo che in futuro l'intelligenza artificiale sia equa e antropocentrica, c'è bisogno di un'azione collettiva da parte dei responsabili politici, delle parti sociali e della società civile, per garantire che la tecnologia funzioni a favore delle persone e non contro di esse".

Il direttore generale dell'OIL Gilbert F. Houngbo ha sottolineato l'importanza di condurre politiche proattive per attenuare l'impatto dirompente dell'IA sull'occupazione e sui luoghi di lavoro: "Dobbiamo assicurarci che l'IA sia plasmata in modo da far progredire la giustizia sociale. Questo significa agire su più fronti: sostenere i lavoratori, anche per quel che concerne le competenze professionali e la protezione sociale; agevolare l'accesso delle imprese di tutte le dimensioni e parti del mondo alla tecnologia di IA per sfruttarne i vantaggi in termini di produttività; e garantire che l'integrazione dell'IA sul luogo di lavoro tuteli i diritti dei lavoratori e promuova il dialogo sociale nella transizione digitale".

Nel corso di due tavole rotonde, gli oratori di alto livello che hanno partecipato all'evento hanno condiviso le loro riflessioni sulle sfide e opportunità che l'IA presenta per promuovere il lavoro dignitoso e mercati del lavoro inclusivi, oltre che per contribuire alla parità di genere negli anni a venire. Tra gli oratori invitati figuravano le ministre del Lavoro Agnieszka Dziemianowicz-Bąk (Polonia), Yolanda Díaz (Spagna), Níki Keraméos (Grecia) e Maria do Rosário Palma Ramalho (Portogallo), nonché – tra le altre personalità – la delegata del governo francese all'OIL e al G7-G20, Anousheh Karvar.

I dibattiti hanno messo in evidenza il fatto che, sebbene la diffusione dell'IA comporti dei rischi, non c'è bisogno di assumere posizioni luddiste dei confronti di questa nuova tecnologia. È tuttavia essenziale privilegiare il dialogo sociale e coinvolgere i lavoratori nella diffusione dell'IA, prestando nel contempo particolare attenzione agli sforzi di riqualificazione e miglioramento delle competenze. Grazie a una diffusione e regolamentazione adeguate e controllate dell'IA, si contribuirà a evitare gravi shock e a sfruttare il potenziale di questa tecnologia di ridurre i compiti ripetitivi, senza che ne derivino necessariamente licenziamenti su larga scala. (lm)

Il 13 e 14 marzo 2025 il Comitato economico e sociale europeo accoglierà il proprio evento annuale destinato ai giovani: La vostra Europa, la vostra opinione! (Your Europe, Your Say! - YEYS), con oltre 130 partecipanti da tutta Europa e non solo. La manifestazione - unica nel suo genere - riunisce studenti delle scuole secondarie superiori, rappresentanti di organizzazioni giovanili e delegati dei consigli nazionali della gioventù, tra i 16 e i 25 anni di età, provenienti da tutti i 27 Stati membri dell'UE, da 9 paesi candidati all'adesione e dal Regno Unito.

Il 13 e 14 marzo 2025 il Comitato economico e sociale europeo accoglierà il proprio evento annuale destinato ai giovani: La vostra Europa, la vostra opinione! (Your Europe, Your Say! - YEYS), con oltre 130 partecipanti da tutta Europa e non solo. La manifestazione - unica nel suo genere - riunisce studenti delle scuole secondarie superiori, rappresentanti di organizzazioni giovanili e delegati dei consigli nazionali della gioventù, tra i 16 e i 25 anni di età, provenienti da tutti i 27 Stati membri dell'UE, da 9 paesi candidati all'adesione e dal Regno Unito.

Con il suo ampio ventaglio di seminari, tavole rotonde e dibattiti, YEYS offrirà ai giovani una piattaforma per contribuire attivamente a plasmare il futuro dell'Europa. In questa edizione 2025, intitolata Dare voce ai giovani, i partecipanti affronteranno temi cruciali quali la sostenibilità, l'inclusione sociale, la trasformazione digitale e altri ancora.

Le conclusioni di questi dibattiti e le idee e proposte che vi verranno presentate andranno ad arricchire lo svolgimento della seconda Settimana della società civile del CESE, e saranno anche messe in risalto in occasione dell'Evento europeo per i giovani (EYE) organizzato dal Parlamento europeo a Strasburgo nel giugno 2025.

L'evento sottolinea come sia fondamentale tradurre l'impegno dei giovani in azione civica, democrazia partecipativa e formazione delle politiche europee.

Continuate a seguirci per rimanere aggiornati sui risultati e le iniziative che scaturiranno da questo importante incontro. (kc)

Il futuro dell'industria dell'UE

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Di Maria Nikolopoulou

In vista della Giornata internazionale della donna e della 69ª sessione della commissione delle Nazione Unite sulla condizione femminile (CSW69), a New York, è il momento giusto per fare una riflessione e un bilancio sui risultati conseguiti in materia di parità di genere. Ed è anche il momento per guardare al futuro e per continuare a tracciare la via da seguire.

Di Maria Nikolopoulou

In vista della Giornata internazionale della donna e della 69ª sessione della commissione delle Nazione Unite sulla condizione femminile (CSW69), a New York, è il momento giusto per fare una riflessione e un bilancio sui risultati conseguiti in materia di parità di genere. Ed è anche il momento per guardare al futuro e per continuare a tracciare la via da seguire.

Per quanto riguarda il quadro legislativo, si osservano miglioramenti: più donne sono attive nel mercato del lavoro, percepiscono redditi migliori, raggiungono livelli di istruzione più elevati, ottengono una maggiore rappresentanza politica e ricoprono più posizioni di potere. Tali progressi però sono stati lenti e disomogenei negli Stati membri.

Tuttavia, finché persisteranno disuguaglianze strutturali, stereotipi di genere e arretramenti sui diritti femminili, le donne continueranno a essere sottorappresentate nella sfera pubblica, nella politica e nell'istruzione nelle discipline STEM, saranno esposte alla violenza online e offline e non avranno accesso alle risorse e al capitale per l'imprenditorialità. Saranno inoltre maggiormente esposte a condizioni di povertà di tempo e di denaro e i divari retributivi e pensionistici richiederanno troppi anni per essere colmati.

Devono essere compiuti passi avanti innanzitutto a livello di formazione, di finanziamenti e di impegno. Servono risorse per rafforzare le competenze delle donne, in vista della duplice transizione digitale e verde giusta, per finanziare piani d'azione nazionali di lotta alla violenza contro le donne e per impartire una formazione a tutto il personale che opera con le persone sopravvissute alla violenza.

Dobbiamo finanziare progetti imprenditoriali e istituire servizi di assistenza all'infanzia e agli anziani accessibili, di alta qualità e a prezzi abbordabili, al fine di alleggerire l'onere delle responsabilità di assistenza non retribuita che grava sulle donne. Inoltre, occorre un forte impegno per creare spazi sicuri, coinvolgendo un maggior numero di donne nei parlamenti locali e nazionali e nel Parlamento europeo, e garantendo la loro partecipazione attiva ai processi di risoluzione non violenta dei conflitti e di costruzione della pace, promuovendo nel contempo approcci inclusivi a livello di genere nell'ambito di tali processi.

Infine, disporre di un'ampia strategia europea per l'Agenda 2030 ci aiuterebbe a compiere progressi molto più rapidi nel rendere la parità di genere una componente fondamentale delle nostre politiche. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile dovrebbero essere affrontati nel loro insieme e non singolarmente.

I progressi compiuti nell'Unione europea sono "buoni", ma non bastano per gli uomini, le donne e le ragazze dell'UE che lottano perché la parità di genere diventi davvero una realtà. Il nostro ruolo di società civile consiste nell'aumentare la pressione sui responsabili politici affinché garantiscano progressi rapidi.