Nell'aprile 2024 Enrico Letta ha pubblicato la tanto attesa relazione sul futuro del mercato unico dell'UE, dal titolo Much More than a Market [Molto più di un mercato]. Nella sessione plenaria di gennaio il CESE ha adottato un parere sul tema Come sostenere i soggetti dell'economia sociale in linea con le norme in materia di aiuti di Stato: alcune riflessioni a seguito dei suggerimenti contenuti nella relazione di Enrico Letta. Abbiamo chiesto al relatore del parere, Giuseppe Guerini, in che misura e per quale motivo ha tratto ispirazione dalla relazione Letta, la quale invita tra l'altro le istituzioni europee a migliorare il quadro giuridico in materia di aiuti di Stato e a consentire alle imprese dell'economia sociale di ottenere più facilmente prestiti e finanziamenti. Sulla base delle conclusioni di questa relazione, in che modo il CESE intende aiutare tali imprese a rispettare le norme in materia di aiuti di Stato?

Nell'aprile 2024 Enrico Letta ha pubblicato la tanto attesa relazione sul futuro del mercato unico dell'UE, dal titolo Much More than a Market [Molto più di un mercato]. Nella sessione plenaria di gennaio il CESE ha adottato un parere sul tema Come sostenere i soggetti dell'economia sociale in linea con le norme in materia di aiuti di Stato: alcune riflessioni a seguito dei suggerimenti contenuti nella relazione di Enrico Letta. Abbiamo chiesto al relatore del parere, Giuseppe Guerini, in che misura e per quale motivo ha tratto ispirazione dalla relazione Letta, la quale invita tra l'altro le istituzioni europee a migliorare il quadro giuridico in materia di aiuti di Stato e a consentire alle imprese dell'economia sociale di ottenere più facilmente prestiti e finanziamenti. Sulla base delle conclusioni di questa relazione, in che modo il CESE intende aiutare tali imprese a rispettare le norme in materia di aiuti di Stato?

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L'origine e il contesto sociale di provenienza non dovrebbero mai essere degli ostacoli al successo, scrive Evgi Sadegie, amministratrice delegata di Schotstek, un'organizzazione con sede ad Amburgo e Berlino che promuove le pari opportunità e la diversità culturale nel mondo professionale. I programmi di borse di studio di Schotstek, unici nel loro genere, sono finalizzati a sostenere giovani intelligenti, ambiziosi e motivati, provenienti da un contesto migratorio, nel loro percorso verso posizioni di rilievo nella ricerca, nelle imprese e nella società. Aiutandoli a costruire una rete solida di contatti e dotandoli delle giuste competenze, Schotstek fornisce a studenti di talento e a giovani professionisti gli strumenti per realizzare appieno il loro potenziale.

L'origine e il contesto sociale di provenienza non dovrebbero mai essere degli ostacoli al successo, scrive Evgi Sadegie, amministratrice delegata di Schotstek, un'organizzazione con sede ad Amburgo e Berlino che promuove le pari opportunità e la diversità culturale nel mondo professionale. I programmi di borse di studio di Schotstek, unici nel loro genere, sono finalizzati a sostenere giovani intelligenti, ambiziosi e motivati, provenienti da un contesto migratorio, nel loro percorso verso posizioni di rilievo nella ricerca, nelle imprese e nella società. Aiutandoli a costruire una rete solida di contatti e dotandoli delle giuste competenze, Schotstek fornisce a studenti di talento e a giovani professionisti gli strumenti per realizzare appieno il loro potenziale.

Di Evgi Sadegie

La Germania è un paese culturalmente variegato, il che però non si rispecchia affatto nella sua leadership economica, scientifica, culturale e politica. Le persone provenienti da un contesto migratorio si trovano spesso ad affrontare ostacoli che accentuano le disuguaglianze sociali, lasciano inutilizzato il potenziale di innovazione e minano la coesione sociale. I pregiudizi, le disparità nelle opportunità di istruzione e la mancanza di modelli di riferimento e di reti di contatti ostacolano l'avanzamento di carriera di molte persone di talento.

La società Schotstek è stata fondata nel 2013 da Sigrid Berenberg insieme a un gruppo di amici. Avvocata di professione, Sigrid Berenberg è impegnata da anni nella promozione della giustizia sociale e della diversità. Insieme a persone animate dallo stesso spirito, ha creato Schotstek, specificamente pensata per aprire la strada a posizioni di leadership a giovani intelligenti, ambiziosi e motivati provenienti da un contesto migratorio. Ha sostenuto borsisti particolarmente brillanti, destinati a diventare futuri leader e decisori. Per molti anni Sigrid Berenberg si è occupata pienamente della gestione del programma su base del tutto volontaria.

Schotstek è una società senza scopo di lucro sostenuta da donazioni e iniziative congiunte con altre imprese. Il programma gode di un forte sostegno da parte di una rete di partner, organi consultivi e amici: tutti decisori ad alto livello provenienti da un ampio ventaglio di settori e culture. Degno di nota è il fatto che tre dei sette partner della società e l'attuale amministratrice delegata sono essi stessi ex borsisti del programma Schotstek. Questo dimostra come Schotstek passi sempre di più le redini dell'organizzazione ai talenti che sostiene, producendo così un impatto duraturo.

Schotstek offre un sostegno unico nel suo genere a studenti e giovani professionisti attraverso due programmi paralleli: uno ad Amburgo, al quale sono ammessi fino a 25 studenti all'anno, e l'altro ad Amburgo e Berlino, aperto a un massimo di 20 giovani professionisti. Dopo un biennio obbligatorio, i partecipanti rimangono nella rete di contatti e possono prendere parte agli eventi.

La missione centrale di Schotstek è la costruzione di reti di contatti solide: molti giovani provenienti da un contesto migratorio non hanno accesso ai legami professionali e sociali che sono cruciali per le opportunità di carriera. Schotstek li mette in contatto con ex borsisti, organi consultivi ed esperti del mondo imprenditoriale, scientifico, politico, culturale e sociale. Eventi regolari come serate tematiche e dibattiti con personalità di spicco promuovono gli scambi e ampliano gli orizzonti dei giovani partecipanti. Questi contatti dischiudono opportunità di carriera e creano una comunità che garantisce un sostegno a lungo termine e contribuisce al successo reciproco. Gli ex borsisti svolgono ora un ruolo fondamentale condividendo le loro conoscenze e le loro reti di contatti, oltre ad ampliare costantemente l'ambito di attività di Schotstek.

Schotstek offre seminari e coaching che preparano specificamente i partecipanti a ricoprire posizioni dirigenziali. La formazione impartita rafforza competenze chiave quali le capacità di comunicazione, la fiducia in se stessi e la leadership. I partecipanti ricevono anche un sostegno personale attraverso il tutoraggio. Sono messi in contatto con professionisti e dirigenti esperti che possono fornire preziose informazioni sul mondo del lavoro, sostenerli nella pianificazione della loro carriera e aiutarli ad affrontare le sfide professionali. I tutor fungono da modelli di riferimento, incoraggiando i partecipanti a perseguire i loro obiettivi professionali e a superare gli ostacoli.

Un'altra caratteristica specifica del programma offerto da Schotstek consiste nel promuovere la partecipazione alla vita culturale con la visita di musei, teatri – di prosa o lirici –, gallerie e altre istituzioni culturali. Questo rafforza la formazione culturale, lo sviluppo personale e l'identificazione con il proprio luogo di origine. Queste esperienze ampliano le prospettive dei borsisti e instillano un sentimento di appartenenza.

Schotstek cerca di promuovere la diversità a livello dirigenziale. L'origine e il contesto sociale di provenienza dovrebbero cessare di costituire degli ostacoli al successo. Da quando è stata fondata, Schotstek ha già sostenuto centinaia di giovani e vanta oltre 240 partecipanti ed ex borsisti ancora attivi. Molti di essi sono membri del comitato consultivo degli ex borsisti o ambasciatori, sostengono il lavoro sui social media o condividono le loro esperienze in veste di amici o tutor. Chiunque abbia fruito di una borsa di studio Schotstek rimane un membro permanente della rete di contatti: un meccanismo che consente un successo duraturo. L'estensione del programma alla città di Berlino nel 2023 dimostra che il concetto Schotstek può essere realizzato con buoni risultati anche in altre città.

Schotstek è qualcosa di più di un programma di sostegno: è un movimento che mostra in modo straordinario come si possa promuovere e rendere visibile la diversità agli alti livelli. Schotstek apre e crea opportunità che vanno al di là del successo individuale dei suoi ex borsisti e rappresenta un esempio di come la Germania possa sfruttare appieno il suo potenziale di paese di immigrazione. Promuovendo i talenti di eccellenza e abbattendo gli ostacoli, il programma svolge un ruolo fondamentale nel creare una società più equa e adeguata alle esigenze future: cosa essenziale in un mondo globalizzato.

Evgi Sadegie, laurea magistrale in turcologia, è amministratrice delegata di Schotstek gGmbH ed ex borsista dell'annata 2014. Prima del suo incarico attuale, ha guidato il progetto di tutoraggio "Yoldaş" presso la Fondazione civica di Amburgo, che sostiene i figli di famiglie turcofone svantaggiate sul piano socioeconomico. In tale ruolo, ha promosso le pari opportunità in relazione a un altro importante aspetto dell'uguaglianza. Forte della sua vasta esperienza in materia di gestione di progetti, in particolare nei settori del tutoraggio e della cooperazione interculturale, è attivamente impegnata nella promozione della diversità e dell'integrazione nella società.

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L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) è pronto a sostenere i siriani che considerano sicuro tornare a casa. Per tutti gli altri raccomanda invece di evitare i rimpatri forzati in un paese in preda all'incertezza politica e a una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, in cui ben il 90 % della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, scrive Jean-Nicolas Beuze dell'UNHCR.

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) è pronto a sostenere i siriani che considerano sicuro tornare a casa. Per tutti gli altri raccomanda invece di evitare i rimpatri forzati in un paese in preda all'incertezza politica e a una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, in cui ben il 90 % della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, scrive Jean-Nicolas Beuze dell'UNHCR.

Di Jean-Nicolas Beuze

Con la rapida evoluzione del panorama politico in Siria a seguito della caduta del presidente Bashar al-Assad, il dibattito sulla più grande popolazione mondiale di rifugiati ha assunto un ruolo centrale in tutta Europa.

Un numero crescente di paesi dell'UE sta bloccando le decisioni sulle domande di asilo per i siriani e alcuni hanno annunciato iniziative che prevedono voli charter e incentivi finanziari o "bonus rimpatri" per incoraggiare i rifugiati a tornare a casa. Altri starebbero addirittura pianificando di espellere i siriani attualmente presenti sul loro territorio, indipendentemente dallo status di asilo.

Per poter adottare decisioni informate in materia di asilo, gli Stati dell'UE devono valutare se, per i siriani che si trovano attualmente in Europa, la Siria sia un luogo sicuro dove rientrare. Tuttavia, a causa della rapida evoluzione della situazione sul terreno, in questo momento è impossibile formulare giudizi definitivi sulle condizioni di sicurezza presenti in questo paese, che rimangono infatti incerte, dato che, accanto alla possibilità di pace e di riconciliazione, sussiste anche il rischio di ulteriori violenze.

Milioni di rifugiati siriani che trovano all'estero si stanno interrogando sull'impatto che l'evoluzione della situazione attuale potrebbe esercitare sul loro futuro e si chiedono se la Siria sarà un luogo sicuro per loro e se i loro diritti saranno rispettati. Per alcuni sembrano esservi prospettive concrete di rientro, mentre per altri permangono serie preoccupazioni.

Quale futuro esiste per coloro che appartengono a minoranze etniche o religiose, che hanno opinioni politiche divergenti o che si identificano come parte della comunità LGBTQ + nella Siria attuale? La risposta è ancora tutt'altro che chiara.

Ciononostante, dobbiamo rispettare l'opinione di quanti considerano sicuro rientrare, eventualmente aiutandoli a rimpatriare e a reinserirsi nelle loro comunità di origine. Tuttavia, per tutti gli altri, l'UNHCR sconsiglia i rimpatri forzati a causa dell'instabilità e dell'incertezza politica presenti nel paese.

In caso di rimpatrio forzato dall'Unione europea, i siriani vedrebbero violati i loro diritti acquisiti in quanto rifugiati e rischierebbero di subire danni gravi e irreparabili al loro rientro.

La violenza armata, che imperversa in diverse aree della Siria, unita all'incertezza sulle modalità con le quali le nuove autorità risponderanno alle esigenze della popolazione, e in particolare dei gruppi vulnerabili, rende prematuro per molti prendere in considerazione il rimpatrio. È quindi importante rispettare la loro opinione al riguardo. Pertanto, gli Stati membri dell'UE, insieme ai paesi vicini alla Siria, che ospitano generosamente la maggior parte dei rifugiati siriani da oltre un decennio, devono continuare a mantenere il loro impegno a fornire protezione ai siriani sul loro territorio.

Su 1,1 milioni di sfollati interni a causa dell'escalation delle ostilità alla fine di novembre, circa 627 000 persone (per il 75 % donne e bambini) sono state nuovamente sfollate.

I rimpatri prematuri comportano rischi significativi, non da ultimo, alimentando un ciclo di sfollamenti, sia all'interno della Siria che a livello transfrontaliero, e aggravando in ultima analisi la crisi.

Oltre agli sfollamenti di massa, la Siria sta affrontando una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Nel conflitto sono state distrutte ampie parti delle infrastrutture siriane, tra cui ospedali, scuole e alloggi. La maggior parte dei rifugiati non ha alloggi dove tornare. Molte regioni registrano ancora carenze di cibo, acqua pulita e cure mediche. La mancanza di servizi di base, di opportunità economiche e di sicurezza rende difficile per i rimpatriati ricostruire la propria vita in modo sostenibile e dignitoso. Un dato sconcertante: ben il 90 % della popolazione siriana vive al di sotto della soglia di povertà.

Nelle ultime settimane i rimpatri volontari di siriani dal Libano, dalla Turchia e dalla Giordania sono notevolmente aumentati, fino a 125 000 (pari a circa 7 000 al giorno), secondo stime preliminari. Sebbene tali rimpatri siano guidati da scelte individuali, l'UNHCR si impegna a sostenere coloro che decidono di rientrare in questo momento.

Sono molti i siriani in Europa e nei paesi vicini che cercano di capire quanto sia sicuro tornare e che cosa troveranno in termini di servizi di base e opportunità di ricostruire la loro vita, e tutti desiderano ardentemente riunirsi con i propri cari. Per questo motivo, in molti desiderano tornare a casa per brevi periodi, in modo da valutare la situazione sul campo. E devono essere in grado di farlo senza temere di perdere lo status di rifugiato in Europa. Questi viaggi "per andare a vedere" sono essenziali per consentire alle persone di prendere decisioni informate che porteranno a risultati migliori, compresi rimpatri sicuri e duraturi.

La pazienza e la cautela sono fondamentali, in quanto i siriani attendono le giuste condizioni per un rimpatrio sicuro e una reintegrazione efficace nelle loro comunità. Molti siriani iniziano a prendere in considerazione il rientro in patria e l'UNHCR è pronto a sostenerli. Dopo essere stati sfollati per anni, questa potrebbe essere un'opportunità attesa da tempo, per molti, di porre fine al loro percorso di rifugiati e di scegliere una soluzione duratura con il ritorno in Siria. L'Unione europea e l'UNHCR continueranno ad essere al loro fianco, come lo sono stati durante il loro esilio, anche durante il loro ritorno e durante la ricostruzione di una nuova Siria.

Jean-Nicolas Beuze è il rappresentante dell'UNHCR presso l'UE, il Belgio, l'Irlanda, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e il Portogallo. In precedenza è stato rappresentante in Iraq, Yemen e Canada. Lavora da oltre 27 anni per le Nazioni Unite, sia sul campo che presso la sede centrale, nei settori dei diritti umani, del mantenimento della pace e della protezione dei minori.

L'azione dell'UE nella Siria post-Assad deve trovare un equilibrio tra le esigenze umanitarie, la politica migratoria e la stabilizzazione e ricostruzione del paese. La politica interna e le considerazioni a breve termine rischiano di dare priorità ai rimpatri e di accelerarli, mentre approcci coordinati ed equilibrati potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella stabilizzazione della Siria e nella promozione dello sviluppo a lungo termine, scrive l'ospite a sorpresa di CESE Info, Alberto-Horst Neidhardt, uno dei principali esperti in materia di migrazione presso il Centro di politica europea.

 

 

L'azione dell'UE nella Siria post-Assad deve trovare un equilibrio tra le esigenze umanitarie, la politica migratoria e la stabilizzazione e ricostruzione del paese. La politica interna e le considerazioni a breve termine rischiano di dare priorità ai rimpatri e di accelerarli, mentre approcci coordinati ed equilibrati potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella stabilizzazione della Siria e nella promozione dello sviluppo a lungo termine, scrive l'ospite a sorpresa di CESE Info, Alberto-Horst Neidhardt, uno dei principali esperti in materia di migrazione presso il Centro di politica europea.

Alberto-Horst Neidhardt è analista politico senior e capo del programma europeo per la diversità e la migrazione presso il Centro di politica europea (EPC). Si occupa di legislazione e politiche in materia di asilo e migrazione, diritti dei cittadini dell'UE, disinformazione e politica della migrazione. Ha conseguito il dottorato in diritto dell'UE presso l'Istituto universitario europeo. Insegna politiche di migrazione e mobilità, governance dell'UE ed elaborazione di politiche etiche all'Università cattolica di Lilla.

 

Di Alberto-Horst Neidhardt

A un mese dalla caduta del brutale governo di Bashar al-Assad, la risposta ufficiale dell'UE si limita in grande misura all'annuncio di aiuti allo sviluppo e alla stabilizzazione economica. Non è stato chiarito se e quando le sanzioni nei confronti della Siria saranno revocate. Il sostegno europeo dipenderà dalla protezione delle minoranze e da altre garanzie, le cui prospettive restano incerte. Le complesse dinamiche politiche, umanitarie e di sicurezza della Siria fanno ritenere che qualsiasi consolidamento democratico sarà lungo e impegnativo. 

Di Alberto-Horst Neidhardt

A un mese dalla caduta del brutale governo di Bashar al-Assad, la risposta ufficiale dell'UE si limita in grande misura all'annuncio di aiuti allo sviluppo e alla stabilizzazione economica. Non è stato chiarito se e quando le sanzioni nei confronti della Siria saranno revocate. Il sostegno europeo dipenderà dalla protezione delle minoranze e da altre garanzie, le cui prospettive restano incerte. Le complesse dinamiche politiche, umanitarie e di sicurezza della Siria fanno ritenere che qualsiasi consolidamento democratico sarà lungo e impegnativo. Questa situazione metterà alla prova la capacità dell'UE di parlare con una sola voce e di agire congiuntamente per quanto riguarda il futuro del paese. Invece, vari paesi europei non hanno esitato a sottolineare una priorità immediata e comune: rimpatriare gli sfollati siriani. A dicembre, pochi giorni dopo la perdita di Damasco da parte del regime di Assad, l'Austria — dove il leader dell'FPÖ Herbert Kickl ha ricevuto un mandato per formare un nuovo governo — ha annunciato un "bonus rimpatri" e un programma di espulsione per le persone con precedenti penali. Nei Paesi Bassi, il governo di coalizione ispirato dal nazionalista di destra Geert Wilders prevede di individuare aree sicure per i rimpatri. La Germania, dal canto suo, ha annunciato che la protezione concessa ai siriani sarà "riesaminata e revocata" se il paese si stabilizzerà. Altri paesi europei hanno fatto dichiarazioni simili o stanno seguendo attentamente la situazione. Alla luce di quanto precede, anche la decisione di revocare le sanzioni può essere dettata dall'obiettivo di attuare i rimpatri piuttosto che da un cambiamento di opinione sulla nuova leadership siriana.

Con l'aumento del sostegno ai partiti di estrema destra e anti-immigrazione in tutta Europa — e con l'imminenza delle elezioni federali tedesche — la visione degli Stati membri per la Siria rischia di essere dettata da priorità nazionali e calcoli elettorali a breve termine. Tra il 2015 e il 2024 oltre un milione di siriani hanno ottenuto protezione dagli Stati membri dell'UE, per la maggior parte in Germania. La loro presenza si è convertita in una questione politica e sociale controversa. In un contesto di incidenti ampiamente pubblicizzati riguardanti la sicurezza, di inflazione elevata e di aumento dei costi energetici, il sentimento pubblico in molti paesi che ospitano rifugiati è divenuto meno propenso all'accoglienza. Questo cambiamento ha sdoganato la retorica e le politiche ostili. Nonostante gli inviti lanciati dalla Commissione europea e dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati affinché si adotti un approccio prudente nei confronti dei rimpatri, questa dinamica potrebbe spingere i governi europei ad accelerarli, anche unilateralmente.

Dalla caduta del regime di Assad nel dicembre scorso, oltre 125 000 rifugiati sono già tornati in Siria, per lo più da paesi vicini. Tuttavia, le loro prospettive sono tutt'altro che incoraggianti. Anche prima dei recenti avvenimenti, oltre la metà della popolazione siriana si trovava in condizioni di insicurezza alimentare, con tre milioni di persone in condizioni di grave carenza alimentare. Poiché numerose abitazioni sono state distrutte dal conflitto, le strutture di accoglienza sono già piene. Secondo l'UNHCR servono quasi 300 milioni di EUR per l'alloggio, il cibo e l'acqua per quelli che ritornano. Mentre l'UE e gli Stati membri dovrebbero sviluppare approcci coordinati per facilitare a lungo termine un rimpatrio sicuro e volontario dei siriani, la priorità immediata dovrebbe essere quella di rispondere alle esigenze umanitarie del paese in tale contesto. Costringere i rifugiati a ritornare rapidamente in un paese instabile e dilaniato dalla guerra potrebbe nei fatti risultare controproducente, limitando ulteriormente l'accesso a cibo, energia e alloggi. Rimpatri su vasta scala potrebbero anche perturbare il tessuto etnico e socioeconomico di regioni già fragili. Un approccio equilibrato e sostenibile è ancor più giustificato alla luce del potenziale contributo della diaspora siriana agli sforzi di ricostruzione. Il paese avrà bisogno di ingegneri, medici, amministratori, insegnanti e operai con vari livelli di competenza. I siriani hanno acquisito competenze ed esperienze preziose in Europa in tutti i settori pertinenti, comprese l'istruzione, l'edilizia e l'assistenza sanitaria, ma non sarà facile reperire i profili giusti. Inoltre un rimpatrio permanente non costituirebbe una condizione preliminare per contribuire alla ricostruzione: le rimesse provenienti dall'Europa potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella riduzione della povertà e nello sviluppo sostenibile. Impegnandosi nella diaspora, i siriani che vivono in Europa potrebbero anche contribuire a rafforzare i legami diplomatici e culturali tra l'UE e la Siria post-Assad.

Può però verificarsi che gli Stati membri abbiano difficoltà ad adottare un approccio equilibrato e non riescano a perseguire un'agenda coordinata. Alcuni di essi potrebbero dare priorità alla stabilità a lungo termine e alla ricostruzione della Siria, consentendo che i rimpatri avvengano spontaneamente. Altri potrebbero accelerare l'offerta di incentivi finanziari al rimpatrio volontario o addirittura rivedere sistematicamente lo status dei siriani non appena la situazione umanitaria sia migliorata, anche leggermente. Tuttavia, l'attuazione di un riesame sistematico dello status di rifugiato andrà incontro a notevoli ostacoli giuridici e comporterà ingenti costi finanziari e amministrativi. Tra l'altro, qualsiasi incentivo al rimpatrio dovrà tenere conto del fatto che la maggior parte dei siriani sfollati in Europa è ormai insediata, e oltre 300 000 persone hanno acquisito la cittadinanza dell'UE. Per di più, le pessime prospettive economiche e occupazionali della Siria possono dissuadere dal ritornare anche chi è più motivato a farlo. In questo contesto molto dipenderà dal fatto che i siriani siano autorizzati o meno a partecipare ai cosiddetti "movimenti pendolari", ossia a rientrare in Siria per periodi limitati mentre i paesi europei ospitanti continuano a offrire loro opportunità sostenibili per un rimpatrio più permanente. Tali questioni saranno inevitabilmente interconnesse con discussioni più ampie sulla politica migratoria dell'UE. I futuri negoziati sulla revisione della direttiva UE che disciplina i rimpatri, per la quale si attende a breve una proposta della Commissione europea, potrebbero ricevere un impulso decisivo in funzione dell'evoluzione delle discussioni sui rimpatri dei siriani. Ma la revisione della direttiva potrebbe anche far emergere ulteriori divisioni tra gli Stati membri dell'UE. Poiché le politiche migratorie necessitano di un profondo ripensamento per affrontare efficacemente le sfide odierne, l'approccio dell'UE nei confronti degli sfollati siriani costituirà probabilmente un primo punto di svolta critico nel nuovo ciclo.

Turismo/sostenibilità

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Il 1º gennaio la Polonia è subentrata all'Ungheria alla guida dell'Unione europea assumendo la presidenza del Consiglio dell'UE per il primo semestre di quest'anno. La presidenza polacca giunge in un periodo di trasformazione per l'Europa, in coincidenza con l'inizio del nuovo mandato della Commissione europea. 

Il 1º gennaio la Polonia è subentrata all'Ungheria alla guida dell'Unione europea assumendo la presidenza del Consiglio dell'UE per il primo semestre di quest'anno. La presidenza polacca giunge in un periodo di trasformazione per l'Europa, in coincidenza con l'inizio del nuovo mandato della Commissione europea. 

Con il protrarsi incessante dell'aggressione russa nei confronti dell'Ucraina, e in una fase in cui le tensioni geopolitiche sono al livello più alto della storia europea recente, la nuova presidenza dell'UE focalizza le sue priorità sul tema della sicurezza, intesa come concetto generale che include la sicurezza esterna, interna, economica, energetica, alimentare e sanitaria, nonché la garanzia dello Stato di diritto.

Queste priorità corrispondono all'impegno del Comitato economico e sociale europeo (CESE) a promuovere la coesione, salvaguardare i valori democratici e garantire una stabile prosperità. "Il Comitato è fiero di essere per la presidenza polacca un partner affidabile e partecipe, impegnato a svolgere un ruolo attivo nella definizione delle priorità politiche che informeranno questo nuovo ciclo europeo", ha dichiarato il Presidente del CESE Oliver Röpke.

Su richiesta della presidenza polacca, il CESE elaborerà 14 pareri esplorativi. Per saperne di più su questi pareri e sulle altre attività del CESE durante il primo semestre del 2025, vi invitiamo a consultare il nostro nuovo opuscolo, in cui presentiamo anche i membri polacchi del CESE e le organizzazioni che essi rappresentano. L'opuscolo è disponibile soltanto online e in lingua francese, inglese, polacca e tedesca. (ll)

23 gennaio 2025

Proiezione del film Flow - Un mondo da salvare, finalista del Premio Lux del pubblico per il cinema europeo 2025

3 febbraio 2025

Giustizia sociale nell'era digitale

18 febbraio 2025

Verso il vertice mondiale sulla disabilità: per uno sviluppo e un'azione umanitaria inclusivi in materia di disabilità

26 e 27 febbraio 2025

Sessione plenaria del CESE

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Verso il vertice mondiale sulla disabilità: per uno sviluppo e un'azione umanitaria inclusivi in materia di disabilità

26 e 27 febbraio 2025

Sessione plenaria del CESE

a cura del gruppo Lavoratori

L'industria europea si trova ad affrontare un gran numero di sfide, tra cui i prezzi dell'energia estremamente elevati, le difficoltà ad attirare manodopera qualificata e l'accesso ai finanziamenti. Nel 2023 l'UE ha presentato il piano industriale del Green Deal, incentrato sul conseguimento della neutralità in termini di emissioni di carbonio. Illustrando i suoi orientamenti politici nell'autunno scorso, la Presidente Ursula Von der Leyen ha fatto riferimento a un "patto per l'industria pulita" per industrie competitive e posti di lavoro di qualità, nel solco della relazione Draghi. 

a cura del gruppo Lavoratori

L'industria europea si trova ad affrontare un gran numero di sfide, tra cui i prezzi dell'energia estremamente elevati, le difficoltà ad attirare manodopera qualificata e l'accesso ai finanziamenti. Nel 2023 l'UE ha presentato il piano industriale del Green Deal, incentrato sul conseguimento della neutralità in termini di emissioni di carbonio. Illustrando i suoi orientamenti politici nell'autunno scorso, la Presidente Ursula Von der Leyen ha fatto riferimento a un "patto per l'industria pulita" per industrie competitive e posti di lavoro di qualità, nel solco della relazione Draghi.

L'industria è una componente essenziale sia della duplice transizione verde e digitale che del nostro sistema economico. Ma che cosa significa questo nuovo patto per i lavoratori? Disporre di una forza lavoro forte, sindacalizzata, ben retribuita e con buone condizioni di lavoro è una questione che riguarda non solo i sindacati ma anche la società in generale, la democrazia e la stabilità sociale, come pure la produttività delle imprese.

Senza orientamenti adeguati e finanziamenti pubblici sufficienti il patto potrebbe finire per basarsi su quelle parti della relazione Draghi e dell'agenda per la competitività che sono maggiormente a favore della deregolamentazione. Questo potrebbe compromettere il modello sociale europeo promuovendo un modello di concorrenza dannosa che alimenterebbe una corsa al ribasso nei salari e nelle condizioni di lavoro.

Per affrontare la questione, il gruppo Lavoratori del CESE e la Confederazione europea dei sindacati (CES) organizzano un convegno congiunto sul tema della politica industriale europea per posti di lavoro di qualità, che si terrà il 14 febbraio presso la sede del CESE a Bruxelles. Invitiamo tutte le parti interessate a segnarsi l'evento nell'agenda e a partecipare al dibattito. 

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Nel dicembre scorso il CESE ha ospitato una proiezione di Under the Grey Sky, film di denuncia sul terribile prezzo personale pagato dai giornalisti bielorussi per aver esercitato il loro diritto-dovere di cronaca

 

Nel dicembre scorso il CESE ha ospitato una proiezione di Under the Grey Sky, film di denuncia sul terribile prezzo personale pagato dai giornalisti bielorussi per aver esercitato il loro diritto-dovere di cronaca

Under the Grey Sky, il primo lungometraggio della regista polacco-bielorussa Mara Tamkovich, racconta il dramma di Lena, giornalista che finisce in carcere dopo aver trasmesso in diretta la repressione, ordinata dal regime bielorusso, di una manifestazione pacifica svoltasi in una piazza di Minsk. L'anno è il 2020, e la Bielorussia è attraversata da un'ondata di proteste senza precedenti per i brogli e le intimidazioni che hanno portato Aleksandr Lukashenko ad essere rieletto presidente per la sesta volta.

Lena e la sua teleoperatrice Olya sono arrestate per aver continuato a filmare le proteste malgrado fossero state intercettate da un drone della polizia. In un crescendo kafkiano di vicissitudini giudiziarie, Lena è accusata inizialmente di "organizzare sommosse e perturbare i trasporti pubblici" per poi veder mutare il suo capo d'imputazione in quello di alto tradimento. Così, a seguito di un processo a porte chiuse, quello che avrebbe dovuto essere un arresto amministrativo di sette giorni diventa una pena detentiva di otto anni, mentre la teleoperatrice Olya viene condannata a due anni di reclusione. Il marito della giornalista, Ilya, a sua volta minacciato dalla polizia del regime, tenta disperatamente di ottenere il rilascio di Lena, giungendo persino a tentare di persuaderla a dichiararsi colpevole in cambio della libertà – un'opzione che Lena ritiene inaccettabile.

Il film si ispira alla storia vera della giornalista televisiva bielorussa Katsiaryna Andreyeva, della sua collega Darya Chultsova e del marito della prima Ihar Iljash. Mentre Darya ha già scontato una reclusione di due anni, Katsiaryna e Ihar sono ancora in carcere, essendo stati condannati a una pena detentiva aggiuntiva di otto anni e tre mesi. Sono tutt'altro che i soli a trovarsi in tale situazione: l'Associazione della stampa bielorussa ha dichiarato che, alla fine del 2024, in Bielorussia erano ancora dietro le sbarre 45 giornalisti. Molti giornalisti bielorussi devono subire pressioni anche dopo essere fuggiti all'estero.

Nel giugno 2024 il film Under the Grey Sky è stato presentato in anteprima mondiale a New York al Tribeca Film Festival.

E il 13 dicembre scorso, nel quadro di un seminario sul ruolo dei media indipendenti bielorussi nel promuovere una società resiliente e democratica, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha ospitato una proiezione del film alla presenza della regista polacco-bielorussa.

CESE Info ha parlato del film con la regista Mara Tamkovich.

In che misura il Suo film è aderente alla realtà dei fatti e in particolare del caso di Katsiaryna Andreyeva? Sono stati usati filmati autentici delle proteste del 2020 e della vicenda reale della giornalista bielorussa?

Sì, riprese autentiche sono state utilizzate più volte nel corso del film. Le riprese della manifestazione di protesta effettuate dai protagonisti all'inizio del film sono quelle che nella realtà sono state filmate da Andreyeva e Chultsova: le immagini reali sono state incorporate in una sequenza interpretata dagli attori. Anche il filmato relativo alla detenzione di Raman Bandarenka che i personaggi del film guardano sul loro computer portatile è autentico (NdA: l'attivista Raman Bandarenka è stato picchiato a morte da teppisti mascherati per aver cercato di impedire loro di tagliare i nastri rossi e bianchi che simboleggiano la bandiera bielorussa prima dell'occupazione sovietica). E, a mo' di epilogo, alla fine del film ho inserito un montaggio delle riprese trasmesse in diretta da Katsiaryna per documentare le proteste.

La trama di base del film è anch'essa strettamente legata alla realtà, per quanto riguarda l'arresto, la persecuzione giudiziaria e la detenzione dei giornalisti. Il mio obiettivo, tuttavia, non era fornire una cronaca esatta degli eventi, bensì rappresentare la verità emotiva – la realtà dolorosa – delle scelte che le vittime di questa situazione hanno dovuto compiere e hanno dovuto affrontare. Ho scelto di dare ai personaggi dei nomi di fantasia per mettere una certa distanza tra loro e le persone reali che li hanno ispirati, ma anche per invitare il pubblico a considerare questa storia come una delle tante, come una metafora di ciò che è accaduto all'intera nazione. 

In Bielorussia il grande pubblico è a conoscenza di quanto è accaduto a Katsyarina Andreyeva e ad altri giornalisti come lei? E quante persone Le risulta abbiano subito o stiano subendo lo stesso destino o un destino analogo?

In Bielorussia gli arresti politici e la repressione sono avvenuti e avvengono su scala così ampia che è difficile non essere a conoscenza della situazione. Una qualche forma di repressione è stata esercitata su almeno 130 000 persone, e circa 500 000 bielorussi hanno lasciato il paese dopo il 2020. Una realtà semplicemente troppo grande per poter essere nascosta.

Negli ultimi tempi in Bielorussia il computo ufficiale dei detenuti per ragioni politiche (condannati o in attesa di giudizio) si attesta stabilmente a circa 1 300 persone, ma occorre considerare che centinaia, se non migliaia, hanno già scontato la loro pena, che alcuni sono stati rilasciati anticipatamente e che molti dei nuovi condannati hanno paura di rivendicare il proprio status di prigionieri politici. La macchina della repressione è in costante attività, con nuovi prigionieri che prendono il posto di quelli rilasciati. 

Qual è stata la motivazione principale che La ha spinta a realizzare Under the Grey Sky? E cosa spera di ottenere con questo film?

Come bielorussa, quando il regime del mio paese ha brutalmente represso la protesta del 2020, ho sentito che dovevo fare qualcosa. Come ex giornalista, ho potuto rapportarmi strettamente con i miei personaggi e con il loro punto di vista. Come regista, ho ravvisato in questa vicenda una storia forte e profondamente toccante che avevo semplicemente il dovere di raccontare. 

Quale messaggio o emozione importante spera rimanga con gli spettatori dopo la visione del Suo film?

Spero davvero che questo film induca gli spettatori a soffermarsi un po' a riflettere su cosa sia davvero la libertà e sul prezzo che per essa si può essere costretti a pagare, e li spinga anche a chiedersi se esse apprezzino veramente ciò che hanno. Spero che pensino a Kacia [NdT: diminuitivo di Katsiaryna] e a Ihar e a tutti gli altri che, come loro, si trovano in prigione, dato che la libertà è qualcosa che molte persone qui in Europa danno per scontato. 

Cosa dovrebbe fare l'Unione europea – le sue istituzioni, la società civile, le associazioni di giornalisti, le organizzazioni che si battono per i diritti umani, i governi nazionali – per contribuire a porre fine a questa situazione?

L'esortazione che rivolgo all'Unione europea è a non dimenticare la Bielorussia, a non considerare il mio paese come una causa ormai persa. Il sostegno dell'UE è ciò che consente alla nostra cultura, ai nostri media e alla nostra società civile di resistere, di sopravvivere sotto questa enorme pressione; ed è un sostegno che, per quanto possa apparire come un investimento a lungo termine, vale la pena di essere dato.