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European Economic and Social Committee A bridge between Europe and organised civil society

DECEMBER 2024 | IT

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Editoriale

Editoriale

Un anno di progressi e di speranze positive: riflessioni del presidente Oliver Röpke

Con il 2024 che volge al termine, vorrei condividere qualche riflessione su quello che è stato un anno di risultati significativi per il Comitato economico e sociale europeo (CESE). Insieme siamo riusciti a dare più voce alla società civile, a rafforzare i principi democratici e a promuovere la sostenibilità in Europa e nel mondo.

Una delle realizzazioni di cui siamo più fieri è stata l'iniziativa dei membri di paesi candidati all'adesione, che consente di coinvolgere rappresentanti di tali paesi nei processi consultivi del CESE. Questa iniziativa rappresenta una conferma del nostro impegno a favore di un processo di allargamento trasparente e fondato sul merito, che prepari i futuri Stati membri a partecipare pienamente alla definizione dell'UE.

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Un anno di progressi e di speranze positive: riflessioni del presidente Oliver Röpke

Con il 2024 che volge al termine, vorrei condividere qualche riflessione su quello che è stato un anno di risultati significativi per il Comitato economico e sociale europeo (CESE). Insieme siamo riusciti a dare più voce alla società civile, a rafforzare i principi democratici e a promuovere la sostenibilità in Europa e nel mondo.

Una delle realizzazioni di cui siamo più fieri è stata l'iniziativa dei membri di paesi candidati all'adesione, che consente di coinvolgere rappresentanti di tali paesi nei processi consultivi del CESE. Questa iniziativa rappresenta una conferma del nostro impegno a favore di un processo di allargamento trasparente e fondato sul merito, che prepari i futuri Stati membri a partecipare pienamente alla definizione dell'UE.

Abbiamo ampliato i partenariati globali mediante la firma di un memorandum d'intesa con il Consiglio per lo sviluppo economico e sociale sostenibile del Brasile, che ci ha permesso di rafforzare la cooperazione in materia di sviluppo sostenibile e democrazia, come è stato evidenziato durante i miei incontri con il Presidente Lula da Silva . Al vertice sociale del G20 di Rio de Janeiro, il CESE ha svolto un ruolo centrale, propugnando, insieme al Presidente Lula e al governo brasiliano, la riforma della governance e il rafforzamento della protezione sociale. Inoltre, il nostro partenariato con l'Unione africana, formalizzato attraverso una dichiarazione congiunta in occasione del vertice delle Nazioni Unite sul futuro, ha posto l'accento sulla governance globale inclusiva e su un'azione equa per il clima. Queste iniziative su scala mondiale evidenziano la crescente influenza del CESE nella gestione delle sfide comuni.

In Europa, la Settimana della società civile ha dimostrato l'importanza del coinvolgimento dal basso nella definizione del futuro dell'UE. In occasione del Forum ad alto livello sull'allargamento abbiamo ribadito che questo processo riguarda non solo l'ampliamento delle frontiere ma anche l'approfondimento dei valori condivisi. Gli incontri con leader come il primo ministro albanese Edi Rama si sono incentrati sull'importanza di assicurare che la società civile svolga un ruolo centrale nei negoziati di adesione all'UE. Questi sforzi, che permettono di gettare le basi per i lavori della prossima presidenza polacca dell'UE, sono stati integrati da discussioni sulla trasformazione digitale, in occasione della riunione dell'Ufficio di presidenza del CESE a Varsavia, con l'obiettivo di allineare i progressi tecnologici ai valori europei di equità e giustizia.

Guardando al 2025, la nostra attenzione rimane concentrata sul rafforzamento della democrazia partecipativa, sulla promozione della giustizia sociale e sulla risposta alle sfide globali, come i cambiamenti climatici e la digitalizzazione. Il CESE continuerà a lavorare instancabilmente per un'Europa che ascolti, ispiri e non lasci indietro nessuno.

Ci auguriamo che il prossimo anno porti pace, progressi e prosperità a tutti. 

Date da ricordare

4-16 dicembre 2024

Mostra fotografica "Powerful Encounters: Picturing an end to energy poverty" [Incontri elettrizzanti: immagini della fine della povertà energetica]

9 dicembre 2024

Giornata europea del consumatore 2024

11 dicembre 2024

Gruppo di collegamento — celebrazione del 20° anniversario

22-23 gennaio 2025

Sessione plenaria del CESE

L'ospite a sorpresa

Il nostro ospite a sorpresa è il regista e giornalista bielorusso Andrey Gnyot, appena rilasciato dagli arresti domiciliari in Serbia, dove è stato detenuto per un anno in attesa che le autorità serbe decidessero se estradarlo per i reati fiscali di cui è accusato dalle autorità del suo paese. Attraverso la sua storia personale, Gnyot racconta il destino dei giornalisti indipendenti nella Bielorussia di oggi, dove anche la minima critica nei confronti di chi detiene il potere può farli bollare come "nemici del popolo" e imprigionare sulla base di false accuse di reati tributari e finanziari.

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L'OSPITE A SORPRESA

Il nostro ospite a sorpresa è il regista e giornalista bielorusso Andrey Gnyot, appena rilasciato dagli arresti domiciliari in Serbia, dove è stato detenuto per un anno in attesa che le autorità serbe decidessero se estradarlo per i reati fiscali di cui è accusato dalle autorità del suo paese. Attraverso la sua storia personale, Gnyot racconta il destino dei giornalisti indipendenti nella Bielorussia di oggi, dove anche la minima critica nei confronti di chi detiene il potere può farli bollare come "nemici del popolo" e imprigionare sulla base di false accuse di reati tributari e finanziari.

"NEMICO DEL POPOLO" — COSÌ LA BIELORUSSIA PERSEGUITA I SUOI GIORNALISTI

di Andrey Gnyot

In Bielorussia, per essere arrestati basta scegliere la professione sbagliata. A dirla tutta, se si commette un errore così fatale si può essere arrestati persino nel cuore dell'Europa, per esempio in Serbia. E un'organizzazione internazionale prestigiosa come Interpol renderà tutto ciò ancora più facile. Le mie sono parole di amaro sarcasmo, ma esprimono un'amara verità. Non sono esagerazioni. Mi chiamo Andrey Gnyot e sono un regista, giornalista ed ex prigioniero politico bielorusso. Quella che segue è la mia storia.

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di Andrey Gnyot

In Bielorussia, per essere arrestati basta scegliere la professione sbagliata. A dirla tutta, se si commette un errore così fatale si può essere arrestati persino nel cuore dell'Europa, per esempio in Serbia. E una prestigiosa organizzazione internazionale come Interpol renderà tutto ciò ancora più facile. Le mie sono parole di amaro sarcasmo, ma esprimono un'amara verità. Non sono esagerazioni. Mi chiamo Andrey Gnyot e sono un regista, giornalista ed ex prigioniero politico bielorusso. Quella che segue è la mia storia.

Tutto ha avuto inizio nel 1999, quando ho deciso che sarei diventato un giornalista. La televisione e la radio erano la mia passione, il mio sogno e il mio hobby. Ero un giovane di 17 anni. E un diciassettenne avrebbe potuto immaginare che, nel suo paese, il giornalismo indipendente sarebbe stato definito "estremismo" e che tutti gli altri mezzi di comunicazione sarebbero stati ridotti a strumenti di propaganda? No, nessuno di noi si aspettava che questo potesse accadere in Europa nel ventunesimo secolo. Eppure è proprio questa la situazione, in quella dittatura che è la Bielorussia di oggi: in tutto il paese non esiste un solo organo di informazione indipendente. Tutti i media sono di proprietà dello Stato, che esercita uno strettissimo controllo sulla loro politica editoriale. È molto semplice: viene elogiato il regime del leader autoproclamato Lukashenko, e chiunque osi criticarlo, anche in maniera costruttiva, viene etichettato come "nemico del popolo" - un epiteto ereditato dal passato regime comunista.

Alla metà degli anni 2000, giovane e ingenuo laureato in giornalismo, mi sforzavo di trovare il mio spazio in questa professione. Durante e dopo i miei studi avevo acquisito molta esperienza pratica in televisione e in radio e sapevo esattamente ciò che volevo. Ma la finestra di opportunità si stava chiudendo rapidamente: le radio private venivano chiuse o acquisite dallo Stato, mentre le emittenti televisive indipendenti non riuscivano neppure a garantirsi una banda di frequenza per le loro trasmissioni. C'era poco da scegliere: o si ingrossavano le file della propaganda, oppure si evitava di affrontare i temi sensibili e ci si limitava a trasmissioni di innocuo intrattenimento. Il giornalismo è sopravvissuto in Bielorussia solo grazie a pochi giornali e portali Internet indipendenti. Molti giornalisti hanno abbandonato la professione, molti sono stati vittime della repressione. Il ministero bielorusso dell'Informazione ha inviato regolarmente avvertimenti ai media non allineati al regime, ed è bastato ignorare tre avvertimenti per vedersi revocare la licenza. Secondo l'Associazione bielorussa dei giornalisti, nel periodo 2020-2024 il numero dei giornali è diminuito del 21 %. Sul mercato bielorusso sono rimaste soltanto pubblicazioni innocue, come quelle per proprietari di dacie, patiti delle barzellette e appassionati di enigmistica. Tutti gli organi di stampa indipendenti che affrontavano temi sociali e politici sono stati messi a tacere: sono stati chiusi dalle autorità o hanno scelto di non pubblicare più perché il loro lavoro era divenuto impossibile.

Per fortuna io sono riuscito a trovare una soluzione di compromesso: in pubblico sono passato al lavoro creativo e di regia, nel quale ho ottenuto un grande successo, ma nel frattempo ho continuato a fare il giornalista, però senza compenso e senza rivelare il mio nome, in modo da non espormi pubblicamente. Una tattica che si è rivelata efficace. Grazie alla mia esperienza e ai miei contatti professionali, ho potuto fornire ai media indipendenti riprese video inedite sui fatti del 2020 e ho anche avuto la possibilità di impegnarmi come attivista civico e politico, diventando uno dei fondatori del movimento civile per i diritti umani "Libera associazione degli atleti bielorussi SOS.BY". Non credo di poter essere accusato di parzialità o faziosità perché ho scelto di stare dalla parte del popolo del mio paese: una dittatura non ha nulla a che vedere con l'obiettività, così come la propaganda non ha nulla a che vedere con il giornalismo.

Nel 2021, nella classifica stilata in base all'Indice della libertà di stampa la Bielorussia è risultata al 158° posto su 180 paesi. Rispetto al 2020, la posizione in classifica del mio paese è scesa di cinque posti. Secondo l'organizzazione internazionale per i diritti umani Reporter senza frontiere, "per gli addetti all'informazione la Bielorussia è il paese più pericoloso d'Europa".

È importante notare che, secondo un sondaggio indipendente, nel 2020 - l'anno delle proteste in Bielorussia - Internet e i social media sono stati le principali fonti di notizie per il 60 % dei rispondenti, mentre la televisione solo per l'11 %, la stampa per il 7 % e la radio per il 5 %. Resosi conto di questa situazione, il regime dittatoriale del mio paese ha iniziato a reagire duramente e sistematicamente. La principale invenzione è stata la lotta contro l'"estremismo" come pretesto per la censura e la persecuzione. Le autorità bloccano l'accesso ai contenuti degli organi di informazione che proseguono le loro attività dall'estero, e qualsiasi collaborazione con tali organi è considerata una forma di estremismo.

Alla fine del 2023, in Bielorussia 32 giornalisti risultavano reclusi in centri di detenzione, dove erano e sono soggetti a pressioni e a trattamenti disumani. Attivisti per i diritti umani hanno rivelato che il blogger e giornalista Ihar Losik di "Radio Liberty" ha condotto per lungo tempo uno sciopero della fame nella colonia penitenziaria in cui era detenuto, per poi tagliarsi le vene delle mani e del collo. In seguito è stato condannato a 15 anni di reclusione. L'azione penale volta a perseguire qualsiasi forma di cooperazione con media indipendenti etichettati come "formazioni estremiste" si è intensificata. Una nuova tendenza è rappresentata dalla persecuzione non solo di rappresentanti della società civile, ma anche di comuni cittadini che accettino di commentare per i media eventi sociali o politici.

Il 31 ottobre 2024 il mio account personale su Instagram è stato dichiarato "materiale estremista" dal regime bielorusso. Ciò significa che non soltanto io, ma anche tutti i miei follower in Bielorussia saranno perseguiti penalmente per aver "seguito" il mio account. Oltre 5 000 risorse Internet in Bielorussia sono state dichiarate "estremiste" dalla dittatura. Forse nessun altro paese europeo può "vantare" statistiche così impressionanti! Se vi chiedete se noi bielorussi pensiamo che si presti sufficiente attenzione alla situazione del giornalismo nel nostro paese, vi risponderò francamente di no, che c'è ancora una scarsa sensibilità nei confronti di questo problema. In Bielorussia non solo l'istituzione del giornalismo viene distrutta dalle fondamenta, ma gli stessi professionisti del giornalismo vengono distrutti fisicamente.

La dittatura cerca di perseguitare giornalisti e attivisti anche al di fuori della Bielorussia. Il mio caso è un esempio lampante di tali persecuzioni. Il regime ha imparato a utilizzare le istituzioni democratiche per raggiungere i suoi obiettivi aberranti. Giornalisti, attivisti, blogger e cittadini politicamente attivi sono stati e sono perseguiti per reati fiscali, essenzialmente per non aver pagato le tasse in passato. Come ampiamente dimostrato, si tratta di un perfetto paravento per nascondere i motivi politici alla base della persecuzione. Ales Bialiatski, attivista per i diritti umani e vincitore del premio Nobel, si trova in carcere perché accusato di reati finanziari. La direttrice dell'organo di informazione indipendente "TUT.BY" (smantellato dal regime nel 2020) e i suoi colleghi si trovano dietro le sbarre perché accusati dei medesimi reati. Lo stesso capo di accusa è stato riconosciuto dall'Interpol come un valido motivo per diramare il mandato di arresto internazionale emesso nei miei confronti. L'Interpol ha impiegato quasi otto mesi per condurre un'indagine interna e concludere che tale mandato di arresto violava gli articoli 2 e 3 dello statuto - la "costituzione" - di Interpol. Ciononostante, in Serbia sono stato arrestato e detenuto nel penitenziario centrale di Belgrado per sette mesi e sei giorni. Ho quindi trascorso cinque mesi agli arresti domiciliari con severe restrizioni. Per due volte la Corte suprema serba ha sentenziato che dovevo essere consegnato al regime dittatoriale bielorusso. E per due volte il mio avvocato ed io abbiamo presentato ricorso contro tale decisione, riuscendo a evitare l'estradizione. A conti fatti, mi è stato sottratto un anno di vita, è stata lesa la mia salute fisica e la mia salute mentale. Tutto questo perché ho scelto di fare la professione sbagliata nel paese sbagliato. Soltanto perché ho avuto un'opinione e l'ho espressa attraverso una cittadinanza attiva.

Se non fossi riuscito a vincere la mia battaglia giudiziaria, oggi voi non potreste leggere queste parole. Grazie all'incredibile solidarietà di giornalisti, politici, società civile e organizzazioni, ho potuto lasciare la Serbia e raggiungere la sicurezza a Berlino. Ma la mia storia non è finita. Davanti a me ho ancora un lungo percorso di ristabilimento e di lotta. So che sono rimasto fedele alla mia vocazione, anche se alcuni la considerano estremismo. So che il giornalismo indipendente è parte integrante di una società democratica. La società che vogliamo costruire noi bielorussi. Che ci aspettiamo di non dover percorrere questo cammino decisivo da soli.

Una domanda a …

Ottobre e novembre sono stati contrassegnati dal fallimento di due grandi vertici mondiali in materia di ambiente: la COP16 (la conferenza delle parti della convenzione ONU sulla diversità biologica) e la COP29 (la conferenza dell'ONU sul clima), entrambe centrate sul problema di reperire i finanziamenti urgentemente necessari per preservare la natura e mitigare i cambiamenti climatici. Abbiamo chiesto a coloro che hanno rappresentato il CESE in queste COP — vale a dire Peter Schmidt, Diandra Ní Bhuachalla e Arnaud Schwartz — di condividere con noi le loro riflessioni sui pericoli che corriamo se il mondo non si mobiliterà per il clima.

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Ottobre e novembre sono stati contrassegnati dal fallimento di due grandi vertici mondiali in materia di ambiente: la COP16 (la conferenza delle parti della convenzione ONU sulla diversità biologica) e la COP29 (la conferenza dell'ONU sul clima), entrambe centrate sul problema di reperire i finanziamenti urgentemente necessari per preservare la natura e mitigare i cambiamenti climatici. Abbiamo chiesto a coloro che hanno rappresentato il CESE in queste COP — vale a dire Peter Schmidt, Diandra Ní Bhuachalla e Arnaud Schwartz — di condividere con noi le loro riflessioni sui pericoli che corriamo se il mondo non si mobiliterà per il clima.

COP16 e COP29: CI STIAMO DANDO LA ZAPPA SUI PIEDI

di Peter Schmidt, Diandra Ní Bhuachalla e Arnaud Schwartz

A nome della società civile dell'UE, i rappresentanti del CESE alla COP29, svoltasi nella capitale dell'Azerbaigian Baku, hanno raccomandato di agire in modo urgente e concreto per il clima e di dare la priorità alla giustizia sociale e ambientale nei negoziati in materia climatica. 

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di Peter Schmidt, Diandra Ní Bhuachalla e Arnaud Schwartz

A nome della società civile dell'UE, i rappresentanti del CESE alla COP29, svoltasi nella capitale dell'Azerbaigian Baku, hanno raccomandato di agire in modo urgente e concreto per il clima e di dare la priorità alla giustizia sociale e ambientale nei negoziati in materia climatica. 

Peter Schmidt, presidente del gruppo ad hoc sulla COP, ci ha parlato dei messaggi chiave del CESE sul tema principale della COP29, ossia i finanziamenti per il clima.

Peter Schmidt: l'impennata degli fenomeni climatici estremi in tutto il mondo è un drammatico monito a porsi obiettivi più ambiziosi in materia di clima. L'anno che sta per concludersi sarà il più caldo mai registrato, e catastrofi climatiche indotte dall'uomo, come inondazioni, incendi boschivi e siccità, si verificano ormai con maggiore frequenza e intensità, aggravando le disuguaglianze sociali. In materia di clima, i costi dell'inerzia superano di gran lunga quelli dell'azione.

La posta in gioco, nella COP29, è veramente alta. Giungere a un accordo su soluzioni finanziarie globali per il clima è di cruciale importanza affinché i paesi in via di sviluppo sblocchino le risorse per l'azione climatica globale. I rappresentanti del CESE alla COP29 di Baku hanno presentato raccomandazioni basate sul parere del CESE sui finanziamenti per il clima, chiedendo di ridisegnare l'architettura finanziaria internazionale per sbloccare e agevolare finanziamenti per il clima efficaci ed accessibili.

Per ovviare alle carenze nei finanziamenti per il clima, il CESE ha sottolineato la necessità di stabilire un nuovo obiettivo collettivo quantificato, che dovrebbe rendere tali finanziamenti più adatti allo scopo, rispettosi della biodiversità, efficaci e accuratamente mirati in funzione dei paesi e delle comunità più vulnerabili. I flussi di finanziamenti per il clima dovrebbero essere guidati dai principi della transizione giusta, in linea con l'accordo di Parigi e mettendo al centro gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Impegni a lungo termine da parte sia degli attori pubblici che di quelli privati sono fondamentali, e i finanziamenti pubblici svolgeranno un ruolo cruciale nel mobilitare investimenti privati per le iniziative in materia di clima e ridurre i rischi di tali investimenti.

Ferma restando la necessità di creare le condizioni affinché i finanziamenti per il clima siano accessibili a iniziative locali e movimenti di base, il CESE invoca anche un approccio globale per spezzare il ciclo dell'indebitamento e della carenza di investimenti nell'adattamento ai cambiamenti climatici. Chiediamo un'equa ripartizione dei fondi per il clima per affrontare le disparità. Inoltre, l'impegno della società civile è essenziale per sviluppare un approccio inclusivo e democratico che garantisca l'efficacia e la sostenibilità degli investimenti per il clima.

La delegata del CESE per i giovani alle COP (2023-2025), Diandra Ní Bhuachalla, ha condiviso con noi le sue aspettative in merito alla COP29. Dal punto di vista dei giovani, quali sono i problemi climatici più urgenti che devono essere affrontati e risolti per primi?

Diandra Ní Bhuachalla: dopo la delusione per i risultati della COP28, ho cercato di contenere il più possibile le mie aspettative per la COP29. Essendomi resa conto che anche i risultati di questa conferenza annuale saranno limitati a causa del paese scelto per la presidenza — ancora una volta affidata ad uno Stato fortemente dipendente dagli introiti derivanti dai combustibili fossili — è particolarmente difficile mantenere la speranza.

Nondimeno, dopo aver consultato varie organizzazioni giovanili di tutta Europa nel quadro delle riunioni strutturate della task force per la gioventù a cui ho partecipato in qualità di delegata del CESE per i giovani alla COP, ho deciso che era meglio concentrarsi sulla giustizia climatica e sulla transizione giusta, sui finanziamenti per il clima e su un nuovo obiettivo collettivo quantificato, nonché su una partecipazione sempre più significativa dei giovani ai processi decisionali internazionali.

Ora però, sapendo quanti negoziati non sono riusciti ad andare avanti nella prima settimana a causa della totale mancanza di accordo e di cooperazione – anche in materia di genere, finanziamenti per il clima e transizione giusta – mi sono accorta che le mie aspettative sono state ancora una volta troppo grandi e ho riorientato di conseguenza i miei sforzi di sensibilizzazione in occasione di eventi collaterali e riunioni bilaterali. Adesso, infatti, le mie due principali speranze sono che sia mantenuta la formulazione attuale, specie in materia di diritti umani, e che si compiano almeno lievi progressi per prepararsi al meglio alla COP30, che è l'evento in cui tutti sembrano riporre ogni speranza.

Dato il carattere intersezionale dei cambiamenti climatici e dei loro effetti, non mi è stato proprio possibile anche solo tentare di classificare le questioni in ordine di importanza o urgenza. I giovani sono preoccupati per il loro futuro: in particolare per la sicurezza del loro impiego e per il rischio di essere costretti a riqualificarsi; per le loro case e le loro famiglie e per la sicurezza dagli uragani, le inondazioni e l'erosione; per la salute e la qualità di vita dei figli che avranno o anche della prossima generazione; per il fatto che, quando saremo noi a decidere, noi giovani dovremo affrontare negoziati sul clima assai più difficili perché oggi non sarà stato fatto abbastanza e l'impatto di questa inazione sarà avvertito per decenni.

Abbiamo bisogno di giustizia climatica adesso. Abbiamo bisogno di finanziamenti realistici per il clima adesso. Abbiamo bisogno di un'occupazione equa, giusta e dignitosa e di una transizione energetica, adesso. Abbiamo bisogno di puntare in alto adesso. Abbiamo bisogno di azioni concrete adesso.

Abbiamo bisogno di tutti voi adesso.

La COP16 sulla biodiversità, svoltasi a Cali (Colombia) in ottobre, si è conclusa nel caos e senza alcun accordo sui finanziamenti per la natura. Abbiamo chiesto a Arnaud Schwartz, rappresentante del CESE alla COP16, se possiamo rimanere ottimisti nonostante questa battuta d'arresto. Quali azioni dovrebbero essere intraprese per compiere progressi nella protezione della biodiversità?

Arnaud Schwartz: 200 miliardi di dollari all'anno. Questo, secondo le Nazioni Unite, è l'importo che sarebbe necessario (includendo tutti i tipi di finanziamento — pubblico, privato, nazionale e internazionale) per conseguire i nostri obiettivi in materia di biodiversità. Ma, in pratica, di cosa stiamo parlando? Si tratta, in parole povere, di mettere un freno al collasso del mondo degli organismi viventi, che attualmente scompaiono a un ritmo sempre più rapido, e di ripristinare la natura e darle la possibilità di sopravvivere in un mondo "vivibile", anziché lasciare che venga devastata dall'avidità di guadagno e dalla stupidità.

Quale sarà il futuro dopo il fallimento della COP16?

Ciascuno di noi dovrebbe porsi la questione e porla a coloro che ci circondano, tanto più che è noto che, soltanto in Francia, ogni anno più di un quarto della somma che ho indicato prima viene utilizzato per preparare o condurre una guerra. In effetti, a livello globale, la conferenza di Cali è stata un'opportunità perduta, a causa della mancanza di volontà politica e di solidarietà economica.

Tuttavia, non tutto è perduto.

In fondo al tunnel si intravede una luce, per quanto fioca: dopo quasi un trentennio di prevaricazioni, questa COP ha almeno riconosciuto il ruolo di custodi della biodiversità svolto dalle popolazioni indigene e dalle comunità locali nonché di quelle di origine africana; ed è stato inoltre istituito un nuovo fondo, il Fondo di Cali, che, a lungo termine, sarà utilizzato per raccogliere contributi volontari da imprese private, la metà dei quali sarà destinata ai gruppi di persone di cui sopra. Wow!

Voi siete... insomma, siete...

siete parte di noi; e noi siamo parte di voi. E, per proseguire lungo il nostro percorso comune, potrebbe essere una buona idea iniziare con il riportare la nostra economia sulla buona strada, a vantaggio del bene comune. Allora, per smettere di darci la zappa sui piedi, cosa aspettiamo per ripensare le norme internazionali in materia finanziaria e commerciale?

La questione principale per i delegati del CESE alla COP29, Peter Schmidt e Diandra Ní Bhuachalla, è stata quella dei finanziamenti per il clima, un tema sul quale hanno potuto far riferimento al recente parere del CESE dal titolo Finanziamenti per il clima: una nuova tabella di marcia per tener fede agli impegni ambiziosi in materia di clima e agli OSS. Uno dei principali eventi a guida CESE svoltisi a Baku è stato quello del 18 novembre intitolato "Una prospettiva globale per promuovere una transizione giusta nel settore agroalimentare", in cui si è discusso dello sviluppo di sistemi alimentari sostenibili e a basse emissioni di carbonio che siano equi per gli agricoltori, i lavoratori della filiera alimentare e le generazioni future. L'obiettivo era migliorare la collaborazione tra i responsabili politici e la società civile, fungendo da cassa di risonanza per il Sud del mondo e promuovendo soluzioni climatiche inclusive per tutti.

In qualità di membro della delegazione dell'UE, Arnaud Schwartz ha partecipato a riunioni in cui ha chiesto maggiori sinergie tra i processi dell'ONU sulla diversità biologica (CBD) e quelli sui cambiamenti climatici (UNFCCC), l'eliminazione graduale delle sovvenzioni dannose per l'ambiente allo scopo di liberare maggiori risorse finanziarie, e un ruolo più attivo per la società civile organizzata nell'attuazione del quadro globale di Kunming-Montreal per la biodiversità. Maggiori informazioni sul contributo del CESE alla COP16 sono disponibili qui.

Arnaud Schwartz è il relatore del parere del CESE sul tema Una strategia globale per la biodiversità alla COP 16: riunire tutti i settori per un obiettivo comune.

VENIAMO AL PUNTO!

La Bulgaria e la Romania non beneficiano pienamente del regime Schengen, il che comporta per i due paesi un prezzo sia economico che politico molto alto e incide negativamente anche sulla competitività e sulla crescita economica dell'UE. È giunto il momento che il Consiglio dell'UE fissi una data per la soppressione dei controlli alle frontiere terrestri tra questi due paesi e gli altri Stati aderenti allo spazio Schengen, afferma Mariya Mincheva, relatrice del parere sul tema Mancata integrazione nello spazio Schengen: il costo per il mercato unico / quale impatto per Bulgaria e Romania.  (ll)

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La Bulgaria e la Romania non beneficiano pienamente del regime Schengen, il che comporta per i due paesi un prezzo sia economico che politico molto alto e incide negativamente anche sulla competitività e sulla crescita economica dell'UE. È giunto il momento che il Consiglio dell'UE fissi una data per la soppressione dei controlli alle frontiere terrestri tra questi due paesi e gli altri Stati aderenti allo spazio Schengen, afferma Mariya Mincheva, relatrice del parere sul tema Mancata integrazione nello spazio Schengen: il costo per il mercato unico / quale impatto per Bulgaria e Romania.  (ll)

Mancata integrazione nello spazio Schengen: il costo per il mercato unico

di Mariya Mincheva

La Bulgaria e la Romania soddisfano le condizioni per l'adesione allo spazio Schengen dal 2011. Eppure, a distanza di 13 anni, non è ancora stato loro concesso di beneficiare appieno della libera circolazione. Questa discrepanza ha un prezzo politico e alimenta l'euroscetticismo.

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di Mariya Mincheva

La Bulgaria e la Romania soddisfano le condizioni per l'adesione allo spazio Schengen dal 2011. Eppure, a distanza di 13 anni, non è ancora stato loro concesso di beneficiare appieno della libera circolazione. Questa discrepanza ha un prezzo politico e alimenta l'euroscetticismo.

Durante una riunione del Consiglio tenutasi il 22 novembre a Budapest, i ministri degli Affari interni di Ungheria, Austria, Bulgaria e Romania hanno convenuto di avviare le misure necessarie per fissare una data per la soppressione dei controlli alle frontiere terrestri, a condizione che vengano profusi maggiori sforzi per contenere l'arrivo di migranti irregolari attraverso la rotta dei Balcani occidentali.

L'Accordo di Schengen è essenziale per la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali all'interno dell'UE, ed è un fattore cruciale per il successo economico dell'Unione. Le limitazioni compromettono la competitività e la crescita economica dell'UE e ostacolano la realizzazione dell'economia sociale di mercato prevista dai Trattati.

Da anni gli Stati membri si avvalgono della facoltà di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere. Tuttavia, l'impatto economico e sociale sul mercato unico derivante da queste decisioni di ripristino temporaneo non è stato valutato. La Commissione europea prende in esame gli ostacoli fisici ai flussi commerciali, ma tale valutazione riguarda solo i blocchi alle frontiere, le manifestazioni e gli attacchi contro i camion. Gli effetti dei controlli alle frontiere terrestri, compreso il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere da parte degli Stati aderenti allo spazio Schengen, non sono presi in considerazione.

Nel 2023 il Consiglio ha deciso che i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Bulgaria e la Romania sarebbero stati soppressi dal 31 marzo 2024. Tuttavia, i controlli alle frontiere interne terrestri sono stati mantenuti, senza indicare una data per la loro eliminazione, il che genera costi significativi e impedisce alle imprese di sfruttare appieno i vantaggi del mercato unico.

Adoperandosi per la piena integrazione di Bulgaria e Romania nello spazio Schengen, l'UE può rafforzare la coesione interna, accrescere la sua competitività e difendere i principi fondamentali della libera circolazione e della solidarietà che sono alla base del progetto europeo.

Il Parlamento europeo sostiene che la mancata integrazione nello spazio Schengen potrebbe incidere sulle aspettative del mercato connesse allo status di questi paesi all'interno dell'UE. Si tratta infatti di un segnale politico che potrebbe avere ripercussioni sui rendimenti dei titoli di Stato, sui prezzi degli attivi finanziari e sui tassi di interesse applicati a imprese e famiglie, oltre a rischiare di danneggiare l'economia reale.

Entrambi i paesi spendono ogni anno miliardi di euro a causa di costi logistici più elevati, di ritardi nella consegna di merci e attrezzature, nonché di maggiori spese per l'acquisto di carburante e il pagamento dei salari ai conducenti. Questi costi diretti sono inevitabilmente traslati sui consumatori sotto forma di prezzi più alti e hanno un impatto sulla salute fisica e mentale dei lavoratori.

Questa situazione ostacola sia il turismo che la libera circolazione della forza lavoro, limitando le possibilità per i lavoratori bulgari e rumeni di cercare lavoro negli Stati membri vicini. Questa limitazione riguarda i settori dell'edilizia, dell'agricoltura e dei servizi, che dipendono fortemente dalla manodopera stagionale e temporanea.

Nella sua relazione sul futuro del mercato unico, Enrico Letta invita a opporsi fermamente a qualsiasi tentativo di limitare la libertà di circolazione tra gli Stati membri, comprese le restrizioni tecniche sui percorsi e sul trasporto su strada, nonché a qualsiasi sospensione dell'Accordo di Schengen.

È giunto il momento che il Consiglio dell'UE fissi una data per la soppressione dei controlli alle frontiere terrestri tra la Bulgaria, la Romania e gli altri Stati aderenti allo spazio Schengen. Una decisione definitiva sulla questione è prevista nella riunione del Consiglio "Giustizia e affari interni" dell'UE del 12 dicembre.

Notizie dal CESE

Far sì che l'allargamento dell'UE si realizzi

La prossima Commissione dovrà essere la Commissione dell'allargamento. Il Forum ad alto livello sull'allargamento, organizzato dal Comitato economico e sociale europeo (CESE), è giunto alla conclusione che la questione non è se procedere o no all'allargamento, bensì come farlo nel modo giusto. Al forum hanno partecipato il Presidente del CESE Oliver Röpke, il commissario europeo per il Lavoro e i diritti sociali Nicolas Schmit e diversi ministri degli Stati membri dell'UE e dei paesi candidati all'allargamento.

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La prossima Commissione dovrà essere la Commissione dell'allargamento. Il Forum ad alto livello sull'allargamento, organizzato dal Comitato economico e sociale europeo (CESE), è giunto alla conclusione che la questione non è se procedere o no all'allargamento, bensì come farlo nel modo giusto. Al forum hanno partecipato il Presidente del CESE Oliver Röpke, il commissario europeo per il Lavoro e i diritti sociali Nicolas Schmit e diversi ministri degli Stati membri dell'UE e dei paesi candidati all'allargamento.

In concomitanza con la sua sessione plenaria di ottobre, il CESE ha organizzato insieme alla Commissione europea un forum ad alto livello sull'allargamento. Più di 140 rappresentanti della società civile dei paesi candidati all'adesione si sono riuniti per la prima volta. La principale conclusione dei partecipanti è stata chiara: la società civile e le parti sociali, spesso ignorate nel processo di adesione, devono avere un ruolo centrale nel processo di allargamento.

Il Presidente Röpke ha sottolineato: "Non si tratta solo di ampliare l'UE, ma di preparare i futuri Stati membri a contribuire attivamente a dare forma all'Unione, garantendo che siano pienamente attrezzati per affrontare le sfide future. Attraverso la collaborazione con la società civile, le federazioni dei datori di lavoro e i sindacati, stiamo creando le basi necessarie per un'Europa più inclusiva e più forte".

Il dibattito ha evidenziato che bisogna mantenere lo slancio che accompagna attualmente l'allargamento, un processo nella cui realizzazione la Commissione svolgerà un ruolo cruciale durante il mandato 2024-2029.

Un altro fondamentale messaggio emerso dal dibattito riguarda l'importanza di un'integrazione graduale, prevedibile e basata sul merito, in cui i progressi siano riconosciuti e ricompensati con reali prospettive di adesione.

Il commissario europeo Schmit ha sottolineato il ruolo essenziale della società civile, affermando che: "Un efficiente dialogo sociale bipartito e tripartito, e il coinvolgimento delle parti sociali, in quanto componenti dell'economia sociale di mercato, sono elementi fondamentali nel contesto dell'adesione all'UE".

Il sottosegretario di Stato al Lavoro e agli affari sociali della Germania Rolf Schmachtenberg ha osservato: "Gli aspetti sociali e concernenti il lavoro sono essenziali per il successo dell'adesione all'UE. Chi vuole migliorare la vita di tutti i cittadini, creare opportunità e combattere le disuguaglianze sociali ha bisogno di politiche occupazionali efficaci, buone condizioni di lavoro e sistemi di sicurezza sociale funzionanti, con interlocutori sociali forti".

Nel corso del dibattito la ministra del Lavoro, dell'occupazione e del dialogo sociale del Montenegro Naida Nišić ha sottolineato l'importanza del forum ad alto livello quale piattaforma di dialogo che consente al Montenegro di valutare i progressi compiuti.

Niki Kerameus, ministra del Lavoro e della sicurezza sociale della Grecia, ha sottolineato: "È stato per me un grande privilegio partecipare a questa importante discussione sull'allargamento dell'UE e sul ruolo essenziale delle parti sociali nel dar forma al futuro dei diritti sociali e del lavoro europei".

La viceministra dell'Economia, della cultura e dell'innovazione dell'Albania Olta Manjani ha affermato: "L'Albania si sta adoperando per incrementare la sua presenza nelle istituzioni, nei comitati e nei gruppi di lavoro dell'UE, e la creazione del comitato consultivo misto con il CESE rientra nell'ambito di questi sforzi".

Il CESE si è sempre pronunciato a favore dell'allargamento dell'UE. Nel 2024 ha lanciato un progetto pilota, denominato Iniziativa dei membri di paesi candidati all'adesione, che consente alla società civile dei paesi candidati di contribuire ai lavori del CESE. L'iniziativa dimostra come il coinvolgimento attivo della società civile dei paesi candidati rafforzi il processo di allargamento.  (mt)

Il CESE esorta a lanciare un'iniziativa faro europea per la salute e un piano d'azione sulle malattie rare

Il CESE ha invitato a lanciare un'iniziativa faro europea per la salute, proponendo la creazione di un'Unione europea della salute ed esortando la Commissione europea a pubblicare un piano d'azione sulle malattie rare con obiettivi chiaramente raggiungibili.

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Il CESE ha invitato a lanciare un'iniziativa faro europea per la salute, proponendo la creazione di un'Unione europea della salute ed esortando la Commissione europea a pubblicare un piano d'azione sulle malattie rare con obiettivi chiaramente raggiungibili.

Nel corso di un dibattito sul tema "Un'iniziativa faro europea per la salute", tenutosi nella sessione plenaria di ottobre, il CESE ha invitato l'UE a lanciare un'iniziativa ambiziosa volta a costruire un'architettura sanitaria trasversale all'interno dell'UE. All'ordine del giorno figurava anche l'elaborazione di un piano d'azione europeo sulle malattie rare.

In apertura del dibattito, il Presidente del CESE Oliver Röpke ha dichiarato: "È essenziale che ogni abitante dell'UE possa contare su un'assistenza sanitaria di qualità, accessibile e a prezzi abbordabili. Dobbiamo investire in sistemi sanitari innovativi e sostenibili e agire con fermezza per combattere le disuguaglianze sanitarie sia all'interno dell'UE che a livello mondiale. Le malattie rare rendono ancora più visibili le disuguaglianze e le vulnerabilità persistenti. Per questo motivo abbiamo bisogno di un'azione europea globale in materia di malattie rare."

Alain Coheur, relatore del parere sull'iniziativa faro europea per la salute, ha dichiarato: "Oggi ci prefiggiamo di adottare una tabella di marcia, destinata ai futuri commissari UE, che promuova un'assistenza sanitaria per tutti e protegga i cittadini da crisi future". Ágnes Cser, relatrice del parere sulle malattie rare, ha aggiunto: "È necessario definire un piano d'azione. Tuttavia, non dobbiamo concentrarci solo sul piano d'azione per le malattie rare, ma anche sulla sanità in generale: la salute è la chiave per la competitività. La nostra Unione della salute non può rimanere solo uno slogan."

Il parere sull'iniziativa faro europea per la salute definisce i pilastri strategici per rafforzare la solidarietà e la cooperazione tra gli Stati membri in materia di salute. Tra questi figura l'istituzione di una garanzia europea per l'assistenza e la salute che definisca obiettivi sanitari pluriennali a livello dell'UE, con la possibilità di adottare poi un testo giuridico vincolante (come una direttiva).

Un altro pilastro è l'attuazione dell'approccio "One Health", che tiene conto dell'interdipendenza tra salute umana, animale e ambientale. Nel parere sulla lotta alle malattie rare, il CESE invita la Commissione a pubblicare una comunicazione contenente un piano d'azione europeo globale sulle malattie rare, con obiettivi SMART che possano essere conseguiti entro il 2030. (lm) 

Un'intelligenza artificiale "made in Europe": il CESE chiede investimenti strategici nelle infrastrutture per l'IA

Il CESE esorta l'Unione europea a promuovere gli investimenti nella connettività sicura, nelle infrastrutture resilienti e nelle catene di approvvigionamento per fare in modo che rimanga competitiva nel settore in rapida evoluzione dell'intelligenza artificiale per finalità generali (General-purpose AI - GPAI). Tali misure sono considerate essenziali per massimizzare i benefici dell'IA generativa in linea con i valori, le esigenze e i diritti fondamentali europei.

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Il CESE esorta l'Unione europea a promuovere gli investimenti nella connettività sicura, nelle infrastrutture resilienti e nelle catene di approvvigionamento per fare in modo che rimanga competitiva nel settore in rapida evoluzione dell'intelligenza artificiale per finalità generali (General-purpose AI - GPAI). Tali misure sono considerate essenziali per massimizzare i benefici dell'IA generativa in linea con i valori, le esigenze e i diritti fondamentali europei.

Nel suo parere esplorativo sul tema Intelligenza artificiale / la via da seguire, in cui si sofferma sugli aspetti fondamentali della GPAI, il CESE sottolinea che il dinamismo e la complessità dell'IA richiedono aggiornamenti continui della normativa dell'UE in materia. Sebbene i modelli di GPAI siano in gran parte tecnici e si applichino prevalentemente al settore delle relazioni tra imprese (B2B), il loro impatto indiretto sui lavoratori e sui consumatori non può essere trascurato.

"Riteniamo sia molto importante che qualsiasi IA utilizzata qui in Europa si basi sui valori europei. Ovviamente ciò significa il rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani, ma anche trasparenza, credibilità e affidabilità. Questi sono i fattori chiave che consentono a qualsiasi sistema di IA di lavorare per i cittadini ", ha dichiarato Sandra Parthie, relatrice del parere, che è stato richiesto dalla Commissione europea e dalla presidenza ungherese del Consiglio dell'UE.

Pur essendo favorevole alla legge sull'IA, il CESE sottolinea che essa deve essere attentamente monitorata e adeguata qualora sia dimostrato che soffoca la capacità di innovazione delle imprese dell'UE incentrate sull'IA. Ciò può verificarsi quando vi sono incertezze sulle modalità di applicazione del regolamento o se questa si rivela troppo complessa, allontanando gli investitori e gli innovatori dal mercato europeo.

Per contrastare la forte posizione dominante delle grandi imprese digitali non europee sul mercato dell'UE, il CESE ha chiesto che gli strumenti della politica di concorrenza dell'Unione siano mobilitati per far fronte a qualsiasi comportamento critico o al mancato rispetto delle norme dell'UE.

L'Unione e i suoi Stati membri devono investire nell'innovazione per costruire reti forti per la creazione e il miglioramento dei prodotti di IA e per incrementare i benefici che l'IA apporta alle persone e all'economia. Il mancato sviluppo e utilizzo della GPAI in Europa potrebbe comportare una riduzione della competitività tra le imprese europee e conseguentemente il calo delle vendite, la perdita di posti di lavoro, la stagnazione economica e la povertà.

"Abbiamo ottime imprese ed eccellenti ricercatori; nei nostri paesi disponiamo di strutture di ricerca all'avanguardia a livello mondiale. Dobbiamo promuoverle molto di più di quanto facciamo ora. Dobbiamo attirare talenti e fare dell'Europa un posto dove questi siano interessati a lavorare. Dobbiamo sviluppare un'IA made in Europe", ha concluso Parthie. (ll)

La società civile deve poter monitorare la gestione dei rifiuti radioattivi, e per far ciò le servono fondi

Gli Stati membri dell'UE dovrebbero agevolare il dialogo inclusivo, l'apertura e la trasparenza nei confronti della società civile riguardo a tutti gli aspetti della gestione dei rifiuti radioattivi. Ciò vale sia per i territori che ospitano già i relativi siti sia per quelli che potrebbero ospitarne in futuro, tanto più in quanto, nel prossimo decennio e oltre, ogni anno saranno prodotte quantità sempre maggiori di rifiuti radioattivi.

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Gli Stati membri dell'UE dovrebbero agevolare il dialogo inclusivo, l'apertura e la trasparenza nei confronti della società civile riguardo a tutti gli aspetti della gestione dei rifiuti radioattivi. Ciò vale sia per i territori che ospitano già i relativi siti sia per quelli che potrebbero ospitarne in futuro, tanto più in quanto, nel prossimo decennio e oltre, ogni anno saranno prodotte quantità sempre maggiori di rifiuti radioattivi.

Su questo tema, in un parere adottato nella sessione plenaria di ottobre il CESE prende una posizione di grande fermezza. Sostiene infatti che i finanziamenti disponibili andrebbero utilizzati per sviluppare la capacità dei gruppi della società civile - e in particolare delle comunità locali situate in prossimità di impianti nucleari - di partecipare in maniera indipendente a progetti e studi volti a valutare il grado di partecipazione e trasparenza riguardo alla gestione dei rifiuti radioattivi.

Il CESE raccomanda agli Stati membri di riferire in merito ai metodi di partecipazione del pubblico al processo decisionale in materia di gestione dei rifiuti radioattivi nonché ai modi in cui viene garantita la trasparenza in questo campo. "Il Comitato invita gli Stati membri ad attivarsi per garantire il monitoraggio della situazione dell'ambiente e della salute pubblica, nonché lo stato dello sviluppo socioeconomico, in relazione alla gestione dei rifiuti radioattivi e per garantire la divulgazione periodica dei relativi dati", spiega la relatrice Alena Mastantuono.

Gli Stati membri dovrebbero assumersi le loro responsabilità e non lasciare alle generazioni future il grave compito di trattare i rifiuti nucleari, e ciò indipendentemente dalla natura di tali rifiuti, dal loro tempo di decadimento e dal loro livello di pericolosità.

Dato che un'alta percentuale di combustibile nucleare usato può essere nuovamente trattata, i materiali fissili dovrebbero essere riciclati tal modo il fabbisogno di uranio naturale per il funzionamento dei reattori nucleari. Strategie di economia circolare metterebbero gli Stati membri in condizione di ridurre al minimo la quantità di rifiuti da gestire.

"Gli Stati membri dovrebbero assicurarsi che le valutazioni dei costi per la disattivazione e la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi tengano conto dell'aumento dei costi nel tempo. E dovrebbero garantire che i finanziamenti siano sufficienti a coprire i costi effettivi", ha dichiarato il correlatore Christophe Quarez. (MP)

L'energia geotermica può fare della transizione verde una realtà

In Europa il potenziale dell'energia geotermica è molto poco utilizzato, e l'Unione europea dovrebbe decidere quanto prima di adottare una strategia europea per questa energia volta a sfruttarne tutti i vantaggi.

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In Europa il potenziale dell'energia geotermica è molto poco utilizzato, e l'Unione europea dovrebbe decidere quanto prima di adottare una strategia europea per questa energia volta a sfruttarne tutti i vantaggi.

Nella sessione plenaria di ottobre il CESE ha assunto una posizione molto netta sul tema dell'energia. In un parere a cura di Zsolt Kükedi e Thomas Kattnig, il Comitato sottolinea che la produzione di energia geotermica genera pochissime emissioni di gas ad effetto serra e può svolgere un ruolo chiave nella transizione verde dell'UE, riducendo la dipendenza dell'Europa dai combustibili fossili e facilitandone il processo di decarbonizzazione.

"L'energia geotermica può dare un utile contributo al conseguimento degli obiettivi di neutralità climatica dell'UE per il 2050", ha affermato il relatore Kükedi. "Il potenziale di questa energia rimane tuttora inutilizzato, e la Commissione europea dovrebbe adoperarsi fin da subito per elaborare una strategia globale che ne sfrutti le risorse", ha aggiunto il correlatore Kattnig.

Il CESE osserva che gli investimenti nelle centrali geotermiche non daranno i risultati auspicati senza un sostegno finanziario a livello nazionale: per essere più precisi, serviranno finanziamenti e incentivi pubblici per attrarre gli investimenti iniziali e ridurre i rischi che essi comportano.

È anche importante sottolineare che i cambiamenti nella politica energetica o nelle sue modalità di finanziamento potrebbero incidere sull'attrattiva economica dei progetti nel settore della geotermia.

La costruzione di centrali geotermiche comporta dei rischi che occorre individuare con precisione, soprattutto quelli legati agli impatti ambientali. Ecco perché è fondamentale che questo processo abbia luogo con la partecipazione delle comunità locali, in modo da ottenere una maggiore accettazione da parte dei cittadini.

Tuttavia, i benefici ambientali e climatici dell'energia geotermica sono superiori ai rischi, in quanto si tratta di una delle fonti di energia rinnovabile più efficaci in termini di utilizzo del suolo, sfruttamento delle risorse e riduzione della dipendenza dalle importazioni. (mp)

Il CESE esorta l'UE ad assumere un ruolo guida con una bioeconomia coerente e sostenibile

Il CESE invita l'UE ad assumere un ruolo guida con un modello di bioeconomia sostenibile in linea con il Green Deal europeo e gli obiettivi climatici. 

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Il CESE invita l'UE ad assumere un ruolo guida con un modello di bioeconomia sostenibile in linea con il Green Deal europeo e gli obiettivi climatici.

Nel suo parere sul tema Allineare l'economia circolare e la bioeconomia a livello nazionale e dell'UE il CESE illustra i modi in cui una bioeconomia solida può moltiplicare i benefici economici ed ecologici per l'Europa, accrescere la resilienza e sostenere una transizione equa. Grazie a investimenti strategici nella collaborazione intersettoriale e nel coinvolgimento delle comunità è possibile fare della bioeconomia dell'UE un modello globale di crescita sostenibile.

La bioeconomia, per essere sostenibile, deve allinearsi a quadri dell'UE quali il Green Deal, l'economia circolare e gli obiettivi in materia di biodiversità. In questo modo si garantisce che le attività della bioeconomia contribuiscano agli obiettivi in materia di clima e biodiversità e rispettino i limiti del pianeta.

"È essenziale adottare una strategia globale e ambiziosa in materia di bioeconomia. Allineandosi agli obiettivi dell'economia circolare e dello sviluppo sostenibile, la bioeconomia può costituire un vantaggio competitivo per l'UE creando posti di lavoro sostenibili e ben retribuiti e garantendo una crescita che rispetti i limiti ecologici", ha dichiarato Cillian Lohan, relatore del parere.

La bioeconomia può basarsi sui principi dell'economia circolare, riducendo i rifiuti e migliorando l'efficienza attraverso l'uso a cascata delle risorse e il ricircolo dei materiali biologici. Essa genera benefici sociali, in particolare nelle zone rurali, creando posti di lavoro e offrendo opportunità di sviluppo delle competenze. In questo contesto è fondamentale sostenere le comunità rurali e incoraggiare il coinvolgimento dei giovani.

L'educazione alla bioeconomia può concorrere a formare una forza lavoro qualificata e a sensibilizzare in merito alla sostenibilità, oltre a contribuire a migliorare la salute pubblica riducendo le spese sanitarie. Fondamentali per questo sforzo sono i progressi tecnologici e l'uso sostenibile del suolo, grazie ad esempio all'agricoltura e alla silvicoltura rigenerative, che promuovono lo stoccaggio del carbonio e la biodiversità.

L'agricoltura urbana e i poli alimentari circolari permettono di ridurre gli sprechi alimentari e di rafforzare i sistemi alimentari locali. L'UE dovrebbe mantenere standard elevati nel settore delle imprese e dell'innovazione, incoraggiando una rapida adozione delle biotecnologie. I finanziamenti dovrebbero dare priorità ai leader nell'innovazione e sostenere le piccole e medie imprese.

Per integrare la bioeconomia nelle politiche dell'UE, è necessaria una definizione chiara. L'aggiornamento della strategia per la bioeconomia, previsto per la fine del 2025, dovrebbe allinearsi al Green Deal e all'accordo di Parigi, in modo da definire una tabella di marcia per una bioeconomia sostenibile e resiliente. (ks) 

Il CESE formula una serie di proposte concrete per realizzare un sistema alimentare resiliente e sostenibile per il futuro

Il CESE ha delineato la propria visione per trasformare l'agricoltura, la pesca e i sistemi alimentari dell'UE al fine di garantirne la resilienza e la sostenibilità nei periodi di crisi. 

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Il CESE ha delineato la propria visione per trasformare l'agricoltura, la pesca e i sistemi alimentari dell'UE al fine di garantirne la resilienza e la sostenibilità nei periodi di crisi. 

In un parere adottato nella plenaria di ottobre il CESE auspica lo sviluppo di un sistema alimentare competitivo, a prova di crisi e in linea con gli obiettivi ambientali e sociali dell'UE. Il testo mette l'accento sui temi della sicurezza alimentare, della garanzia di un reddito equo per i produttori, della resilienza ambientale e del sostegno alla prossima generazione di produttori alimentari.

"È essenziale assicurare redditi stabili e sostenibili ai produttori, così come promuovere una politica alimentare basata sulla conoscenza che favorisca l'innovazione", ha dichiarato Arnold Puech d'Alissac, uno dei tre relatori del parere, che è anche presidente dell'Organizzazione mondiale degli agricoltori.

Per raggiungere questi obiettivi, il CESE propone di rafforzare il potere contrattuale del settore agricolo al momento delle trattative sui prezzi e di aumentare i fondi dell'UE destinati all'agricoltura e alla pesca. Chiede inoltre che i futuri accordi commerciali dell'UE integrino le norme del Green Deal e della strategia "Dal produttore al consumatore", garantendo una concorrenza leale e alimenti di elevata qualità.

"Garantire che i produttori primari ricevano un reddito equo è fondamentale", ha sottolineato Piroska Kállay, altra relatrice del parere.

Il CESE invoca un'applicazione più rigorosa delle norme sulle pratiche commerciali sleali e il divieto di praticare prezzi inferiori ai costi, in modo da pervenire a un riequilibrio all'interno della filiera alimentare. È inoltre della massima importanza adottare politiche di promozione del ricambio generazionale, rivolte in particolare ai giovani e alle donne, anche attraverso l'istruzione, la formazione e il sostegno alle cooperative.

Per favorire la sostenibilità, il Comitato raccomanda di premiare le pratiche di sequestro del carbonio, come la gestione sostenibile del suolo, e di prevenire la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio. "Questi provvedimenti contribuirebbero ad allineare la produzione alimentare agli obiettivi climatici dell'UE e agli impegni ambientali a livello globale", ha dichiarato il terzo relatore, Joe Healy.

Un'altra delle proposte del parere è quella di introdurre un regime di assicurazione pubblica dei produttori contro le catastrofi legate al clima, che garantisca la continuità dell'approvvigionamento alimentare.

Il CESE chiede politiche per ripristinare la salute del suolo e delle acque, migliorare l'efficienza idrica e diminuire il consumo di acqua, oltre che per ridurre gli adempimenti burocratici e aumentare la trasparenza grazie a un monitoraggio digitalizzato dei prezzi e dei costi.

Infine, il Comitato raccomanda di istituire un Consiglio europeo per la politica alimentare (European Food Policy Council - EFPC) per promuovere il dialogo sulle questioni nel settore dell'alimentazione e allineare la politica alimentare a obiettivi di più ampia portata in campo sociale e ambientale. Queste proposte definiscono una tabella di marcia per lo sviluppo di sistemi alimentari dell'UE più resilienti, più sostenibili e più equi di fronte alle sfide globali. (ks)

Il CESE propone di rendere i finanziamenti dell'UE più chiari e più inclusivi

Lo scorso ottobre il CESE ha adottato un parere in cui propone di ripensare radicalmente l'elaborazione del bilancio dell'UE. Ha infatti chiesto maggiore trasparenza e partecipazione civica in tutta l'UE, in modo da rafforzare la democrazia e la fiducia dei cittadini. 

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Lo scorso ottobre il CESE ha adottato un parere in cui propone di ripensare radicalmente l'elaborazione del bilancio dell'UE. Ha infatti chiesto maggiore trasparenza e partecipazione civica in tutta l'UE, in modo da rafforzare la democrazia e la fiducia dei cittadini. 

Per raggiungere questo obiettivo, il CESE ha raccomandato di elaborare un quadro comune sulla trasparenza di bilancio che permetta il coinvolgimento dei cittadini nei processi pertinenti e la creazione di strumenti digitali che forniscano informazioni di bilancio più chiare.

"Immaginate di poter seguire il percorso di ogni euro iscritto nel bilancio dell'UE, dal suo stanziamento a Bruxelles alla sua erogazione ai governi nazionali, fino al suo utilizzo per la vostra comunità locale", ha suggerito la relatrice del parere Elena Calistru.

Secondo il CESE, con un quadro comune sulla trasparenza di bilancio verranno stabilite norme chiare e coerenti per tutti i programmi finanziati dall'UE, garantendo così una rendicontazione uniforme e un facile accesso ai dati di bilancio in tutti gli Stati membri. L'accento verrebbe posto sulla promozione delle buone pratiche piuttosto che sull'introduzione di nuove normative.

Il bilancio partecipativo consentirebbe ai cittadini di avere direttamente voce in capitolo nelle decisioni sulla spesa pubblica, in particolare a livello locale, e di integrare nel contempo elementi partecipativi nei processi di bilancio a livello dell'UE.

Il CESE ha chiesto la creazione di una piattaforma digitale unificata e di facile utilizzo che assicuri la consultazione dei dati di bilancio in tempo reale, permetta visualizzazioni chiare e fornisca informazioni approfondite su come vengono spese le risorse finanziarie dell'UE per ottenere i risultati attesi. Ciò farebbe aumentare la comprensione e la partecipazione dei cittadini in rapporto alle informazioni di bilancio.

Il CESE ha inoltre sottolineato l'importanza di sensibilizzare l'opinione pubblica, assicurando un rafforzamento della vigilanza e la conformità delle prassi finanziarie agli obiettivi dell'UE, come la coesione e la sostenibilità, allo scopo di favorire la cooperazione e l'assunzione di responsabilità.

"Il bilancio dell'UE non è solo una questione di numeri, ma ha a che fare con la fiducia e la democrazia, e con l'assicurarsi che l'Europa sia al servizio dei suoi cittadini", ha affermato in conclusione Elena Calistru. (tk)

L'UE deve continuare a perseguire un'economia antropocentrica

Il CESE sostiene gli sforzi volti a sviluppare un ecosistema industriale maggiormente incentrato sulle persone e più adeguato alle esigenze future. Al tempo stesso, chiede un dibattito approfondito su Industria 5.0 e sulle sue implicazioni sociali ed economiche.

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Il CESE sostiene gli sforzi volti a sviluppare un ecosistema industriale maggiormente incentrato sulle persone e più adeguato alle esigenze future. Al tempo stesso, chiede un dibattito approfondito su Industria 5.0 e sulle sue implicazioni sociali ed economiche.

Industria 5.0 intende integrare nei processi aziendali le considerazioni sociali e ambientali, andando oltre l'approccio di Industria 4.0, orientato principalmente alla digitalizzazione e all'automazione Il CESE ha di recente adottato un parere sul tema Industria 5.0 - Come tradurla in realtà, in cui sostiene un modello industriale antropocentrico, che metta in prima linea le competenze umane e la creatività.

Industria 4.0 ha ampiamente trascurato l'impatto dell'automazione sul capitale umano ed è stata poco attenta alle priorità ambientali, quali la riduzione dei rifiuti, la circolarità e l'energia verde. Il CESE sottolinea che Industria 5.0 dovrebbe affrontare tali lacune, dando priorità ai valori della democrazia, dell'equità sociale e della competitività sostenibile. Giuseppe Guerini, relatore del parere sul tema Industria 5.0, sostiene che la trasformazione digitale dovrebbe contribuire a un "New Industrial Clean Deal", in cui i fattori umani e la creatività svolgano un ruolo centrale.

Industria 5.0 rimette l'uomo al centro della produzione, considerandone le conoscenze e le competenze come risorse essenziali per vantaggi competitivi. Essa bilancia l'automazione con la creatività umana, utilizzando robot collaborativi per compiti ripetitivi e consentendo ai lavoratori di concentrarsi sulla progettazione, sulla pianificazione e sui servizi ai clienti. Questo cambiamento implica una maggiore attenzione per la salute e la sicurezza dei lavoratori e il sostegno alle persone che sono state soppiantate dall'automazione.

Il CESE invita le istituzioni dell'UE a sostenere un ecosistema industriale adeguato alle esigenze future, antropocentrico e radicato nell'equità sociale e nella competitività inclusiva. Pur sostenendo Industria 5.0, il CESE sottolinea la necessità di definirne ulteriormente gli impatti economici, sociali e tecnologici. Politiche europee già esistenti, quali il Green Deal, la legge sull'intelligenza artificiale e l'agenda per le competenze, forniscono una base per questa visione, ma dovrebbero essere aggiornate per integrare i principi di Industria 5.0.

Affinché Industria 5.0 abbia successo, le parti sociali e i lavoratori devono essere coinvolti a tutti i livelli. Questo approccio inclusivo promuoverà un ambiente di lavoro collaborativo, che combini i punti di forza umani e quelli delle macchine, rendendo i luoghi di lavoro più innovativi, coinvolgenti e sostenibili. (gb)

L'UE deve concentrarsi urgentemente sull'idrogeno verde per decarbonizzare i trasporti

Il 12 novembre scorso il CESE ha organizzato a Pärnu (Estonia) un convegno sull'idrogeno a basso tenore di carbonio, con l'obiettivo di discutere e individuare azioni strategiche per lo sviluppo di infrastrutture sostenibili per l'idrogeno e i suoi derivati, concentrandosi sul loro finanziamento e utilizzo.

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Il 12 novembre scorso il CESE ha organizzato a Pärnu (Estonia) un convegno sull'idrogeno a basso tenore di carbonio, con l'obiettivo di discutere e individuare azioni strategiche per lo sviluppo di infrastrutture sostenibili per l'idrogeno e i suoi derivati, concentrandosi sul loro finanziamento e utilizzo.

All'evento, intitolato L'energia offshore per gli elettrocarburanti: promuovere la nuova economia dell'idrogeno, hanno partecipato l'ambasciata dei Paesi Bassi in Estonia, il centro di sviluppo della provincia di Pärnu, il centro di ricerca applicata Metrosert, l'agenzia Invest Estonia e la società Power2X, che sta sviluppando un impianto di produzione di e-metanolo nel paese.

L'idrogeno verde e quello a basse emissioni di carbonio sono componenti fondamentali della nostra transizione energetica, e recenti iniziative, come la Banca dell'idrogeno dell'UE, hanno messo in rilievo l'attuale momento favorevole per lo sviluppo di mercati dell'idrogeno sostenibile. A tal fine, i responsabili politici nazionali e dell'UE devono fornire i mezzi necessari per mettere in pratica queste ambizioni e agevolare la cooperazione tra gli Stati membri per adottare strategie efficaci.

Riguardo a questa urgente necessità, la presidente della sezione Trasporti, energia, infrastrutture e società dell'informazione, Baiba Miltoviča, ha osservato che: "La rapida diffusione dell'idrogeno rinnovabile è fondamentale non solo per la trasformazione del nostro sistema energetico, ma anche per il benessere sociale ed economico dell'Unione europea. Tuttavia, è essenziale che le nostre risorse siano impiegate in modo oculato. Per massimizzare il nostro impatto, dobbiamo dare priorità ai settori in cui è difficile abbattere le emissioni, e dobbiamo definire standard ecologici e sociali efficaci, che garantiscano condizioni di lavoro eque e sicure". (mp)

La presidente della sezione TEN del CESE Baiba Miltoviča e il relatore del CdR Andres Jaadla firmano la dichiarazione sull'edilizia abitativa

In una dichiarazione comune firmata il 14 novembre, Baiba Miltoviča, presidente della sezione Trasporti, energia, infrastrutture e società dell'informazione (TEN) del CESE, e Andres Jaadla, relatore del parere del Comitato delle regioni sul tema degli alloggi, invitano le istituzioni europee ad adottare con urgenza delle misure per far uscire l'Unione europea dall'attuale crisi degli alloggi. Accolgono inoltre con favore la nomina di un commissario europeo per l'Energia e l'edilizia abitativa, che avrà il compito di presentare il primo piano europeo per alloggi a prezzi accessibili.

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In una dichiarazione comune firmata il 14 novembre, Baiba Miltoviča, presidente della sezione Trasporti, energia, infrastrutture e società dell'informazione (TEN) del CESE, e Andres Jaadla, relatore del parere del Comitato delle regioni sul tema degli alloggi, invitano le istituzioni europee ad adottare con urgenza delle misure per far uscire l'Unione europea dall'attuale crisi degli alloggi. Accolgono inoltre con favore la nomina di un commissario europeo per l'Energia e l'edilizia abitativa, che avrà il compito di presentare il primo piano europeo per alloggi a prezzi accessibili.

Dichiarazione sull'edilizia abitativa

  • Invitiamo la Commissione europea a organizzare, in collaborazione con il Parlamento europeo, il CESE e il CdR, un vertice annuale dell'UE sugli alloggi sociali e a prezzi accessibili, al fine di riunire tutte le parti interessate coinvolte nell'applicazione delle azioni degli Stati membri in materia di alloggi sociali e a prezzi accessibili, sulla base di un approccio multilivello e dello scambio delle buone pratiche, oltre che nel rispetto del principio di sussidiarietà;
  • sosteniamo il piano del commissario designato per l'edilizia abitativa volto a istituire una piattaforma di investimento paneuropea per alloggi sostenibili a prezzi accessibili, al fine di sostenere urgentemente i partenariati nazionali, regionali e locali impegnati a porre fine all'esclusione abitativa, in collaborazione con il CESE e il CdR;
  • rimarchiamo la necessità di esplorare modalità innovative per promuovere gli investimenti pubblici e mobilitare i fondi europei esistenti al fine di trovare una soluzione a lungo termine alla crisi degli alloggi;
  • invitiamo le istituzioni dell'UE a sostenere la ristrutturazione profonda degli edifici residenziali grazie a un sostegno finanziario diversificato, innovativo e a lungo termine e a quadri giuridici coerenti, destinati ai gruppi vulnerabili della popolazione e ai principali attori sul campo, in particolare le comunità energetiche e gli enti locali;
  • chiediamo una cooperazione più stretta tra i soggetti ai diversi livelli di governance: Stati membri, istituzioni dell'UE, organizzazioni della società civile, amministrazioni regionali ed enti locali.

Ci impegniamo a contribuire all'attuazione delle misure stabilite nella dichiarazione di Liegi diffondendo il punto di vista delle organizzazioni della società civile e degli enti locali e regionali di tutta l'UE, nell'ambito di uno sforzo congiunto di tutte le istituzioni dell'UE volto a risolvere la crisi degli alloggi e a rafforzare la coesione europea a tutti i livelli.

Incontri che lasciano un segno: mettere in immagini la fine della precarietà energetica

In questi giorni il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ospita la coinvolgente mostra fotografica sul tema Incontri che lasciano un segno: mettere in immagini la fine della precarietà energetica, che illustra il lavoro della fotografa Miriam Strong. L'esposizione, allestita in collaborazione con l'associazione Friends of the Earth – Europe, mette in risalto l'attivismo, l'azione collegiale e l'assunzione di responsabilità da parte di comunità locali di tutta Europa alle prese con la precarietà energetica. La mostra, che è stata organizzata su iniziativa del gruppo Organizzazioni della società civile del CESE, sarà visitabile dal 4 al 16 dicembre a Bruxelles nell'edificio JDE (rue Belliard 99-101).

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In questi giorni il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ospita la coinvolgente mostra fotografica sul tema Incontri che lasciano un segno: mettere in immagini la fine della precarietà energetica, che illustra il lavoro della fotografa Miriam Strong. L'esposizione, allestita in collaborazione con l'associazione Friends of the Earth – Europe, mette in risalto l'attivismo, l'azione collegiale e l'assunzione di responsabilità da parte di comunità locali di tutta Europa alle prese con la precarietà energetica. La mostra, che è stata organizzata su iniziativa del gruppo Organizzazioni della società civile del CESE, sarà visitabile dal 4 al 16 dicembre a Bruxelles nell'edificio JDE (rue Belliard 99-101).

In occasione dell'inaugurazione, il vicepresidente del CESE alla Comunicazione Aurel Laurenţiu Plosceanu e il presidente del gruppo Organizzazioni della società civile del CESE Séamus Boland hanno sottolineato l'impegno del CESE a sradicare la povertà, favorire un'energia a prezzi accessibili, incoraggiare il cambiamento sistemico e conseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS). 

Nel suo intervento, Boland si è soffermato sull'aumento del costo della vita e sulla crescita della povertà in Europa, ponendo l'accento sulla necessità di una risposta politica energica da parte della nuova Commissione europea e del Parlamento europeo. "La prima strategia dell'UE contro la povertà e il patto per l'industria pulita – due iniziative che la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato nei suoi orientamenti politici per la nuova Commissione europea – devono fornire soluzioni durature a problemi concreti", ha dichiarato Boland.

L'attivista per la giustizia energetica Laia Segura e la responsabile per la comunicazione di Friends of the Earth Yvonne Lemmen hanno messo in rilievo che questo progetto fotografico indaga in che modo privati cittadini affrontano la precarietà energetica e lottano per il loro diritto ad abitazioni dignitose, resilienti ai cambiamenti climatici e alimentate con un'energia pulita a prezzi accessibili. Per maggiori informazioni, cliccare qui.

Il premio per la migliore foto del concorso Collegare l'UE 2024 va a...

La vincitrice del concorso fotografico Collegare l'UE 2024 è Martina Cikojević, redattrice e giornalista presso il sindacato croato dei lavoratori postali. La sua foto, La Grand Place di Bruxelles al chiaro di luna, le ha fatto vincere un soggiorno di due giorni a Bruxelles durante la Settimana della società civile del CESE nel marzo 2025.

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La vincitrice del concorso fotografico Collegare l'UE 2024 è Martina Cikojević, redattrice e giornalista presso il sindacato croato dei lavoratori postali.

La sua foto, La Grand Place di Bruxelles al chiaro di luna, le ha fatto vincere un soggiorno di due giorni a Bruxelles durante la Settimana della società civile del CESE nel marzo 2025.

Cikojević ha partecipato al seminario Collegare l'UE 2024 di quest'anno, che il 17 e 18 ottobre scorso ha riunito a Bruxelles. oltre a giornalisti, numerosi addetti stampa e responsabili della comunicazione delle organizzazioni della società civile dell'UE. Il tema centrale di questa edizione, intitolata "Il baluardo della democrazia: aiutare il giornalismo a sopravvivere e prosperare", erano le sfide senza precedenti che i giornalisti si trovano ad affrontare in un mondo di IA in rapida evoluzione e di crescenti pressioni politiche.

I partecipanti hanno inoltre preso parte alla sessione di networking "Lavorare come addetto stampa o responsabile della comunicazione nell'età di Instagram, TikTok e IA: in che modo trasmettere il proprio messaggio", articolatasi in due seminari. Il concorso fotografico faceva parte del seminario sul tema "Insegnamenti sui contenuti della comunicazione", moderato dallo specialista della comunicazione Tom Moylan.

Cikojević ha spiegato che la sua foto, nella quale la luce della luna illumina la notte penetrando l'oscurità delle nubi, potrebbe essere collegata simbolicamente al tema stesso del seminario. "Nessuno può impedire alla luna di portare la luce dove c'è il buio, e nessuno dovrebbe impedire ai giornalisti di portare alla luce la verità per una società migliore, più sicura e più equa", ha dichiarato.

In qualità di vincitrice del concorso fotografico, Cikojević parteciperà alla seconda Settimana della società civile del CESE, che si terrà a Bruxelles, presso la sede del Comitato, dal 17 al 21 marzo. Il tema di quest'anno è Rafforzare la coesione e la partecipazione nelle società polarizzate.

L'unità Stampa del CESE si congratula con Martina e ringrazia tutti coloro che hanno inviato le loro foto. (ll)

Notizie dai gruppi

Elezioni negli Stati Uniti: dobbiamo essere pronti ad agire da soli su questioni strategiche fondamentali

Stefano Mallia, presidente del gruppo Datori di lavoro

Donald Trump ha vinto le elezioni negli Stati Uniti e diventerà presidente per la seconda volta. Il voto espresso è chiaro va rispettato. Ma ora che succede? 

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Stefano Mallia, presidente del gruppo Datori di lavoro

Donald Trump ha vinto le elezioni negli Stati Uniti e diventerà presidente per la seconda volta. Il voto espresso è chiaro va rispettato. Ma ora che succede?

L'UE e gli Stati Uniti rimangono partner geopolitici e commerciali fondamentali in quanto le nostre relazioni si fondano sul principio di reciprocità. Non vi è spazio per l'isolazionismo o il protezionismo nel mondo interconnesso di oggi, in quanto tali approcci compromettono la nostra cooperazione reciproca e globale e la nostra prosperità economica.

L'UE è il principale partner per le esportazioni USA e viceversa. Gli scambi commerciali bilaterali UE-USA sono ai massimi storici, con oltre 1 600 miliardi di EUR nel 2023 e stock di investimenti bilaterali pari a 5 000 miliardi di EUR. Gli Stati Uniti sono un'importante fonte di investimenti esteri diretti (IED) nell'UE: gli IED USA in Europa sono stimati pari a circa 3 600 miliardi di USD, mentre gli IED dell'UE negli Stati Uniti ammontano a circa 3 000 miliardi di USD. Questo investimento reciproco rafforza l'interdipendenza economica e crea milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell'Atlantico.

Per questo motivo è importante continuare a lavorare sulle nostre relazioni. L'imposizione di tariffe sulle merci UE, come suggerito in precedenza da Trump, con l'applicazione di aliquote comprese tra il 10 e il 20 % sulle importazioni da tutti i paesi, compresa l'UE, è un vicolo cieco. Per questo motivo chiediamo un dialogo più aperto e un'agenda lungimirante per la cooperazione.

Il Consiglio UE-USA per il commercio e la tecnologia (TTC) ha facilitato il dialogo su questioni critiche quali l'intelligenza artificiale e i semiconduttori. Se, da un lato, il dialogo deve essere rafforzato e potenziato, dall'altro l'UE deve accelerare le sue riforme politiche, agire compatta e impegnarsi per trovare le migliori forme di cooperazione con gli Stati Uniti.

Dobbiamo inoltre prepararsi allo scenario in cui, su questioni importanti come i cambiamenti climatici e l'Ucraina, potremmo dover agire da soli. Si tratta di una possibilità estremamente concreta e, in quanto tale, dovremmo iniziare a considerarla di fatto come nuova realtà.

È il costo della vita, stupido!

A cura del gruppo Lavoratori

Oggi appare più che mai appropriato parafrasare lo slogan della campagna di Bill Clinton del 1992 "È l'economia, stupido!", che all'epoca aveva incontrato il favore degli elettori americani colpiti dalla recessione. Basta esaminare i risultati dell'ultima indagine Eurobarometro condotta dopo le elezioni europee, da cui è emerso che l'inflazione e l'economia sono i principali temi che spingono le persone a votare.  

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A cura del gruppo Lavoratori

Oggi appare più che appropriato parafrasare lo slogan della campagna di Bill Clinton del 1992 "È l'economia, stupido!", che all'epoca aveva incontrato il favore/avuto un forte impatto sugli elettori americani alle prese con la recessione. Basta esaminare i risultati dell'ultima indagine Eurobarometro condotta dopo le elezioni europee, da cui è emerso che l'inflazione e l'economia sono i principali temi che spingono le persone a votare. 

No, non esiste un'unica soluzione valida per tutti e le difficoltà economiche da sole non possono spiegare tutta l'instabilità associata alle elezioni future. Tuttavia, si può affermare con ragionevole certezza che l'aumento dei prezzi, il costo della vita e la situazione economica hanno costituito le principali motivazioni che hanno indotto gli elettori a recarsi alle urne sia nell'UE nella scorsa primavera che sull'altra sponda dell'Atlantico alcune settimane fa. Del resto i segnali erano chiari: erano quelle le principali preoccupazioni (seguite da povertà ed esclusione sociale) dei cittadini all'inizio del 2023. Sebbene gli indicatori macroeconomici sembrino rassicurare i responsabili politici, l'impatto diretto dell'inflazione su beni essenziali quali i prodotti alimentari e l'energia continua a essere enorme e colpisce in modo sproporzionato coloro che spendono una quota maggiore del loro reddito per soddisfare tali necessità primarie. Questa situazione si aggiunge alla ripresa dalla pandemia e alla relativa risposta politica che è stata catastrofica, considerato anche che molti paesi continuano ancora a risentire dell'impatto della crisi del 2008.

Da decenni i salari sono dissociati dall'incremento della produttività, facendo svanire le prospettive di un futuro migliore per molti cittadini europei appartenenti alla classe media e al ceto operaio. L'estremismo politico e le turbolenze elettorali sono fenomeni destinati a perdurare.

Affrontare la crisi del costo della vita è cruciale per il futuro dell'Europa, dato che pone in evidenza i problemi strutturali delle nostre società ed economie, mettendo in discussione i principi che sono alla base del tessuto sociale delle nostre democrazie.

Il 26 novembre il gruppo Lavoratori ha incontrato diversi portatori di interessi per esaminare la questione. Vi invitiamo a rivedere il dibattito e a unirvi al nostro appello ai responsabili politici affinché abbandonino gli slogan, si preoccupino di colmare il loro divario di competenze e si concentrino su ciò che conta davvero. 

Eliminare la povertà una volta per tutte

di Séamus Boland, presidente del gruppo Organizzazioni della società civile del CESE

Nonostante l'UE sia una delle regioni più ricche del mondo, milioni di bambini europei dipendono ancora dalle loro scuole per i pasti quotidiani. Infatti, il numero di Stati membri che forniscono generi alimentari ai bambini durante le vacanze scolastiche è in aumento. Anche solo questo dato è sufficiente per comprendere che la povertà nella sua forma più basilare esiste, è in aumento e dev'essere affrontata con forza e senza esitazione dalla prossima Commissione europea. 

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di Séamus Boland, presidente del gruppo Organizzazioni della società civile del CESE

Nonostante l'UE sia una delle regioni più ricche del mondo, milioni di bambini europei dipendono ancora dalle loro scuole per i pasti quotidiani. Infatti, il numero di Stati membri che forniscono generi alimentari ai bambini durante le vacanze scolastiche è in aumento. Anche solo questo dato è sufficiente per comprendere che la povertà nella sua forma più basilare esiste, è in aumento e dev'essere affrontata con forza e senza esitazione dalla prossima Commissione europea.

Le statistiche europee sulla povertà sono sconcertanti. Circa il 21 % della popolazione dell'UE è a rischio di povertà o di esclusione sociale (dati Eurostat del 2023) e quasi il 25 % dei bambini corre il rischio di ritrovarsi in condizioni di povertà (dati Eurostat del 2023). Sebbene sia certamente possibile che la situazione sarebbe ancora più grave senza le attuali iniziative dell'UE che stimolano un cambiamento in questo ambito, occorre riconoscere che queste ultime non sono sufficienti. Per questo motivo il Comitato economico e sociale europeo (CESE) e il suo gruppo Organizzazioni della società civile accolgono con favore la decisione della Commissione europea, annunciata dalla Presidente Ursula von der Leyen, di elaborare durante il mandato 2024-2029 una strategia dell'UE contro la povertà volta ad affrontare le cause profonde della povertà. Il CESE, e in particolare il mio gruppo, chiedono da molto tempo l'introduzione di una strategia di questo tipo.

Purtroppo, la povertà non è solo una mancanza di risorse di base di cui le famiglie hanno bisogno quotidianamente. È il risultato di una serie di circostanze durature che vanno di pari passo con un impoverimento a lungo termine. Questo impoverimento è legato ai sistemi politici che, nel migliore dei casi, ignorano alcune fasce della popolazione e, nel peggiore, le discriminano.

Le soluzioni dovranno includere una valutazione delle profonde cause storiche della povertà, il che implica esaminare tutte le fasi della vita delle persone, dalla nascita alla morte. Lo stesso vale per la fornitura di alloggi, che sta diventando uno dei problemi più gravi che le società europee si trovano ad affrontare. Per questo motivo, su richiesta del mio gruppo, il CESE ha commissionato uno studio sul tema degli alloggi sostenibili a prezzi accessibili nell'UE, che è stato presentato alla nostra conferenza del 21 novembre sulla protezione delle persone più vulnerabili in Europa attraverso alloggi sostenibili e a prezzi accessibili. Con questa conferenza abbiamo dimostrato che gli alloggi a prezzi accessibili costituiscono uno degli strumenti principali per combattere la povertà.

Siamo lieti che la nuova Commissione europea comprenda anche un commissario per l'Energia e l'edilizia abitativa, contribuendo in tal modo all'eliminazione della povertà. È tuttavia preoccupante che la maggior parte dei politici continui a considerare l'eliminazione della povertà un problema da risolvere con ingenti dotazioni finanziarie gestite in maniera burocratica. Le risorse raggiungeranno le persone che ne hanno bisogno solo se questa mentalità cambierà. La povertà è una questione trasversale e i nuovi commissari europei per l'energia e l'edilizia abitativa, per l'uguaglianza, per la coesione e le riforme e per la transizione giusta devono assumersi con urgenza la responsabilità di guidare questo cambiamento.

Obiettivo clima
Photo by Lucie Morauw

Traditi dai miliardi: il fallimento della COP 29 nel garantire la giustizia climatica

Adélaïde Charlier, giovane attivista per il clima e i diritti umani e cofondatrice del movimento Youth for Climate Belgium, ci illustra tutti i gravi errori dell'accordo sul clima negoziato alla COP 29 che si è appena conclusa a Baku, capitale dell'Azerbaigian. Vista da più parti come il simbolo della perdita di fiducia e della disuguaglianza climatica, la COP 29 ha suscitato una profonda e amara delusione nei paesi vulnerabili e nella società civile.

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Adélaïde Charlier, giovane attivista per il clima e i diritti umani e cofondatrice del movimento Youth for Climate Belgium, ci illustra tutti i gravi errori dell'accordo sul clima negoziato alla COP 29 che si è appena conclusa a Baku, capitale dell'Azerbaigian. Vista da più parti come il simbolo della perdita di fiducia e della disuguaglianza climatica, la COP 29 ha suscitato una profonda e amara delusione nei paesi vulnerabili e nella società civile.

La recente 29a conferenza sul clima di Baku ha segnato una linea di frattura nel mondo, al punto che i paesi vulnerabili e la società civile hanno espresso la loro profonda frustrazione per quello che considerano un tradimento della loro fiducia. Se, da un lato, un accordo è stato raggiunto — con l'impegno a stanziare 300 miliardi di USD all'anno per sostenere il processo di adattamento ai cambiamenti climatici dei paesi in via di sviluppo da qui al 2035 — dall'altro tale accordo non è assolutamente in grado di rispondere ai bisogni urgenti di tutti coloro che si battono sulla linea del fronte contro la crisi climatica.

"Meglio nessun accordo che un cattivo accordo"

Harjeet Singh, direttore per l'impegno globale dell'Iniziativa del trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, ha aperto le ostilità 24 ore prima dell'approvazione del testo definitivo dell'accordo: "Meglio nessun accordo che un cattivo accordo" - una dichiarazione che rifletteva le crescenti tensioni tra i paesi colpiti dai cambiamenti climatici, la società civile e le nazioni più ricche. La domenica, la situazione alla conferenza si era ormai fatta drammatica e tutto quel che ne rimaneva era un unico obiettivo finanziario: l'impegno a versare "300 miliardi di USD all'anno entro il 2035". Un obiettivo francamente ridicolo, dato che l'importo è ben inferiore alle richieste collettive dei paesi vulnerabili: 1 300 miliardi di USD per soddisfare le loro esigenze in materia di adattamento e mitigazione e coprire le perdite e i danni causati dalla crisi climatica.

L'accordo è legato al nuovo obiettivo collettivo quantificato (New Collective Quantified Goal - NCQG) in materia di finanziamenti per il clima, inteso a finanziare la transizione climatica nei paesi in via di sviluppo. Anche se la somma stanziata è il triplo dei 100 miliardi di USD stabiliti nel 2009 - un obiettivo che è stato raggiunto, con due anni di ritardo, solo nel 2022 - è ancora ben lontana dall'essere sufficiente. L'impegno a versare 100 miliardi di USD, al netto dell'inflazione, equivarrebbe a 258 miliardi di USD entro il 2035, pari a un incremento reale di soli 42 miliardi di USD in termini di sforzo effettivo. L'appello dei paesi vulnerabili è chiaro: "Non servono miliardi, ma migliaia di miliardi."

Il modo in cui l'obiettivo finanziario proposto è strutturato è altrettanto deludente del suo ammontare. Manca qualsiasi impegno specifico all'adozione di meccanismi di finanziamento pubblico, sotto forma ad esempio di sovvenzioni o sussidi, che sono estremamente necessari per i paesi del Sud del mondo.

Inoltre, non sono previsti sotto-obiettivi per finanziare adeguatamente le azioni di mitigazione e adattamento e coprire le perdite e i danni. L'assenza di una specifica attenzione all'adattamento ai cambiamenti climatici, associata a un'enfasi eccessiva sulla mitigazione – finanziata soprattutto dalle banche multilaterali di sviluppo e dal settore privato – dimostra che dal 2009 fino ad oggi si è continuato a non voler ricavare il minimo insegnamento, con un processo di adattamento che è stato notevolmente sottofinanziato, aggravato dalla mancanza di assunzione di responsabilità e di fondi ad hoc per indennizzare le perdite e i danni.

Inoltre, benché l'accordo contenga un riferimento alla questione delle perdite e dei danni, il tema è menzionato solo in modo vago e superficiale, anziché esservi inglobato quale contenuto significativo. Non solo: il quadro spiana anche la strada a una forte dipendenza dai finanziamenti privati, inclusi i partenariati pubblico-privati, gli investimenti privati a rischio ridotto sostenuti da fondi pubblici e gli investimenti interamente privati, che vengono attivamente incoraggiati.

Responsabilità storiche ignorate

Al di là dei finanziamenti insufficienti che propone, l'accordo ha messo in luce profonde incrinature all'interno della diplomazia climatica. I paesi più ricchi hanno ignorato il principio delle responsabilità differenziate spostando parte dell'onere finanziario sui paesi vulnerabili, che subiscono già più degli altri le conseguenze degli impatti climatici. Paesi come l'India, Cuba, la Bolivia e la Nigeria hanno dato voce alla loro collera, accusando i paesi ricchi di non voler pagare il conto della loro lunga storia di emissioni di gas a effetto serra.

Questa mancanza di considerazione ha avuto ragione della fiducia reciproca, facendo salire le tensioni a livelli mai raggiunti nei tanti anni di negoziati della COP. L'impegno attuale di stanziamenti per 300 miliardi di USD è davvero esiguo rispetto ai 1 000 miliardi di USD che, secondo le stime degli esperti delle Nazioni Unite, sono il minimo indispensabile che occorre investire per i paesi in via di sviluppo (esclusa la Cina) entro il 2035.

Pressioni per concludere un cattivo accordo

Le nazioni più povere e vulnerabili al mondo, compresi i 45 paesi meno sviluppati (PMS) e 40 piccoli Stati insulari, hanno finito per accettare l'accordo dietro enormi pressioni politiche. Il timore di non arrivare a nessun tipo di accordo, e in particolare la minaccia che una presidenza Trump potrebbe far pesare su futuri progressi nell'azione per il clima, hanno forzato loro la mano. Per molti si è trattato di un doloroso compromesso: accettare finanziamenti insufficienti per ottenere aiuti immediati.

Il prezzo dei ritardi

Questo "cattivo accordo" non è solo un duro colpo per le relazioni diplomatiche, ma avrà anche un impatto devastante su milioni di vite umane. I paesi vulnerabili sono già alle corde a causa degli eventi meteorologici estremi, dell'innalzamento del livello dei mari e della scarsità di risorse. I governi dei paesi più ricchi devono riconoscere che investire oggi nell'azione per il clima costerà molto meno che rimanere passivamente ad attendere che la Natura ci presenti in seguito un conto ben più salato da pagare.

L'esito della COP 29 ci rivolge un monito forte: la crisi climatica impone un'azione coraggiosa e immediata e chiede giustizia per chi ne è maggiormente colpito. Se non prenderemo impegni che portino a un vero cambiamento, anno dopo anno non faremo che approfondire il solco che divide il Nord e il Sud del mondo, mettendo a rischio l'essenza stessa della cooperazione globale in materia di clima.

Oggi, mentre guardiamo con speranza alla COP 30, è evidente che la lotta per la giustizia climatica è tutt'altro che terminata.

Adélaïde Charlier, 23 anni, è un'attivista europea per la giustizia climatica, nota per essere la cofondatrice di Youth for Climate Belgium e ora la fondatrice dell'organizzazione Bridge (un ponte tra la politica per i giovani e la politica climatica). È stata inoltre selezionata nella lista Forbes 30under30 2024.

La lotta per un pianeta in buona salute è una questione di vita o di morte

"Noi donne rurali non vogliamo essere commiserate, bensì riconosciute e apprezzate come alleate nella realizzazione dello sviluppo sostenibile. Abbiamo bisogno di opportunità e di servizi di base di buona qualità per essere in grado di restare nei nostri territori e di continuare a nutrire il mondo", dice Luz Haro Guanga, agricoltrice ecuadoriana e segretaria esecutiva della Rete delle donne rurali dell'America Latina e dei Caraibi (RedLAC), intervenuta recentemente al dibattito del CESE sul tema Le donne e la triplice crisi planetaria. Nell'intervista rilasciata a CESE Info, Haro Guanga descrive l'impatto dei cambiamenti climatici in America Latina e spiega perché, malgrado le battute d'arresto che hanno caratterizzato la COP16, non c'è spazio né tempo per il pessimismo nella lotta per un ambiente più sostenibile e sano. 

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"Noi donne rurali non vogliamo essere commiserate, bensì riconosciute e apprezzate come alleate nella realizzazione dello sviluppo sostenibile. Abbiamo bisogno di opportunità e di servizi di base di buona qualità per essere in grado di restare nei nostri territori e di continuare a nutrire il mondo", dice Luz Haro Guanga, agricoltrice ecuadoriana e segretaria esecutiva della Rete delle donne rurali dell'America Latina e dei Caraibi (RedLAC), intervenuta recentemente al dibattito del CESE sul tema Le donne e la triplice crisi planetaria. Nell'intervista rilasciata a CESE Info, Haro Guanga descrive l'impatto dei cambiamenti climatici in America Latina e spiega perché, malgrado le battute d'arresto che hanno caratterizzato la COP16, non c'è spazio né tempo per il pessimismo nella lotta per un ambiente più sostenibile e sano.

La Sua organizzazione, RedLAC, ha partecipato alla COP16. È delusa dei risultati della conferenza, dato che non è stato raggiunto alcun consenso in merito al finanziamento per la protezione della natura e della biodiversità? La COP16 è servita a qualcosa?

Haro Guanga: come donna di un'area rurale ecuadoriana lotto per i diritti delle donne rurali dagli anni '80. Una delle cose che ho imparato in questi quasi 40 anni è che i processi sociali richiedono sforzi enormi, ma fruttano ben pochi risultati immediati e, soprattutto, necessitano di persistenza, coerenza e insistenza. Sarebbe stato bello trovare un accordo sul finanziamento della protezione dell'ambiente e della biodiversità, ma sono certa che le voci di migliaia di donne e uomini urbani e rurali, portate alla COP16 come una valanga di granelli di sabbia, hanno conquistato il cuore e la mente di persone che prima non si prefiggevano di sostenere questa urgente azione climatica.

Alla fine non abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, ma adesso dobbiamo continuare a insistere con le autorità di ogni città, comunità e paese, in modo che prendano nota e, con la loro volontà personale, tecnica e politica, adottino le decisioni migliori per evitare che degli esseri umani muoiano di fame in futuro a causa delle azioni mancate di oggi.

Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici per le donne indigene e rurali dell'America Latina?

Vorrei segnalare alcuni fatti riportati in un documento della Commissione interamericana di donne dell'Organizzazione degli Stati americani, elaborato sulla base di dialoghi con 70 leader donne di 16 paesi. I dialoghi sono iniziati nel settembre 2024 e il documento, che riporta i punti di vista delle donne rurali, è stato presentato alla COP16.

La conclusione è che i cambiamenti climatici sono una realtà in tutti i paesi, anche nelle Americhe, e stanno causando impatti considerevoli. Sono stati scelti quattro fenomeni climatici.

Siccità prolungate: alcuni paesi hanno segnalato periodi di vari mesi con scarse precipitazioni, mentre altri paesi, situati più a sud, hanno riferito di siccità protrattesi per anni.

Le temperature salgono ben oltre i livelli normali: le temperature eccessive, in combinazione con suoli aridi, stanno contribuendo a causare numerosi incendi (alcuni spontanei e altri dolosi), che sono sempre aggravati dalla siccità e colpiscono esseri viventi e sistemi caratterizzati da biodiversità. Ad esempio, alla riunione riguardante il Brasile è stato riferito che nello Stato di Piauí si contavano 300 incendi attivi.

Tempeste: sono state segnalate piogge intense e di breve durata, spesso accompagnate da forti tempeste di vento. Partecipanti provenienti da America centrale, Messico, Repubblica dominicana e dalle zone costiere della Colombia hanno riferito di un aumento dell'intensità e della frequenza degli uragani e delle tempeste tropicali che colpiscono la loro area.

Cambiamenti nell'andamento delle precipitazioni: "Piove quando meno ce lo si aspetta" si è sentito dire in tutte le riunioni, e riguardo il sud e le zone andine si è parlato di gelo, grandine e neve inattesi. È stata rilevata una generale diminuzione delle precipitazioni annuali, ma è stato segnalato anche che quando si verificano piogge, queste sono torrenziali e causano inondazioni e catastrofi naturali, con conseguenti perdite di vite umane, distruzione di infrastrutture, strade e colture, e impatti sulle condizioni di vita, specie nelle zone rurali. Una partecipante ha sintetizzato la situazione affermando che "a volte le piogge sono terrificanti".

D'altro canto vengono attuate pratiche non sostenibili, che riducono le risorse naturali. Le questioni più preoccupanti, nonché menzionate più spesso, sono state il taglio o la deforestazione di foreste e mangrovie; gli incendi forestali dolosi; la gestione inadeguata delle risorse idriche; l'inquinamento; la promozione di attività intensive, espansive, ad alto consumo di acqua e inquinanti; e il ricorso eccessivo a prodotti chimici per l'agricoltura, erbicidi e pesticidi.

Uno degli aspetti evidenziati è stata l'inazione di alcuni governi locali e nazionali che non hanno elaborato quadri normativi per frenare le attività distruttive e promuovere strategie produttive sostenibili. Alcuni paesi dispongono di regolamenti, ma a causa della corruzione o di interessi politici personali, le autorità non li attuano.

I leader internazionali sono pertanto chiamati a esercitare maggiori pressioni sugli Stati affinché rispettino i trattati sulla biodiversità e sui cambiamenti climatici che hanno firmato.

È ottimista o pessimista sulla direzione in cui sta andando la lotta per la protezione del clima e dell'ambiente? Cosa si dovrebbe fare a Suo parere?

Se non sogniamo in grande, non riusciremo a realizzare grandi cose. Sebbene i cambiamenti climatici ci colpiscano e i loro effetti si aggravino rapidamente, non possiamo smettere di lottare per far sì che i responsabili decisionali tengano conto degli aspetti fondamentali che richiedono un'azione prioritaria, in termini non solo di finanziamento, ma anche di coordinamento, cooperazione, e di minore egoismo e zelo politico di parte.

Confido che se insisteremo, facendoci sentire e portando avanti con la nostra perseveranza processi sociali a lungo termine, se stringeremo alleanze strategiche nelle Americhe e nel mondo, potremo influenzare le politiche pubbliche e far sì che chi viene investito di posizioni di potere o di ruoli decisionali riconosca l'urgenza di contrastare i cambiamenti climatici e, al tempo stesso, limitare le azioni che ne accelerano gli effetti dannosi e distruttivi sul nostro pianeta: incendi, monocolture, uso indiscriminato di insetticidi e di sostanze chimiche, distruzione di corpi idrici, pesca indiscriminata, distruzione di sorgenti d'acqua, trattamento delle acque reflue, ecc.

Un atteggiamento pessimista indebolirebbe le nostre voci, spingendoci a rinunciare al nostro lavoro e alla nostra lotta. Non c'è tempo da perdere, e non c'è spazio per il pessimismo nella lotta per un pianeta più sostenibile e più sano, nonostante gli eventi negativi. È una questione di vita o di morte per le generazioni attuali e future!

Avremmo dovuto entrare in azione già ieri. Ma oggi è ancora il momento buono per iniziare a cambiare atteggiamento e assumere impegni per il bene di tutti.

Luz Haro Guanga è una agricoltrice ecuadoriana, segretaria esecutiva della Rete delle donne rurali dell'America Latina e dei Caraibi (RedLAC), nonché presidente di FUNMUJERURAL-e, il braccio tecnico di RedLAC in Ecuador. RedLAC è un'organizzazione sociale composta da oltre 200 organizzazioni di donne di zone rurali di tutta la regione America latina e Caraibi. Lo scopo principale di questa organizzazione, fondata in Argentina nel 1990, è promuovere l'effettiva partecipazione civica e politica delle donne delle zone rurali. Grazie ai costanti sforzi di RedLAC, l'Organizzazione degli Stati americani (OAS) ha proclamato il periodo 2024-2034 "Decennio interamericano dei diritti di tutte le donne, adolescenti e ragazze nelle zone rurali delle Americhe".

Investire in modo sostenibile per il futuro dei nostri nipoti

Con la campagna "I nostri risparmi per il loro futuro", nel 2021 l'associazione belga Grootouders voor het Klimaat (Nonni per il clima) ha vinto il Premio CESE per la società civile organizzata nel settore dell'azione per il clima. La campagna era volta a incoraggiare circa 2,4 milioni di nonni belgi a reinvestire i loro risparmi, stimati all'epoca intorno a 910 miliardi di EUR, in progetti più sostenibili. In un'intervista con i rappresentanti dell'associazione, CESE info ha discusso di clima e di finanza sostenibile, al momento attuale, e delle aspettative e dei progetti per il futuro.

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Con la campagna "I nostri risparmi per il loro futuro", nel 2021 l'associazione belga Grootouders voor het Klimaat (Nonni per il clima) ha vinto il Premio CESE per la società civile organizzata nel settore dell'azione per il clima. La campagna era volta a incoraggiare circa 2,4 milioni di nonni belgi a reinvestire i loro risparmi, stimati all'epoca intorno a 910 miliardi di EUR, in progetti più sostenibili. In un'intervista con i rappresentanti dell'associazione, CESE info ha discusso di clima e di finanza sostenibile, al momento attuale, e delle aspettative e dei progetti per il futuro.

Trovate che la campagna abbia prodotto dei risultati concreti in questi tre anni? Come valutereste in generale lo stato del clima e della finanza sostenibile in Belgio: vi sono stati dei progressi ed è aumentata la consapevolezza tra i cittadini in merito all'importanza di questi temi?

Il premio del CESE ha rappresentato per noi un riconoscimento e un sostegno importanti. Lo abbiamo spesso menzionato nei rapporti con la pubblica amministrazione, con altre organizzazioni di sostegno e con i nostri concittadini. Ci ha aiutato ad allargare la rete dei nostri contatti e a sviluppare ulteriormente la nostra campagna, sia nei confronti di altri nonni come noi che delle generazioni più giovani, con l'organizzazione di presentazioni, seminari e di un ciclo di lezioni sulla finanza sostenibile.

Come abbiamo potuto osservare, queste considerazioni non sono ancora ovvie per tutti, ma allo stesso tempo sono stati compiuti importanti sforzi legislativi da parte dell'Europa (tassonomia, Green Deal, direttiva relativa alla comunicazione societaria sulla sostenibilità, direttiva sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità ecc.), il che significa che le imprese e interi settori stanno adottando sempre più iniziative cui possiamo fare riferimento. È qualcosa di auspicabile e necessario, come purtroppo hanno dimostrato anche questa volta i risultati (insufficienti) della COP di Baku.

Un recente studio ci indica che il nostro lavoro di sensibilizzazione è ancora assolutamente necessario. Soltanto il 5-15 % degli investitori si avvale del diritto di chiedere ai propri istituti finanziari di tenere conto delle proprie preferenze in materia di sostenibilità. Dobbiamo quindi continuare a lavorare su questo punto.

Quali sono le vostre aspettative riguardo alla COP 29? Partecipate alla conferenza, se non direttamente, sostenendo il dodicenne Ferre e i suoi nonni? Pensate che i finanziamenti per il clima siano un fattore cruciale per una transizione giusta?

Nel momento in cui scriviamo, la COP 29 si è appena conclusa. Fin dall'inizio abbiamo dato pieno sostegno, finanziario e in termini di comunicazione, al giovanissimo Ferre, che si è recato a Baku con i suoi nonni, membri della nostra associazione, per far sentire la voce dei ragazzi. Vogliamo ringraziare tutti i nonni e le autorità che hanno reso possibile questa impresa.

La COP 29 doveva essere la COP dei finanziamenti per il clima, perché i finanziamenti sono davvero cruciali per una transizione giusta. Purtroppo, quelli che sono stati garantiti a Baku sono ancora assolutamente insufficienti. Il nostro messaggio non cambia: il denaro c'è, e chiediamo a chi ce l'ha di assumersi le proprie responsabilità e di investirlo in modo sostenibile per il futuro dei nostri nipoti.

Quali sono i progetti più recenti della vostra associazione che desiderate segnalarci? Avete dei nuovi progetti in cantiere?

Continuiamo a guardare con speranza al futuro. Nel 2025, decennale dell'accordo di Parigi, la nostra associazione intende rivolgersi massicciamente agli altri nonni che sono membri delle principali organizzazioni di anziani delle Fiandre. Siamo nel pieno dei preparativi, con diverse decine di nonni per il clima che studiano per essere in grado di partecipare alle discussioni sul clima con fiducia, pronti a tendere la mano e ad ascoltare.

Abbiamo organizzato diversi seminari, tra cui uno sul tema "risparmio e investimenti sostenibili", che offriamo gratuitamente a tutte le sezioni locali delle organizzazioni di anziani. L'iniziativa viene già accolta con grande entusiasmo. Alla fine del novembre 2025 organizzeremo un importante evento conclusivo che – ci auguriamo – non segnerà la fine, bensì l'inizio di un impegno crescente per il futuro.

Hugo Van Dienderen è cofondatore e copresidente di Grootouders voor het Klimaat. Fondata nel 2019, l'associazione è un movimento indipendente di anziani, principalmente nonni e nonne, che vogliono lasciare un mondo vivibile alle generazioni future.

Sulla foto: Ferre con i suoi "nonni per il clima" alla COP 29 di Baku. Ferre ha potuto manifestare la sua preoccupazione per la crisi climatica a molte persone importanti.

Impact investing: trasformare la finanza per un futuro sostenibile

Possiamo contribuire a salvare il mondo investendo in modo sostenibile? Sullo sfondo della notevole trasformazione che il settore finanziario sta attraversando di fronte alle sfide ambientali e sociali, Brigitte Bernard-Rau, ricercatrice dell'Università di Amburgo, analizza la nuova potente strategia di investimento denominata "impact investing". Questo approccio d'investimento, che rappresenta una svolta fondamentale nel modo in cui pensiamo al ruolo del capitale e della finanza nella società, mette in discussione l'idea tradizionale secondo cui gli investitori devono scegliere tra fare soldi e fare la differenza. 

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Possiamo contribuire a salvare il mondo investendo in modo sostenibile? Sullo sfondo della notevole trasformazione che il settore finanziario sta attraversando di fronte alle sfide ambientali e sociali, Brigitte Bernard-Rau, ricercatrice associata dell'Università di Amburgo, analizza la nuova potente strategia di investimento denominata "impact investing". Questo approccio d'investimento, che rappresenta una svolta fondamentale nel modo in cui pensiamo al ruolo del capitale e della finanza nella società, mette in discussione l'idea tradizionale secondo cui gli investitori devono scegliere tra fare soldi e fare la differenza.

a cura di Brigitte Bernard-Rau

In un mondo che si trova ad affrontare sfide ambientali e sociali senza precedenti, che vanno dai cambiamenti climatici e dalla perdita di biodiversità alla sicurezza alimentare, alla disuguaglianza, al benessere e all'assistenza sanitaria, il settore finanziario sta attraversando una notevole trasformazione. L'impact investing si sta profilando come un approccio potente, capace di mettere in discussione l'idea tradizionale secondo cui gli investitori devono scegliere tra fare soldi e fare la differenza. Ma cosa si intende esattamente per "impact investing" e in che modo questo approccio di investimento si differenzia da altre forme di finanza sostenibile?

Comprendere l'impact investing

Nella sua essenza, l'impact investing rappresenta un cambiamento fondamentale nel modo in cui pensiamo al ruolo del capitale e della finanza nella società. Secondo la definizione che ne dà la rete Global Impact Investing Network (GIIN), si tratta di una strategia di investimento che comprende "gli investimenti effettuati con l'intenzione di produrre un beneficio misurabile sulla società o sull'ambiente, ottenendo al contempo un rendimento finanziario positivo". Questa definizione apparentemente semplice non rivela però quanto sia complesso il potenziale trasformativo dell'impact investing.

Per comprendere appieno il ruolo distintivo di questa forma di investimenti nella finanza moderna, con il suo orientamento materialistico, dobbiamo vedere dove essa si colloca in una gamma più ampia di approcci di investimento. A un'estremità dell'asse abbiamo gli investimenti tradizionali, in cui il rendimento finanziario e la massimizzazione del profitto regnano incontrastati, senza che le considerazioni sociali o ambientali rivestano alcun ruolo nel processo decisionale. Man mano che ci si muove verso l'altra estremità, incontriamo approcci sempre più sofisticati per integrare fattori di performance sociale e ambientale, che aprono la strada a tutta una serie di investimenti di finanza sostenibile. Tra questi, l'impact investing è la strategia di investimento più avanzata, che promuove un cambiamento positivo e trasformativo coniugando rendimento finanziario e obiettivi sociali e ambientali.

Approcci di investimento in sintesi:

  • investimenti tradizionali, orientati esclusivamente al rendimento finanziario, ignorando i criteri sociali e ambientali. Sono stati a lungo il caposaldo dei mercati dei capitali;
  • investimenti che integrano i criteri ESG, ossia i criteri ambientali, sociali e di governance, come indicatori di rischio nelle decisioni di investimento, senza tuttavia considerarli fattori di investimento primari;
  • finanza sostenibile, che integra i criteri ESG nel processo decisionale in materia di investimenti e considera la sostenibilità un generatore di valore. Favorisce gli investimenti che affrontano le sfide in materia di sostenibilità e producono cambiamenti positivi nella società e nell'ambiente. Comprende anche gli investimenti nella transizione, che finanziano sia le pratiche e i progetti che già oggi sono rispettosi dell'ambiente (finanza verde), sia il passaggio a livelli di performance rispettosi dell'ambiente nel tempo (finanziamenti per la transizione);
  • impact investing, volto a produrre un cambiamento significativo sui mercati finanziari, un "riorientamento sostanziale verso l'impatto", affrontando la questione se gli investimenti nella sostenibilità contribuiscano o meno a creare un mondo migliore. Quello dell'impact investing si rivela pertanto l'approccio più consapevole e mirato, che cerca attivamente di ottenere, con pari impegno, sia un rendimento finanziario che un impatto positivo misurabile sulla società o sull'ambiente.

Le due categorie di impact investing: investimenti allineati all'impatto e investimenti generatori di impatto

Nell'ambito dell'impact investing viene operata una distinzione fondamentale tra investimenti allineati all'impatto e investimenti generatori di impatto. Questa differenziazione aiuta gli investitori a capire non solo dove va il loro denaro, ma anche come contribuisce a realizzare un cambiamento positivo.

  • Gli investimenti allineati all'impatto sostengono le imprese che hanno già dimostrato di utilizzare pratiche ambientali o sociali positive e di essere impegnate a esercitare un impatto positivo attraverso le loro attività e i loro risultati.
  • Gli investimenti generatori di impatto creano attivamente nuove soluzioni alle sfide sociali o ambientali, spesso puntando sulla trasformazione e sul cambiamento sistemico.

Questa distinzione teorica viene messa in pratica attraverso applicazioni nel mondo reale in diversi settori.

Energia pulita

Nella transizione verso l'energia pulita, gli investimenti allineati all'impatto potrebbero consistere nell'acquisto di azioni di società ormai consolidate nel settore delle energie rinnovabili o della costruzione di veicoli elettrici. Queste imprese contribuiscono già alla sostenibilità ambientale attraverso i loro modelli di business principali. Gli investimenti generatori di impatto in questo stesso ambito potrebbero invece essere concentrati sul finanziamento di start-up nel settore delle tecnologie per batterie in fase iniziale o di progetti innovativi di energia solare a livello di comunità in aree scarsamente servite, creando soluzioni completamente nuove alle sfide energetiche.

Agricoltura sostenibile

Un altro esempio eloquente è rappresentato dal settore dell'agricoltura sostenibile. Gli investimenti allineati all'impatto potrebbero sostenere i produttori già affermati di alimenti biologici o le attività di agricoltura sostenibile, mentre gli investimenti generatori di impatto sarebbero concentrati sullo sviluppo di nuove tecniche di agricoltura rigenerativa o di soluzioni rivoluzionarie di agricoltura urbana che potrebbero trasformare i metodi di produzione degli alimenti.

Impatto sociale

Per quanto riguarda l'impatto sociale, gli investimenti allineati spesso sostengono le imprese che attuano politiche forti in materia di diversità e pratiche di lavoro eque. Gli investimenti generatori di impatto, invece, potrebbero finanziare nuovi progetti di edilizia abitativa a prezzi accessibili o promuovere soluzioni innovative nel campo delle tecnologie didattiche per le comunità scarsamente servite, creando attivamente nuovi percorsi di equità sociale.

Il processo di investimento: dall'intenzione all'impatto

La buona riuscita delle attività di impact investing richiede un processo rigoroso che, con l'intenzione di produrre cambiamenti positivi nella società e nell'ambiente, inizi dalla definizione di chiari obiettivi di impatto. Gli investitori devono definire specifici risultati ambientali o sociali che intendono conseguire, stabilire obiettivi misurabili e spesso allinearli a quadri consolidati, quali gli indicatori globali per i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e i loro 169 traguardi dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

È questa caratteristica di intenzionalità che distingue l'impact investing da altre forme di finanza sostenibile e che richiede agli investitori orientati all'impatto di avviare un processo di dovuta diligenza che valuti attentamente sia i risultati finanziari sia la capacità di generare e misurare risultati sociali o ambientali significativi.

La valutazione finanziaria di un investimento è una pratica consolidata, sostenuta da metriche standardizzate e metodologie solide. Tuttavia, la valutazione non finanziaria, come quella dell'impatto sulla società e sull'ambiente, rimane relativamente meno sviluppata e manca di quadri universali. Gli investitori devono quindi andare oltre la tradizionale analisi finanziaria per valutare il grado dell'impegno di un'impresa ai fini dell'impatto. In questo rientra la valutazione dell'impegno della direzione a realizzare gli obiettivi di impatto, la sua capacità di misurare efficacemente gli effetti ottenuti e di divulgare e comunicare i risultati in modo trasparente. Il processo di valutazione comporta spesso l'esame di specifiche metriche di impatto adattate agli obiettivi dell'investimento, per garantire l'allineamento a quadri riconosciuti quali gli standard IRIS+ o il progetto di gestione dell'impatto Impact Management Project (IMP, 2024).

Inoltre, per migliorare il processo di dovuta diligenza, è essenziale operare una distinzione tra "impatto dell'impresa" e "impatto degli investitori". L'impatto di un'impresa è l'impatto sociale o ambientale diretto generato dalle sue attività e dai suoi prodotti. Per contro, l'impatto degli investitori è l'influenza che essi hanno sul comportamento e sui risultati di un'impresa attraverso le loro scelte di investimento e le loro strategie di coinvolgimento. Comprendere questa differenza è fondamentale per valutare accuratamente l'impatto complessivo di un investimento e sviluppare pratiche efficaci per la sua misurazione.

Sfide, complessità e considerazioni

A dispetto delle previsioni, l'impact investing incontra notevoli ostacoli:

  1. misurazione dell'impatto: in assenza di metriche di misurazione standard, è difficile quantificare o confrontare i risultati sociali e ambientali. La trasparenza come anche il monitoraggio e la comunicazione rigorosi delle metriche di impatto sono fondamentali per garantire la coerenza e la rendicontabilità, in modo da far sì che le dichiarazioni di impatto siano suffragate da elementi di prova;
  2. sfide relative all'attribuzione: è difficile isolare gli effetti di un determinato investimento nel contesto di cambiamenti sistemici più ampi e attribuirli all'investimento stesso. Determinare in che misura il cambiamento osservato possa essere direttamente attribuito a uno specifico investimento rimane una delle sfide più complesse dell'impact investing. Ad esempio, i miglioramenti relativi all'obiettivo di sviluppo sostenibile 3 "Salute e benessere" potrebbero essere il risultato di una combinazione di investimenti nelle strutture sanitarie, nell'istruzione e nelle infrastrutture, piuttosto che di un singolo investimento mirato. Lo sviluppo di metodologie quali l'analisi controfattuale e il confronto con gruppi di controllo è necessario, ma può richiedere una grande quantità di risorse e non sempre è fattibile, soprattutto per i progetti più piccoli o nei mercati in via di sviluppo;
  3. finto impatto positivo ("impact washing"): le dichiarazioni esagerate o false da parte di imprese o di fondi di investimento in merito al loro impatto sociale o ambientale compromettono la fiducia nel settore. Per preservare la fiducia e l'integrità in tutto il settore dell'impact investing sono della massima importanza una rendicontazione trasparente e dichiarazioni di impatto verificate (ITF). Standard chiari per la misurazione dell'impatto e solidi metodi di verifica, insieme a audit da parte di terzi e certificazioni indipendenti, sono fondamentali per salvaguardare la credibilità.

Sbloccare il potenziale trasformativo dell'impact investing

L'impact investing è l'inizio di una profonda trasformazione della finanza mondiale, in quanto rappresenta ben più di una semplice, ulteriore strategia di investimento. Costituisce un ripensamento fondamentale del ruolo della finanza nella società. Mette in discussione la tradizionale convinzione secondo cui rendimento finanziario e impatto sociale e ambientale positivo appartengono a due mondi diversi.

L'evoluzione dell'impact investing ha dimostrato che gli investitori possono, allo stesso tempo, cercare di realizzare un profitto e contribuire a produrre cambiamenti sociali e ambientali significativi. Integrando lo scopo con il profitto, l'impact investing offre un approccio convincente per un sistema finanziario al servizio delle persone e del pianeta.

Brigitte Bernard-Rau è ricercatrice post-dottorato e borsista presso la Facoltà di economia e scienze sociali dell'Università di Amburgo. La sua ricerca è concentrata sui rating ambientali, sociali e di governance (ESG) e sulle agenzie di rating, sulla finanza sostenibile, sugli investimenti socialmente responsabili, sull'impact investing e sulla responsabilità sociale delle imprese. Ha recentemente pubblicato Sustainability Stories: The Power of Narratives to Understand Global Challenges [Storie di sostenibilità: il potere delle narrazioni per comprendere le sfide globali]  (Springer Nature, 2024). Il libro presenta oltre 30 storie da cui trarre ispirazione, di diversi autori di tutto il mondo, che raccontano di vari modi in cui perseguire il bene comune e fare la differenza nelle comunità, nelle pratiche professionali e nella vita delle persone.

 

Il giornalismo partecipativo sostiene gli organi di informazione tradizionali

"Climate Reporters", la nuova agenzia di stampa lituana sul clima, persegue l'obiettivo di contrastare la stanchezza che suscitano le notizie sul clima e di riportare il tema dei cambiamenti climatici in primo piano nelle agende editoriali. In un fulgido esempio di giornalismo partecipativo, Climate Reporters coniuga comunicazione e attivismo climatico per educare i cittadini sulle tematiche legate ai cambiamenti climatici e dare voce alla Madre Terra nel contesto della crisi ambientale. 

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"Climate Reporters", la nuova agenzia di stampa lituana sul clima, persegue l'obiettivo di contrastare la stanchezza che suscitano le notizie sul clima e di riportare il tema dei cambiamenti climatici in primo piano nelle agende editoriali. In un fulgido esempio di giornalismo partecipativo, Climate Reporters coniuga comunicazione e attivismo climatico per educare i cittadini sulle tematiche legate ai cambiamenti climatici e dare voce alla Madre Terra nel contesto della crisi ambientale.

A cura di Rūta Trainytė

È sorta quest'anno in Lituania l'agenzia di stampa sul clima "Climate Reporters", ossia "reporter del clima". Si tratta di un'iniziativa gestita da organizzazioni non governative (ONG) e di un esempio di giornalismo partecipativo. L'agenzia di stampa si propone di aiutare i giornalisti a informare l'opinione pubblica sui diversi aspetti della crisi ambientale. A tal fine, l'équipe dell'agenzia elabora note che dirama alle redazioni.

Il lavoro dell'agenzia è svolto da una comunità di attivisti. I testi sono scritti da giornalisti, specialisti di pubbliche relazioni, rappresentanti di ONG, attivisti e scienziati: in breve, persone che si preoccupano di ciò che sta accadendo e vogliono un cambiamento sociale. Insieme formano il consiglio di "Climate Reporters", che ha il compito di garantire l'attendibilità di questa nuova iniziativa.

Tutt'altro che novelli nel mondo della comunicazione, i "reporter del clima" vantano una considerevole esperienza in materia di relazioni pubbliche, cura redazionale, creazione e gestione di portali web. E non sono principianti nemmeno in fatto di questioni climatiche. È così che è nata l'idea: facciamo quello che sappiamo fare meglio, unendolo all'attivismo per il clima. In questa crisi ambientale diamo voce alla Madre Terra.

Naturalmente siano in contatto con altri giornalisti. La tendenza dominante nelle redazioni è quella di ritenere che le notizie sul clima non interessino il pubblico e non generino clic. Evitano così di pubblicare articoli con titoli in cui figurano i termini "cambiamenti climatici" o "crisi climatica". Ma cosa significa negare la crisi climatica? È un modo per proteggere la società dalle cattive notizie e dall'ansia?

Potrebbe non essere poi così male. Ogni giorno le redazioni sono inondate da un'enorme quantità di notizie, che è fisicamente difficile da elaborare, anche senza produrre articoli collegati al clima. Inoltre, bisogna avere una certa familiarità con l'argomento. È qui che entriamo in gioco noi. Il passo successivo che stanno muovendo i "reporter del clima" è quello di organizzare formazioni per giornalisti. Come possiamo constatare, i giornalisti devono comprendere la questione per evitare di diffondere un ambientalismo di facciata ("greenwashing").

Un'altra idea è quella di rivolgersi a determinati gruppi per spiegare i cambiamenti climatici in modo da suscitare interesse. Vogliamo soprattutto raggiungere i giovani e abbiamo capito che essi rispondono bene all'umorismo. Non sappiamo ancora che forma prenderà questo in futuro, ma stiamo già pensando di muoverci in questa direzione.

L'agenzia di stampa opera ormai da sei mesi. L'esperienza ci insegna che bisogna avere pazienza. Bussiamo con costanza e determinazione alle porte delle redazioni con le nostre notizie. I nostri testi sono già pubblicati sui principali portali di informazione lituani, e veniamo invitati a partecipare a trasmissioni radiofoniche.

Per garantire che il nostro lavoro editoriale sia di alta qualità, è molto importante che possiamo contare su un solido sostegno da parte delle organizzazioni ambientaliste lituane, che le nostre organizzazioni facciano parte di reti internazionali di ONG, che i nostri membri partecipino a gruppi di lavoro a livello dell'UE e che rappresentino la Lituania in seno al CESE. Tutto questo ci consente di ampliare la nostra gamma di temi e di restare al passo con l'attualità.

Il nostro legame con il CESE va oltre il fatto che uno dei promotori del progetto, Kęstutis Kupšys, è membro del Comitato. I membri del CESE possono condividere le esperienze pertinenti dei loro diversi paesi per arricchire di contenuti le notizie sul clima pubblicate da "Climate Reporters". A questo riguardo, abbiamo recentemente parlato con il membro francese del CESE Arnaud Schwartz, a margine del vertice mondiale sulla biodiversità COP16. Le informazioni che ha condiviso con noi direttamente da Cali hanno portato a un articolo di "Climate Reporters", e le sue riflessioni sono state riprese poco dopo dai media lituani. Questo modello, in base al quale le competenze dei membri del CESE sono utilizzate per comunicare con efficacia le notizie di risonanza mondiale al pubblico locale, si è dimostrato valido e lo utilizzeremo quindi di nuovo anche in futuro.

Rūta Trainytė è redattrice dell'agenzia di stampa sul clima "Climate Reporters". L'agenzia fa parte del progetto ŽALINK, sostenuto dallo Stato. L'iniziativa, gestita dall'Alleanza per i consumatori, dalla Piattaforma di cooperazione per lo sviluppo e dall'ONG "Circular Economy", è finanziata dal programma sui cambiamenti climatici dell'Agenzia per la gestione dei progetti ambientali del ministero dell'Ambiente della Repubblica di Lituania.

 

Redazione

Ewa Haczyk-Plumley (editor-in-chief)
Laura Lui (ll)

Hanno collaborato a questo numero

Christian Weger (cw)
Daniela Vincenti (dv)
Erika Paulinova (ep)
Ewa Haczyk-Plumley (ehp)
Giorgia Battiato (gb)
Jasmin Kloetzing (jk)
Katerina Serifi (ks)
Laura Lui (ll)
Leonardo Pavan (lp)
Marco Pezzani (mp)
Margarita Gavanas (mg)
Margarida Reis (mr)
Millie Tsoumani (mt)
Pablo Ribera Paya (prp)
Thomas Kersten (tk)

Coordinamento

Agata Berdys (ab)
Giorgia Battiato (gb)

 

 

Indirizzo

European Economic and Social Committee
Jacques Delors Building,
99 Rue Belliard,
B-1040 Brussels, Belgium
Tel. (+32 2) 546.94.76
Email: eescinfo@eesc.europa.eu

EESC info is published nine times a year during EESC plenary sessions. EESC info is available in 24 languages
EESC info is not an official record of the EESC’s proceedings; for this, please refer to the Official Journal of the European Union or to the Committee’s other publications.
Reproduction permitted if EESC info is mentioned as the source and a link  is sent to the editor.
 

December 2024
09/2024

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