Conservazione degli stock ittici in relazione ai paesi che autorizzano una pesca non sostenibile

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Politica economica della zona euro 2025

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In un parere adottato in gennaio, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) discute il futuro del mercato dell'energia elettrica e propugna un modello contraddistinto da una combinazione di interventi statali e meccanismi di mercato, all'insegna del motto "regolamentazione pubblica, ove necessaria, e iniziativa economica privata, ove possibile".

Sviluppare la strategia dell'Europa per l'Artico

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Apparecchiature di alimentazione dei veicoli elettrici

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Apparecchiature di alimentazione dei veicoli elettrici

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In un dibattito organizzato a Bruxelles dal Comitato economico e sociale europeo (CESE), diversi oratori di spicco hanno sottolineato l'importanza strategica di utilizzare i trasporti in maniera globale per rafforzare la capacità dell'Unione europea di rispondere alle crisi presenti e future.

Photo from 'The Jungle' project: Trench foot, a fungal infection that affects the feet, is one of the most common health problems among refugees attempting to cross the Białowieża Forest (October 2022). Copyright: Hanna Jarzabek

Hanna Jarzabek, foto-documentarista ispano-polacca candidata al premio Impact Award 2024 del fondo Giornalismo investigativo per l'Europa (IJ4EU), descrive un quadro desolante della situazione al confine tra Polonia e Bielorussia, dove migliaia di profughi stanno cercando di attraversare la foresta di Białowieża o – come alcuni di loro l'hanno ribattezzata – "la Giungla".

Hanna Jarzabek, foto-documentarista ispano-polacca candidata al premio Impact Award 2024 del fondo Giornalismo investigativo per l'Europa (IJ4EU), descrive un quadro desolante della situazione al confine tra Polonia e Bielorussia, dove migliaia di profughi stanno cercando di attraversare la foresta di Białowieża o – come alcuni di loro l'hanno ribattezzata – "la Giungla".

di Hanna Jarzabek

Dal novembre 2021 migliaia di profughi, provenienti principalmente da paesi del Medio Oriente e dell'Africa, tentano di attraversare la foresta di Białowieża, l'ultima foresta vergine rimasta in Europa, situata lungo il confine tra Polonia e Bielorussia. La foresta, che alcuni profughi chiamano "la Giungla", è un luogo pericoloso e difficile da attraversare, in particolare per chi non è abituato al clima rigido dell'Europa nordorientale. Molti profughi rimangono intrappolati nella foresta per lunghi periodi, e lì si trovano ad affrontare condizioni estreme quali la mancanza di cibo e acqua, oltre ad essere fortemente esposti al rischio di ipotermia e morte durante i mesi invernali. Se intercettati dalle guardie di frontiera, questi profughi sono solitamente costretti a riattraversare la frontiera, il che significa essere lasciati nella parte bielorussa della selva, spesso di notte e senza testimoni, dopo essersi visti confiscare e distruggere i cellulari per impedire ogni comunicazione con il mondo esterno. Questi rimpatri forzati, noti come respingimenti, si verificano anche in condizioni estreme, senza eccezioni per le donne incinte o le persone sull'orlo dell'ipotermia, che sono anch'esse espulse verso il territorio bielorusso. Alcuni dei profughi hanno dichiarato di essere stati respinti così in più di un'occasione, addirittura fino a 17 volte.

Il precedente governo polacco ha fatto erigere un muro di confine sormontato da una recinzione di filo spinato e rinforzato alla base. Come analoghe barriere erette altrove nel mondo, neanche questa vale a fermare le persone che tentano di valicarla – in questo caso per entrare nell'UE – ma ha l'effetto di esporre i profughi al rischio di gravi lesioni. Le guardie di frontiera hanno inoltre installato trappole fotografiche nella foresta per individuare i movimenti di profughi e operatori umanitari. Non essendovi campi di raccolta per i profughi, questi si nascondono nella foresta per evitare di essere risospinti in Bielorussia, mentre la crescente presenza militare ostacola l'accesso agli aiuti umanitari.

Sin dall'inizio, la prestazione di aiuti umanitari in questa parte di frontiera ha dovuto affrontare sfide significative. La caduta, nell'ottobre 2023, del governo di estrema destra ha suscitato speranze di un cambiamento della politica migratoria polacca; ad oggi, tuttavia, continuano le violenze, i respingimenti e le difficoltà nell'accesso alle cure mediche. In quell'area, l'ONG Medici senza frontiere si trova attualmente a dover operare con solo tre lavoratori part time per offrire assistenza medica lungo una frontiera di 400 chilometri. Diversamente da altre aree frontaliere interessate da flussi migratori analoghi, lungo il confine tra Polonia e Bielorussia l'ONG non dispone di una base permanente. I suoi medici devono affrontare condizioni difficili, essendo spesso costretti a fornire assistenza nell'oscurità e senza attrezzature adatte per effettuare una diagnosi accurata. Devono adeguare i propri interventi alle situazioni presenti nella foresta, ad esempio somministrando flebo di notte o prestando cure mediche urgenti in casi gravi come gli aborti spontanei.

Da quando è stato eretto il muro di confine, agli altri problemi sanitari si aggiungono fratture di vario tipo, in quanto coloro che cercano di scavalcare il muro cadono talvolta da altezze considerevoli (fino a 5 metri). Alcune di queste fratture richiedono operazioni complesse e mesi di riabilitazione. In questi casi, così come nei casi di ipotermia, l'unica soluzione è quella di chiamare un'ambulanza, sapendo però che il profugo sarà posto in stato di arresto e sorvegliato dalle guardie di frontiera durante la sua degenza ospedaliera. Quando il profugo viene dimesso, le guardie di frontiera decidono, in base ai propri criteri, se inviarlo in un centro "chiuso" per stranieri o in un centro "aperto". A quanto mi hanno riferito diversi intervistati, vi sono state situazioni in cui alcuni profughi, una volta dimessi dall'ospedale, sono stati riportati nella foresta dalle guardie di frontiera e risospinti oltre il confine, dopodiché è ricominciata da capo la stessa storia.

Negli ultimi mesi anche il numero di soldati di stanza al confine polacco-bielorusso è aumentato costantemente, a testimonianza delle crescenti tensioni in quella parte di Europa. Nel giugno 2024 un migrante intercettato alla frontiera ha accoltellato un soldato polacco, poi deceduto a causa delle ferite. In reazione a questo episodio, il nuovo governo polacco ha intensificato la sua campagna contro i migranti e ha varato una legge che consente ai soldati di utilizzare le armi ogniqualvolta lo ritengano necessario, senza dover rispondere delle conseguenze. Tale scelta delle autorità polacche desta notevoli preoccupazioni, in particolare alla luce di alcuni episodi allarmanti in cui si è fatto uso della forza. Ad esempio, nell'ottobre 2023 un profugo siriano è stato raggiunto nella schiena da colpi di arma da fuoco in pieno giorno, riportando gravi lesioni. Analogamente, nel novembre 2023 alcuni volontari che tentavano di prestare aiuto umanitario hanno riferito che le guardie di frontiera hanno sparato nella loro direzione senza preavviso. La nuova legge non solo rischia di normalizzare tali pratiche pericolose, ma crea anche un clima di impunità, mettendo ulteriormente in pericolo sia i profughi che coloro che offrono assistenza umanitaria. Conferendo ai soldati un potere esente da ogni controllo, questa politica compromette diritti umani fondamentali e potrebbe condurre a una spirale di violenza in un'area di confine già caratterizzata da forte instabilità.

Il presidente polacco Donald Tusk cerca di proiettare l'immagine di un paese più aperto e attento ai diritti umani, ma il suo governo continua a riproporre la narrazione di quello precedente, rappresentando i migranti che vogliono attraversare questa frontiera come una minaccia per la società polacca, disumanizzandoli ed etichettandoli come terroristi o criminali. Il governo precedente ha inoltre cercato di accusare coloro che prestano aiuto umanitario di favoreggiamento della tratta di esseri umani, un reato punibile con la reclusione fino a otto anni. Vi sono già segnali che questa politica proseguirà anche sotto il governo guidato da Donald Tusk: il 28 gennaio 2025 cinque volontari che nel 2022 hanno prestato aiuto umanitario a una famiglia irachena e a un cittadino egiziano andranno a giudizio davanti a un tribunale polacco, rischiando di essere condannati a quella stessa grave pena detentiva.

Inoltre, le misure di politica migratoria di recente (ottobre 2024) annunciate dal governo polacco non autorizzano ad essere molto ottimisti. La zona cuscinetto, introdotta lo scorso luglio, rimane in vigore, limitando fortemente l'accesso per le organizzazioni umanitarie – compresa Medici senza frontiere – nonché per i giornalisti e rendendo così assai difficile prestare aiuto ai profughi e documentare le violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità polacche.

L'aspetto più controverso di questa politica, tuttavia, è il piano di sospendere il diritto di asilo per coloro che vogliono attraversare questa frontiera, una misura in palese contraddizione con la tutela di un diritto umano fondamentale riconosciuto in tutta Europa. Per di più questa nuova politica, benché foriera di implicazioni di vasta portata per gli abitanti di quell'area di frontiera, è stata definita dalle autorità senza alcuna consultazione preliminare della popolazione locale o delle organizzazioni umanitarie. Oltre ad adoperarsi instancabilmente per prestare aiuto, tali organizzazioni sono depositarie di conoscenze cruciali riguardanti la situazione sul campo, nonché le necessità dei profughi che tentano di attraversare il confine e le sfide che essi devono affrontare. Ignorare tale patrimonio di conoscenze non solo compromette gli sforzi umanitari, ma rischia anche di esacerbare una situazione già drammatica.

Questa inchiesta giornalistica è stata condotta con il sostegno di una sovvenzione del fondo Giornalismo investigativo per l'Europa (IJ4EU).

Hanna Jarzabek è una foto-documentarista ispano-polacca che vive a Madrid, con una formazione in scienze politiche e un passato di analista politica in alcune agenzie dell'ONU. Il suo lavoro, contraddistinto da un approccio sensibile e rispettoso, verte in particolare su temi quali la discriminazione, l'identità di genere, la diversità sessuale e i flussi migratori lungo le frontiere orientali dell'UE. I suoi reportage, pubblicati da media prestigiosi come El País e Newsweek Japan ed esposti in mostre fotografiche di livello internazionale, hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui una candidatura al premio IJ4EU Impact Award 2024 e al premio Leica Oskar Barnack 2023.

Fotografie del progetto "The Jungle" [La Giungla]:

Il "piede da trincea", un'infezione fungina che colpisce i piedi, è uno dei problemi sanitari più comunemente riscontrati tra i profughi che tentano di attraversare la foresta di Białowieża (ottobre 2022). 

di Giuseppe Guerini

Come indicato sin dal titolo della relazione Letta, l'Unione Europea e il suo sistema economico e imprenditoriale rappresentano molto più di un mercato perché, fin da principio, l'Unione Europea ha scelto di essere un'economia sociale di mercato, in cui la prosperità economica non è data soltanto dall'accumulazione di ricchezza, ma anche dalla capacità di fare in modo che la ricchezza scambiata e accumulata nel mercato vada a vantaggio di tutti. 

di Giuseppe Guerini

Come indicato sin dal titolo della relazione Letta, l'Unione Europea e il suo sistema economico e imprenditoriale rappresentano molto più di un mercato perché, fin da principio, l'Unione Europea ha scelto di essere un'economia sociale di mercato, in cui la prosperità economica non è data soltanto dall'accumulazione di ricchezza, ma anche dalla capacità di fare in modo che la ricchezza scambiata e accumulata nel mercato vada a vantaggio di tutti.

In questo modello economico i soggetti dell'economia sociale formano un ecosistema che garantisce solidarietà nello svolgimento dell'attività d'impresa, e si tratti quindi di un modello vantaggioso per le organizzazioni private che però operano nell'interesse generale.

La relazione Letta coglie questa caratteristica – già individuata dal piano d'azione e dalla raccomandazione sull'economia sociale – e invita le istituzioni europee a riconoscere le peculiarità delle imprese dell'economia sociale, adeguando le norme che disciplinano il mercato interno e la concorrenza e migliorando il quadro giuridico in materia di aiuti di Stato, al fine di assicurare a queste imprese un accesso più rapido a prestiti e finanziamenti.

Il CESE si è molto adoperato per assicurarsi che le istituzioni europee e internazionali riconoscano la finalità e la funzione delle imprese dell'economia sociale. Ha partecipato a molteplici iniziative e ha adottato numerosi pareri in linea con i lavori che hanno portato all'adozione del piano d'azione dell'UE per l'economia sociale, nel 2021, e della raccomandazione agli Stati membri, nel 2023. Inoltre, con i suoi pareri sulla politica di concorrenza e sugli aiuti di Stato relativi a servizi d'interesse economico generale, il Comitato ha messo in luce la necessità di aumentare le soglie per gli aiuti de minimis e si è assicurato che questi cambiamenti venissero introdotti nel regolamento in materia, che così modificato è stato adottato alla fine del 2023. Le richieste di adeguare il regolamento generale di esenzione per categoria e di migliorare i finanziamenti, contenute nella relazione Letta, sono in linea gli appelli formulati dal CESE in diversi pareri pubblicati nel 2022 e nel 2023. Ciò incoraggia il Comitato a continuare a lavorare alla promozione di questo parere, con l'obiettivo di aumentare il riconoscimento dell'economia sociale. Vogliamo che tra i cittadini si diffonda la consapevolezza circa i vantaggi di una regolamentazione efficace in materia di concorrenza e di aiuti di Stato sia per le imprese dell'economia sociale che per l'intero sistema dei servizi di interesse generale.

Copyright: Camille Le Coz

Elogiato come tappa storica al momento della sua adozione nel maggio 2024, il nuovo patto dell'UE sulla migrazione e l'asilo deve ancora dimostrare il suo valore. Tuttavia, le sfide che ci attendono nel 2025 non saranno di poco conto: in un contesto geopolitico eccezionalmente incerto, la complessità intrinseca del patto e la scadenza ravvicinata per la sua attuazione imporranno cautela e molto equilibrio – un'analisi di Camille Le Coz del Migration Policy Institute Europe (MPI, Istituto per le politiche migratorie Europa).

Elogiato come tappa storica al momento della sua adozione nel maggio 2024, il nuovo patto dell'UE sulla migrazione e l'asilo deve ancora dimostrare il suo valore. Tuttavia, le sfide che ci attendono nel 2025 non saranno da poco: in un contesto geopolitico eccezionalmente incerto, la complessità intrinseca del patto e la scadenza ravvicinata per la sua attuazione imporranno cautela e molto equilibrio – un'analisi di Camille Le Coz del Migration Policy Institute Europe (MPI, Istituto per le politiche migratorie Europa).

Con l'inizio del 2025 si pongono interrogativi pressanti sul futuro delle politiche migratorie nell'Unione europea (UE). La nuova Commissione europea ha definito un percorso chiaro con il suo piano di attuazione del nuovo patto sulla migrazione e l'asilo, ma il mutare delle circostanze potrebbe deviare altrove l'attenzione e le risorse della politica. Insieme alle conseguenze del crollo del regime di Assad e alla traiettoria imprevedibile della guerra in Ucraina, le imminenti elezioni in Germania aggiungono un ulteriore livello di incertezza. Proseguono le discussioni sui modelli di esternalizzazione, ma questi sforzi costituiscono più spesso manovre politiche isolate che non parte di una strategia europea coerente. Nel frattempo, la migrazione continua a essere usata come arma impropria alla frontiera tra Polonia e Bielorussia, con una strumentalizzazione che porta sempre più spesso a violazioni del diritto dell'UE. Quest'anno sarà cruciale per stabilire se l'Unione europea sarà in grado di adottare un approccio che promuova la fiducia e realizzi un'azione collettiva tanto necessaria, o se dovrà invece affrontare un'ulteriore frammentazione.

Nel maggio 2024 molti responsabili politici europei hanno salutato l'adozione del patto come tappa storica, dopo anni di difficili negoziati. Proprio prima delle elezioni europee, questo accordo ha dimostrato la capacità dell'Europa di unirsi e affrontare alcune delle questioni più impegnative. Gli obiettivi principali del patto sono affrontare le tensioni in materia di responsabilità e solidarietà, fugare la percezione di un'eterna crisi migratoria e armonizzare le discrepanze nelle procedure di asilo tra gli Stati membri. Pur essendo basato in ampia misura sul sistema esistente, il nuovo quadro introduce misure più rigorose, quali accertamenti sistematici, procedure rafforzate di asilo e rimpatrio alle frontiere ed eccezioni alle norme comuni in caso di crisi. Il patto favorisce inoltre una maggiore europeizzazione, con una solidarietà obbligatoria, un rafforzamento dei ruoli delle istituzioni e delle agenzie dell'UE e un aumento dei finanziamenti e del controllo europei.

Questo rafforzamento della credibilità dell'UE per quanto riguarda la gestione comune della migrazione rischia tuttavia di avere vita breve se gli europei non attueranno le nuove norme entro maggio 2026. Questa scadenza ravvicinata è particolarmente impegnativa in quanto il patto richiede l'istituzione di un sistema complesso, la mobilitazione delle risorse e l'assunzione e la formazione del personale, soprattutto per i paesi dell'Unione in prima linea. Sebbene gli Stati membri abbiano elaborato piani d'azione nazionali, gran parte del lavoro si è svolto a porte chiuse, con una comunicazione insufficiente sul piano politico. Questa carenza rappresenta un rischio crescente, in quanto l'indirizzo politico è fondamentale per mantenere il fragile equilibrio al livello dell'UE.

L'attuazione del nuovo sistema richiede inoltre che si formino coalizioni di soggetti interessati. Le agenzie nazionali per l'asilo sono fondamentali per tradurre testi legislativi complessi in quadri pratici, e le agenzie dell'UE, in particolare l'Agenzia dell'UE per l'asilo, svolgono già un ruolo centrale in questo processo. Altrettanto importante è il coinvolgimento delle organizzazioni non governative al fine di sfruttare le loro competenze e di garantire, tra l'altro, l'accesso alla consulenza legale e il controllo delle nuove procedure. Per sostenere questi sforzi sono necessari approcci più collaborativi, tra cui consultazioni periodiche, solidi meccanismi di condivisione delle informazioni e task force operative che si riuniscono con cadenza regolare.

Nel frattempo, un'attenzione significativa è stata rivolta alle strategie di esternalizzazione, che sempre più capitali europee vedono come una soluzione alle sfide poste all'UE in materia di migrazione. L'accordo Italia-Albania ha suscitato numerosi dibattiti sulle potenzialità che offre per una gestione più efficace della migrazione mista, proiettando Giorgia Meloni come figura di primo piano in quest'ambito a livello europeo. Tuttavia, esso non ha ancora prodotto risultati e rimane un accordo bilaterale che esclude i contributi di altri partner europei. Nel frattempo, altri governi stanno mettendo a punto modelli alternativi, come i centri di rimpatrio, e modalità per integrarli in un approccio a livello di UE.

Nei prossimi mesi proprio i rimpatri dovrebbero assumere un ruolo centrale nel dibattito politico. Una parte del patto si basa appunto sul miglioramento della velocità dei rimpatri, in particolare per le persone soggette a procedure di frontiera nei paesi in prima linea. La Commissione e gli Stati membri cercano di affrontare questo urgente problema lasciando nel contempo spazio ai centri pilota per i rimpatri, con proposte di revisione della direttiva rimpatri previste per marzo. Dato il poco tempo a disposizione, il rischio è che gli europei non possano riflettere pienamente sugli insegnamenti tratti dall'attuazione sul campo, nonostante i progressi compiuti nell'ultimo decennio in ambiti quali la sensibilizzazione, la consulenza, il sostegno alla reintegrazione e l'apprendimento reciproco a livello di UE. Inoltre, l'Europa deve agire con cautela affinché la sperimentazione di modelli di esternalizzazione non pregiudichi le sue relazioni con i paesi di origine e non indebolisca la sua posizione più generale.

Questa delicata opera di bilanciamento si svolge in un contesto di eccezionale incertezza, il che rende l'attuazione del patto un banco di prova non solo per la gestione della migrazione, ma anche per l'intero progetto europeo. La situazione alla frontiera polacca, in particolare, evidenzia le sfide specifiche poste dalla necessità di rispettare norme vincolanti sotto la pressione di un vicino ostile. Per quanto riguarda la Siria e l'Ucraina, le capitali europee devono essere preparate a sviluppi imprevisti. Nel corso di quest'anno sarà fondamentale promuovere una forte leadership a livello dell'UE al fine di attuare le nuove norme e continuare a esaminare possibili innovazioni che siano allineate a un approccio comune e contribuiscano a rafforzarlo. A tal fine occorre concentrare gli sforzi sulla creazione di partenariati resilienti con i paesi prioritari ed evitare il dirottamento delle risorse a causa di manovre politiche.

Camille Le Coz è direttrice associata presso il Migration Policy Institute Europe, un istituto di ricerca con sede a Bruxelles che punta a una gestione più efficace dell'immigrazione, dell'integrazione degli immigrati e dei sistemi di asilo, nonché a risultati positivi per i nuovi arrivati, le famiglie provenienti da un contesto migratorio e le comunità di accoglienza.