Modifica del regolamento InvestEU

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In questo numero: 

  • Emilie Prouzet, membro del CESE, sulla crisi del costo della vita: "Il prezzo di un mercato unico frammentato è troppo alto"
  • Un'Europa della difesa: una corsa contro il tempo, a cura della giornalista ucraina Tetyana Ogarkova
  • Speciale sulla Settimana della società civile:
    • Una diagnosi per l'Europa: la precarietà e l'insicurezza sono la "nuova normalità", secondo Albena Azmanova
    • ICE "La mia voce, la mia scelta": più di 1,2 milioni di firme per il diritto all'aborto
    • 15a edizione del Premio per la società civile – Ed ecco a voi … i vincitori

In questo numero:

  • Emilie Prouzet, membro del CESE, sulla crisi del carovita: "Il prezzo di un mercato unico frammentato è troppo alto"
  • Un'Europa della difesa: una corsa contro il tempo, secondo la giornalista ucraina Tetyana Ogarkova
  • Speciale sulla Settimana della società civile:
    • Una diagnosi per l'Europa: la precarietà e l'insicurezza sono la "nuova normalità", secondo Albena Azmanova
    • ICE "La mia voce, la mia scelta": più di 1,2 milioni di firme per il diritto all'aborto
    • 15a edizione del Premio per la società civile – Ed ecco a voi … i vincitori

L'iniziativa dei cittadini europei (ICE) "La mia voce, la mia scelta" punta a garantire l'accesso a un aborto sicuro per tutte le donne di ogni Stato membro dell'UE. Questa ICE, avviata nell'aprile 2024 e coordinata dall'organizzazione non-profit slovena Inštitut 8. marec (Istituto 8 marzo), è riuscita a raccogliere oltre un milione di firme con largo anticipo rispetto al termine stabilito. CESE Info ha rivolto delle domande alle organizzatrici dell'ICE in merito all'urgenza della loro campagna nell'attuale clima politico, in cui le donne stanno perdendo sempre più il controllo sui loro diritti riproduttivi.

L'iniziativa dei cittadini europei (ICE) "La mia voce, la mia scelta" punta a garantire l'accesso a un aborto sicuro per tutte le donne di ogni Stato membro dell'UE. Questa ICE, avviata nell'aprile 2024 e coordinata dall'organizzazione non-profit slovena Inštitut 8. marec (Istituto 8 marzo), è riuscita a raccogliere oltre un milione di firme con largo anticipo rispetto al termine stabilito. CESE Info ha rivolto delle domande alle organizzatrici dell'ICE in merito all'urgenza della loro campagna nell'attuale clima politico, in cui le donne stanno perdendo sempre più il controllo sui loro diritti riproduttivi.

Cosa vi ha spinte ad avviare l'iniziativa "La mia voce, la mia scelta" e qual è il vostro obiettivo finale?

Abbiamo iniziato a riflettere su una campagna che tutelasse il diritto all'aborto in Europa quasi tre anni fa, quando negli Stati Uniti è stata ribaltata la sentenza Roe contro Wade. Le donne statunitensi hanno infatti perso dall'oggi al domani un loro diritto costituzionale, e abbiamo subito capito che bisognava proteggere l'aborto anche in Europa. In Polonia le donne muoiono negli ospedali perché l'interruzione volontaria della gravidanza (IVG) è quasi completamente proibita. È in quel paese che negli ultimi anni si sono tenute le manifestazioni di protesta più imponenti per il diritto all'aborto. A Malta le donne possono ancora finire in carcere se abortiscono. Quest'anno Giorgia Meloni ha autorizzato i movimenti antiabortisti a protestare all'interno delle cliniche che praticano l'IVG e ad assillare le donne che cercano di abortire. In Europa l'IVG non è accessibile per più di 20 milioni di donne.

È per questo motivo che abbiamo dato avvio alla campagna "La mia voce, la mia scelta". Abbiamo lavorato alla proposta con un'équipe di avvocati internazionali e abbiamo creato una solida rete con organizzazioni di tutta Europa.

Il nostro obiettivo è tutelare il diritto all'aborto a livello dell'UE e migliorare l'accesso all'IVG per le donne che sono costrette a recarsi all'estero – a causa di divieti nel loro paese (come a Malta e in Polonia) o di un'obiezione di coscienza diffusissima (come in Italia e in Croazia) – oppure che semplicemente non hanno i mezzi economici per abortire (ad esempio, in Germania o in Austria).

Il clima politico attuale rappresenta proprio il motivo che rende urgente la nostra campagna. Dobbiamo unire le forze e mostrare che la maggior parte delle persone sostiene il diritto all'aborto ed è contraria alle limitazioni sulla libertà riproduttiva. La maggioranza dei cittadini europei appoggia il diritto all'IVG, e dobbiamo quindi fare fronte comune per proteggere questo diritto.

Quali misure concrete chiedete alla Commissione europea? Come potete raggiungere il vostro obiettivo, dato che la salute umana è un settore di competenza degli Stati membri?

La nostra proposta è che la Commissione europea istituisca un meccanismo finanziario, con partecipazione facoltativa degli Stati membri, che copra i costi delle procedure per l'IVG. Il suo funzionamento sarebbe simile a quello dei programmi per la prevenzione e il trattamento dei tumori.

L'idea è che chiunque debba recarsi in un altro paese per abortire – per le forti restrizioni nel proprio paese o per una diffusissima obiezione di coscienza — non debba pagare di tasca propria. Attualmente migliaia di donne si recano in un altro paese dove talvolta sborsano migliaia di euro per sottoporsi a un'IVG. Non tutte le persone hanno i mezzi economici per farlo.

Forse l'IVG non rientra tra le competenze della Commissione europea, ma i programmi finanziari relativi all'assistenza sanitaria sì, ed è per questo motivo che abbiamo potuto registrare la nostra ICE. 

Perché avete scelto un'ICE per perseguire questo obiettivo? Quanto speranze riponete in una risposta favorevole della Commissione?

La nostra organizzazione slovena (l'Istituto 8 marzo), che coordina la campagna "La mia voce, la mia scelta", ha già maturato una vasta esperienza in materia di iniziative civiche, raccolta di firme e referendum a livello nazionale. Grazie a un meccanismo nazionale per le iniziative civiche, siamo già riuscite a modificare 15 leggi in Slovenia e abbiamo vinto due referendum nazionali. È per questo motivo che volevamo trovare uno strumento analogo di democrazia diretta a livello dell'UE, ed è così che abbiamo preso dimestichezza con l'ICE. Volevamo produrre un cambiamento diretto che avesse un impatto duraturo sui diritti riproduttivi di tutte le persone in Europa, ed è per questo che abbiamo deciso di avviare la raccolta di firme.

Nel corso della campagna abbiamo ottenuto l'appoggio politico di tutti i gruppi politici di centrosinistra del Parlamento europeo (PE), abbiamo ricevuto il sostegno di responsabili politici nazionali di spicco in molti Stati membri dell'UE, e abbiamo instaurato utili legami e rapporti ufficiali con i commissari europei. Ci auguriamo che diano ascolto agli oltre 1,2 milioni di persone che sostengono la nostra iniziativa. 

Come siete riuscite a chiamare a raccolta persone di paesi diversi dell'UE affinché sostenessero l'iniziativa e vi aiutassero nella raccolta delle firme? Quali canali utilizzate per far passare il messaggio?

Nel corso della campagna abbiamo costruito una solida rete di oltre 300 organizzazioni e creato una bella comunità di oltre 2 000 volontari attivi in tutta Europa. Volevamo essere presenti nelle strade di città, borghi e paesi dell'UE, con i nostri volontari pronti a raccogliere firme. Siamo riuscite ad assicurarci una forte presenza online grazie al nostro profilo Instagram, ma utilizziamo anche altri canali, come Facebook, TikTok, YouTube, Bluesky, X e altre piattaforme di social media.

Avete superato il traguardo del milione di firme – necessario per presentare un'ICE alla Commissione – un mese prima della scadenza del termine stabilito. Che tipo di feedback e sostegno, anche di natura economica, avete ricevuto finora?

A dicembre, cioè nove mesi dopo l'avvio della raccolta delle firme, ne avevamo già un milione e abbiamo chiuso la campagna con 1,2 milioni di firme raccolte prima della scadenza del termine.

Siamo riuscite a raccogliere le firme con l'aiuto della nostra rete e della nostra comunità, ma durante tutta la campagna ci siamo anche avvalse di varie opportunità di finanziamento per sostenerla. L'iniziativa "La mia voce, la mia scelta" ha vinto il premio conferito dall'organizzazione Slovensko sociološko društvo (Associazione sociologica slovena) e figura tra i progetti finalisti che concorrono per l'assegnazione del premio SozialMarie. Abbiamo inoltre ottenuto il sostegno di tutti i gruppi politici di centrosinistra del PE e l'appoggio personale di vari europarlamentari, oltre che del vicepresidente del PE Nicolae Ștefănuță, della senatrice francese Melanie Vogel, della presidente slovena Nataša Pirc Musar e del primo ministro sloveno Robert Golob. La campagna ha potuto contare anche sul sostegno di un gran numero di attivisti e persone di vari paesi dell'UE, come Luisa Neubauer (Germania) e Alice Coffin (Francia).

La mia voce, la mia scelta, un'iniziativa che si sta trasformando in uno dei più grandi movimenti femministi d'Europa, comprende oltre 300 organizzazioni, innumerevoli sostenitori e appassionati volontari attivi in tutta l'UE che collaborano per garantire l'accesso a un aborto sicuro nell'Unione europea. 

Le nostre società sono rose dal tarlo invisibile di una precarietà generalizzata, che fa sì che le persone si sentano sopraffatte dall'impotenza e in balia di forze che sfuggono al loro controllo, afferma Albena Azmanova, docente universitaria e autrice premiata, nonché l'oratrice che ha pronunciato un forte e vibrante discorso di apertura della Settimana della società civile del CESE. In questa intervista rilasciata a CESE Info analizza per noi le principali cause di questa epidemia, tra cui la tendenza a dare priorità all'uguaglianza rispetto alla stabilità economica.

Le nostre società sono rose dal tarlo invisibile di una precarietà generalizzata, che fa sì che le persone si sentano sopraffatte dall'impotenza e in balia di forze che sfuggono al loro controllo, afferma Albena Azmanova, docente universitaria e autrice premiata, nonché l'oratrice che ha pronunciato un forte e vibrante discorso di apertura della Settimana della società civile del CESE. In questa intervista rilasciata a CESE Info analizza per noi le principali cause di questa epidemia, tra cui la tendenza a dare priorità all'uguaglianza rispetto alla stabilità economica.

Nel Suo intervento di apertura della Settimana della società civile, Lei ha delineato i contorni di un'epidemia di precarietà che è all'origine del declino delle libertà politiche. L'ha descritta come un male invisibile che ci sta facendo scivolare nella follia. Può spiegarci meglio che cosa intende quando parla di un'"epidemia di precarietà"? Da che cosa nasce?

Oggi le persone sono sempre più esasperate, e nelle società prospere le morti provocate dalla disperazione – in particolare i suicidi sul luogo di lavoro – sono in aumento. Questo fenomeno è la punta più amara e dolorosa, e dunque più visibile, di un "iceberg della precarietà" grande ma invisibile, causato dall'insicurezza dei nostri mezzi di sostentamento. Non è solo il fatto che le persone sono piene di risentimento e che la fiducia nelle istituzioni politiche sta svanendo, anche se è quello che spesso ci sentiamo dire. La sfiducia può essere sana: è il pungolo per chiedere l'assunzione di responsabilità. La rabbia può essere feconda: può far scoccare la scintilla di lotte per la giustizia e sfociare in un cambiamento significativo.

Ma la malattia che affligge oggi le nostre società, quella che nei miei scritti ho definito "precarietà generalizzata", è qualcosa di diverso. Si tratta di un particolare tipo di insicurezza, di una grave forma di impotenza, dal momento che le persone si sentono in balia di forze che sfuggono al loro controllo.

In quanto individui, sperimentiamo la precarietà come incapacità di far fronte agli adempimenti di base della nostra vita. Il sentimento di questa nostra incapacità genera il timore di "cadere", di perdere quello che abbiamo: il nostro lavoro, i nostri risparmi, la nostra capacità di agire e ottenere risultati, il nostro equilibrio psicofisico. Il problema, quindi, non è tanto la povertà o la disuguaglianza, quanto la perdita subita o già messa in conto, il timore di ritrovarsi faccia a terra. È così che le persone vivono la precarietà sulla loro pelle.

Le società sperimentano la precarietà come incapacità di governarsi e di governare le avversità. Prendiamo quello che è accaduto con la pandemia di COVID-19. Come è stato possibile che società prospere, contraddistinte dall'eccellenza sotto il profilo scientifico e avanzate sul piano istituzionale come le nostre abbiano consentito che un problema di salute pubblica, causato da un virus non del tutto sconosciuto e neppure eccessivamente letale, si trasformasse in una grave crisi sanitaria seguita da una crisi economica e sociale? La risposta è che i nostri governi avevano fortemente ridotto gli investimenti pubblici, anche nel settore dell'assistenza sanitaria.

Questo è un altro tratto caratteristico della precarietà, che trae origine da politiche ben precise, da un mix neoliberista di mercati liberi ed economie aperte in cui le decisioni sono fondate sulla redditività. Al fine di garantire la competitività dei singoli Stati o dell'UE nel mercato globale, nell'ambito di una competizione per il profitto su scala planetaria, le élite di centrosinistra e di centrodestra si sono affrettate a ridurre sia la sicurezza del posto di lavoro (per consentire alle imprese la flessibilità che le ha rese competitive) che la spesa per i servizi pubblici. Questo significa che ciascuno di noi deve farsi carico di maggiori responsabilità ma dispone di meno risorse per farvi fronte. Ci viene chiesto di fare di più con meno.

Un esempio: la Commissione europea invita gli Stati membri a fare di più per la giustizia sociale, ma chiede loro anche di ridurre la spesa. Questa discrepanza tra sempre maggiori responsabilità e una continua riduzione delle risorse si traduce in un senso di incertezza e instilla il dubbio sulla nostra capacità di "riuscirci". E non sto parlando di quella salutare incertezza che ci spinge ad avventurarci nel mondo, a valutare le scelte che abbiamo di fronte a noi, a correre dei rischi o a metterci alla prova. No, parlo di una paura che ci paralizza, del timore di perdere i nostri mezzi di sostentamento e della previsione di un futuro più buio.

A Suo parere, a cosa è dovuta l'attuale ascesa di leader autoritari e partiti di destra? Come valuta lo stato delle libertà democratiche e il rispetto dei valori fondamentali dell'UE nell'Europa di oggi?

Il sostegno e l'adesione sempre maggiori a leader e partiti autoritari di destra sono dovuti alla precarietà generata politicamente.  Le persone si sentono insicure e anelano alla sicurezza e alla stabilità; si sentono impotenti, e dunque ripongono le loro speranze in leader forti che, con il pugno di ferro, apportino una stabilità immediata. Ad esempio, aumentino la spesa militare e diano maggiori poteri alla polizia – che è proprio quello che l'UE si accinge a fare.

Il terreno per tutto questo è già stato spianato in precedenza dai partiti centristi, i quali con motivazioni di stampo neoliberista hanno reso le nostre società più precarie. A mio avviso, la responsabilità dell'attuale, deplorevole stato di cose è da imputare soprattutto al centrosinistra. Benché l'appello sbandierato dalla socialdemocrazia sia quello della lotta per la giustizia, esso è stato incentrato sulla lotta contro una determinata forma di ingiustizia: la disuguaglianza. Ma ciò a cui le persone aspirano è la stabilità economica: la capacità di gestire la propria vita e di pianificare il proprio futuro.

Riflettiamoci un momento: potremmo avere società perfettamente egualitarie ma fortemente precarie, e questo è ben lungi da quella che definirei una "società prospera e fiorente". Non solo: le persone non sono necessariamente disposte a eliminare alla radice la disuguaglianza se questo significa essere trattati come perdenti che vengono remunerati (e umiliati) con una piccola quota di ridistribuzione della ricchezza: non vogliono proprio essere dei perdenti, punto e basta.

Nel Suo intervento Lei ha parlato anche di "Olimpiadi tra vittime". Ci può spiegare di che cosa si tratta e perché dovremmo abbandonare questo concetto?

Più o meno negli ultimi cinquant'anni la lotta alla discriminazione ha assunto la forma di una politica identitaria. Gruppi che storicamente erano stati oggetto di discriminazione sono stati trattati come "minoranze protette", offrendo loro uno status più elevato mediante misure di azione positiva (affirmative action) quali promozioni mirate e sistemi di quote. Quando ciò avviene in un contesto di precarietà generalizzata, nel quale i posti di lavoro di qualità e altre risorse scarseggiano, tali gruppi protetti iniziano a competere per queste risorse limitate. In un clima come questo, la condizione di vittima diventa una specie di asso nella manica: quanto maggiore è la percezione di essere una vittima, tanto più forte è la rivendicazione di protezione.

Da un lato, questo è fonte di astio e risentimento tra i gruppi concorrenti, minando la solidarietà. Dall'altro, nessuno ne esce davvero vincitore perché rimane comunque una vittima. Dopotutto, essere vittime e subire discriminazioni è proprio ciò che motiva le richieste di protezione di questi gruppi. Gli unici vincitori di questo sgradevole concorso per l'accesso alle risorse e la protezione speciale sono le élite che elargiscono generosamente il loro patrocinio. Alla fine il risultato è che gruppi privi di potere si combattono come nemici, mentre i loro protettori, cioè le élite politiche, da questi loro conflitti ricavano ancora più potere. 

Alla luce di tutte queste considerazioni, ci spiega perché la società civile è così importante per la salvaguardia della democrazia e delle libertà civili che molti di noi danno per scontate? Perché è la società civile, e non le elezioni democratiche, l'antidoto agli abusi di potere?

Quando votiamo, siamo soli. Avvertiamo acutamente il sentimento della nostra impotenza e le frustrazioni causateci dall'insicurezza, e con il nostro voto diamo voce a questa nostra angoscia. È qui l'origine dell'ascesa dei partiti reazionari in elezioni libere e regolari. La società civile è animata da una logica diversa e dispone di una speciale fonte di potere: il senso di appartenenza a una comunità. Quando siamo insieme ad altri, uniti dal legame di una causa comune, non siamo soli, ci sentiamo meno precari, meno impotenti, perché possiamo fare affidamento sul sostegno dei nostri sodali. Quando avremo ridotto la precarietà, paure e timori scompariranno a poco a poco e potremo guardare al futuro, potremo pensare in grande.

Albena Azmanova è docente di Scienze politiche e sociali presso l'Università di Londra City Saint George's e co-direttrice della rivista "Emancipations". Il suo ultimo libro, "Capitalism on Edge" (2020), ha vinto numerosi premi, e in particolare il Michael Harrington Book Prize, un riconoscimento assegnato dall'American Political Science Association a "un'opera di eccezionale qualità che dimostra come le borse di studio possano essere utilizzate per lottare per un mondo migliore". 

La strada verso il prossimo quadro finanziario pluriennale

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di Tetyana Ogarkova

All'inizio di marzo di quest'anno ho lasciato Kiev con il cuore gonfio di dolore. Ero diretta in Francia per due giorni, per partecipare a un convegno sull'Ucraina. Non ho quindi potuto essere presente a un'importante cerimonia che si è svolta nella nostra capitale. Una nostra amica, la poetessa Svitlana Povalyaeva, avrebbe tenuto a Maidan, la piazza al centro della città, la cerimonia per dare l'estremo saluto al suo primogenito Vassyl, caduto in guerra all'età di 28 anni. Il fratello minore Roman era stato ucciso nell'estate del 2022, nella battaglia per la liberazione della regione di Kharkiv. Aveva 24 anni. 

di Tetyana Ogarkova

All'inizio di marzo di quest'anno ho lasciato Kiev con il cuore gonfio di dolore. Ero diretta in Francia per due giorni, per partecipare a un convegno sull'Ucraina. Non ho quindi potuto essere presente a un'importante cerimonia che si è svolta nella nostra capitale. Una nostra amica, la poetessa Svitlana Povalyaeva, avrebbe tenuto a Maidan, la piazza al centro della città, la cerimonia per dare l'estremo saluto al suo primogenito Vassyl, caduto in guerra all'età di 28 anni. Il fratello minore Roman era stato ucciso nell'estate del 2022, nella battaglia per la liberazione della regione di Kharkiv. Aveva 24 anni.

Sono salita sul treno con un nodo allo stomaco, lasciando a casa i miei tre bambini. Non era la prima volta che decidevo di trascorrere un breve periodo all'estero durante la guerra. Questa volta, però, ero davvero in preda al terrore.

Sapevo bene che, se ci fosse stato un pericolo imminente per l'arrivo di missili balistici russi, il sistema di allerta del mio cellulare non me lo avrebbe segnalato. Per alcuni giorni sarei stata a 2 000 chilometri da casa, senza poter avere nessuna informazione sull'incolumità di mia figlia. Era una situazione intollerabile.

L'eventuale mancata attivazione del sistema di allarme sarebbe stata dovuta al blocco dei servizi di intelligence da parte degli Stati Uniti a favore dell'Ucraina, anche per l'individuazione precoce di missili balistici lanciati dal territorio russo. Il governo statunitense ha anche sospeso gli aiuti militari, arrivando persino a bloccare equipaggiamenti già inviati in Polonia.

Pochi giorni dopo sono rientrata in Ucraina. Durante la mia breve assenza si sono svolti negoziati tra le delegazioni ucraina, statunitense e saudita. L'Ucraina era pronta a un cessate il fuoco totale e immediato – se la Russia avesse fatto altrettanto. Donald Trump era soddisfatto. Il sostegno dell'intelligence americana è stato ripristinato, insieme agli aiuti militari concordati durante l'amministrazione Biden.

Ma la fiducia è venuta meno. Una volta che si è stati traditi, è difficile fingere che vada tutto bene.

L'Europa condivide con noi questa sensazione di aver subìto un tradimento? L'èra della protezione offerta dalla NATO, garante della sicurezza sotto la guida degli Stati Uniti, è finita. Il popolo del MAGA ci sta voltando le spalle. Hanno l'intenzione di ridurre al minimo la loro presenza militare e umanitaria in Europa e stanno facendo uscire a poco a poco la Russia, che è l'aggressore, dal suo isolamento diplomatico ed economico.

Se Trump vuole che si arrivi a un cessate il fuoco in Ucraina nel più breve tempo possibile, e poco importa come, è perché non ritiene importante il dramma che vive oggi l'Ucraina. Tutto quello che vuole è ridurre al minimo i costi per il bilancio del suo paese. Gli Stati Uniti non partecipano più a riunioni come quelle che si sono tenute presso la base di Ramstein, mentre per il 2025 non è previsto l'invio di nuova assistenza militare da parte del governo statunitense.

La pace al prezzo della sconfitta dell'Ucraina non turba i sonni dell'amministrazione statunitense. Gli inviati Steve Witkoff e Keith Kellogg propongono piani per smembrare l'Ucraina in due o tre zone distinte – sul modello della sorte toccata alla Germania nel secondo dopoguerra, dopo la fine del nazismo. Come se l'Ucraina fosse il paese aggressore sconfitto in guerra.

Ma la minaccia incombe anche sull'Europa. Se Trump intende ridurre le truppe statunitensi di stanza in Europa e chiede a ciascun paese membro della NATO di versare una quota del 5 % del PIL per il bilancio della difesa, è perché ritiene che la difesa dell'Europa sia un problema dell'Europa.

La Russia sta a guardare. Per la Russia, una NATO senza la leadership degli Stati Uniti non è né una forza di difesa né un deterrente. Quanto tempo sarebbe necessario per costruire un'"Europa della difesa" in grado di garantire autonomamente la propria sicurezza? Se l'interrogativo vi appare eccessivamente teorico, provate a rispondere a quest'altra domanda: quanti, tra gli europei, prenderanno le armi per difendere i paesi baltici se la Russia lancerà un attacco dopo le sue manovre di addestramento in Bielorussia nel settembre 2025?

In seguito al tradimento dell'America, l'Europa è posta di fronte a una scelta molto chiara: o difendere l'Ucraina oggi come se dovesse difendere sé stessa, o affrontare l'esercito russo domani sul proprio territorio. Combattere non sarà facile, ma nessuna battaglia è persa prima ancora che abbia inizio.

Mi hanno molto colpito i risultati di un sondaggio dell'opinione pubblica ucraina condotto a fine marzo: oltre l'80 % degli ucraini è disposto a continuare a battersi contro la Russia, anche senza il sostegno degli Stati Uniti.

Resta da vedere quanti tra gli europei saranno al nostro fianco.

In seguito al tradimento dell'America, l'Europa è posta di fronte a una scelta molto chiara: o difendere l'Ucraina oggi come se dovesse difendere sé stessa, o affrontare l'esercito russo domani sul proprio territorio. Combattere non sarà facile, ma nessuna battaglia è persa prima ancora che abbia inizio. Resta da vedere quanti tra gli europei saranno al nostro fianco, scrive la nostra ospite a sorpresa, la giornalista ucraina Tetyana Ogarkova.

In seguito al tradimento dell'America, l'Europa è posta di fronte a una scelta molto chiara: o difendere l'Ucraina oggi come se dovesse difendere sé stessa, o affrontare l'esercito russo domani sul proprio territorio. Combattere non sarà facile, ma nessuna battaglia è persa prima ancora che abbia inizio. Resta da vedere quanti tra gli europei saranno al nostro fianco, scrive la nostra ospite a sorpresa, la giornalista ucraina Tetyana Ogarkova.

Tetyana Ogarkova è una giornalista e saggista ucraina, specialista di letteratura. Vive a KievÈ responsabile del dipartimento internazionale dell'Ukraine Crisis Media Center e co-conduttrice del podcast "Explaining Ukraine". È anche docente all'Università Mohyla di Kiev e ha conseguito un dottorato in letteratura all'Università di Parigi-XII Val-de-Marne. 

Investimenti e riforme per la competitività e creazione di un'Unione dei mercati dei capitali

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Misure per un'economia europea resiliente, coesa e inclusiva

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