L'azione dell'UE nella Siria post-Assad deve trovare un equilibrio tra le esigenze umanitarie, la politica migratoria e la stabilizzazione e ricostruzione del paese. La politica interna e le considerazioni a breve termine rischiano di dare priorità ai rimpatri e di accelerarli, mentre approcci coordinati ed equilibrati potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella stabilizzazione della Siria e nella promozione dello sviluppo a lungo termine, scrive l'ospite a sorpresa di CESE Info, Alberto-Horst Neidhardt, uno dei principali esperti in materia di migrazione presso il Centro di politica europea.

 

 

L'azione dell'UE nella Siria post-Assad deve trovare un equilibrio tra le esigenze umanitarie, la politica migratoria e la stabilizzazione e ricostruzione del paese. La politica interna e le considerazioni a breve termine rischiano di dare priorità ai rimpatri e di accelerarli, mentre approcci coordinati ed equilibrati potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella stabilizzazione della Siria e nella promozione dello sviluppo a lungo termine, scrive l'ospite a sorpresa di CESE Info, Alberto-Horst Neidhardt, uno dei principali esperti in materia di migrazione presso il Centro di politica europea.

Alberto-Horst Neidhardt è analista politico senior e capo del programma europeo per la diversità e la migrazione presso il Centro di politica europea (EPC). Si occupa di legislazione e politiche in materia di asilo e migrazione, diritti dei cittadini dell'UE, disinformazione e politica della migrazione. Ha conseguito il dottorato in diritto dell'UE presso l'Istituto universitario europeo. Insegna politiche di migrazione e mobilità, governance dell'UE ed elaborazione di politiche etiche all'Università cattolica di Lilla.

 

Di Alberto-Horst Neidhardt

A un mese dalla caduta del brutale governo di Bashar al-Assad, la risposta ufficiale dell'UE si limita in grande misura all'annuncio di aiuti allo sviluppo e alla stabilizzazione economica. Non è stato chiarito se e quando le sanzioni nei confronti della Siria saranno revocate. Il sostegno europeo dipenderà dalla protezione delle minoranze e da altre garanzie, le cui prospettive restano incerte. Le complesse dinamiche politiche, umanitarie e di sicurezza della Siria fanno ritenere che qualsiasi consolidamento democratico sarà lungo e impegnativo. 

Di Alberto-Horst Neidhardt

A un mese dalla caduta del brutale governo di Bashar al-Assad, la risposta ufficiale dell'UE si limita in grande misura all'annuncio di aiuti allo sviluppo e alla stabilizzazione economica. Non è stato chiarito se e quando le sanzioni nei confronti della Siria saranno revocate. Il sostegno europeo dipenderà dalla protezione delle minoranze e da altre garanzie, le cui prospettive restano incerte. Le complesse dinamiche politiche, umanitarie e di sicurezza della Siria fanno ritenere che qualsiasi consolidamento democratico sarà lungo e impegnativo. Questa situazione metterà alla prova la capacità dell'UE di parlare con una sola voce e di agire congiuntamente per quanto riguarda il futuro del paese. Invece, vari paesi europei non hanno esitato a sottolineare una priorità immediata e comune: rimpatriare gli sfollati siriani. A dicembre, pochi giorni dopo la perdita di Damasco da parte del regime di Assad, l'Austria — dove il leader dell'FPÖ Herbert Kickl ha ricevuto un mandato per formare un nuovo governo — ha annunciato un "bonus rimpatri" e un programma di espulsione per le persone con precedenti penali. Nei Paesi Bassi, il governo di coalizione ispirato dal nazionalista di destra Geert Wilders prevede di individuare aree sicure per i rimpatri. La Germania, dal canto suo, ha annunciato che la protezione concessa ai siriani sarà "riesaminata e revocata" se il paese si stabilizzerà. Altri paesi europei hanno fatto dichiarazioni simili o stanno seguendo attentamente la situazione. Alla luce di quanto precede, anche la decisione di revocare le sanzioni può essere dettata dall'obiettivo di attuare i rimpatri piuttosto che da un cambiamento di opinione sulla nuova leadership siriana.

Con l'aumento del sostegno ai partiti di estrema destra e anti-immigrazione in tutta Europa — e con l'imminenza delle elezioni federali tedesche — la visione degli Stati membri per la Siria rischia di essere dettata da priorità nazionali e calcoli elettorali a breve termine. Tra il 2015 e il 2024 oltre un milione di siriani hanno ottenuto protezione dagli Stati membri dell'UE, per la maggior parte in Germania. La loro presenza si è convertita in una questione politica e sociale controversa. In un contesto di incidenti ampiamente pubblicizzati riguardanti la sicurezza, di inflazione elevata e di aumento dei costi energetici, il sentimento pubblico in molti paesi che ospitano rifugiati è divenuto meno propenso all'accoglienza. Questo cambiamento ha sdoganato la retorica e le politiche ostili. Nonostante gli inviti lanciati dalla Commissione europea e dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati affinché si adotti un approccio prudente nei confronti dei rimpatri, questa dinamica potrebbe spingere i governi europei ad accelerarli, anche unilateralmente.

Dalla caduta del regime di Assad nel dicembre scorso, oltre 125 000 rifugiati sono già tornati in Siria, per lo più da paesi vicini. Tuttavia, le loro prospettive sono tutt'altro che incoraggianti. Anche prima dei recenti avvenimenti, oltre la metà della popolazione siriana si trovava in condizioni di insicurezza alimentare, con tre milioni di persone in condizioni di grave carenza alimentare. Poiché numerose abitazioni sono state distrutte dal conflitto, le strutture di accoglienza sono già piene. Secondo l'UNHCR servono quasi 300 milioni di EUR per l'alloggio, il cibo e l'acqua per quelli che ritornano. Mentre l'UE e gli Stati membri dovrebbero sviluppare approcci coordinati per facilitare a lungo termine un rimpatrio sicuro e volontario dei siriani, la priorità immediata dovrebbe essere quella di rispondere alle esigenze umanitarie del paese in tale contesto. Costringere i rifugiati a ritornare rapidamente in un paese instabile e dilaniato dalla guerra potrebbe nei fatti risultare controproducente, limitando ulteriormente l'accesso a cibo, energia e alloggi. Rimpatri su vasta scala potrebbero anche perturbare il tessuto etnico e socioeconomico di regioni già fragili. Un approccio equilibrato e sostenibile è ancor più giustificato alla luce del potenziale contributo della diaspora siriana agli sforzi di ricostruzione. Il paese avrà bisogno di ingegneri, medici, amministratori, insegnanti e operai con vari livelli di competenza. I siriani hanno acquisito competenze ed esperienze preziose in Europa in tutti i settori pertinenti, comprese l'istruzione, l'edilizia e l'assistenza sanitaria, ma non sarà facile reperire i profili giusti. Inoltre un rimpatrio permanente non costituirebbe una condizione preliminare per contribuire alla ricostruzione: le rimesse provenienti dall'Europa potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella riduzione della povertà e nello sviluppo sostenibile. Impegnandosi nella diaspora, i siriani che vivono in Europa potrebbero anche contribuire a rafforzare i legami diplomatici e culturali tra l'UE e la Siria post-Assad.

Può però verificarsi che gli Stati membri abbiano difficoltà ad adottare un approccio equilibrato e non riescano a perseguire un'agenda coordinata. Alcuni di essi potrebbero dare priorità alla stabilità a lungo termine e alla ricostruzione della Siria, consentendo che i rimpatri avvengano spontaneamente. Altri potrebbero accelerare l'offerta di incentivi finanziari al rimpatrio volontario o addirittura rivedere sistematicamente lo status dei siriani non appena la situazione umanitaria sia migliorata, anche leggermente. Tuttavia, l'attuazione di un riesame sistematico dello status di rifugiato andrà incontro a notevoli ostacoli giuridici e comporterà ingenti costi finanziari e amministrativi. Tra l'altro, qualsiasi incentivo al rimpatrio dovrà tenere conto del fatto che la maggior parte dei siriani sfollati in Europa è ormai insediata, e oltre 300 000 persone hanno acquisito la cittadinanza dell'UE. Per di più, le pessime prospettive economiche e occupazionali della Siria possono dissuadere dal ritornare anche chi è più motivato a farlo. In questo contesto molto dipenderà dal fatto che i siriani siano autorizzati o meno a partecipare ai cosiddetti "movimenti pendolari", ossia a rientrare in Siria per periodi limitati mentre i paesi europei ospitanti continuano a offrire loro opportunità sostenibili per un rimpatrio più permanente. Tali questioni saranno inevitabilmente interconnesse con discussioni più ampie sulla politica migratoria dell'UE. I futuri negoziati sulla revisione della direttiva UE che disciplina i rimpatri, per la quale si attende a breve una proposta della Commissione europea, potrebbero ricevere un impulso decisivo in funzione dell'evoluzione delle discussioni sui rimpatri dei siriani. Ma la revisione della direttiva potrebbe anche far emergere ulteriori divisioni tra gli Stati membri dell'UE. Poiché le politiche migratorie necessitano di un profondo ripensamento per affrontare efficacemente le sfide odierne, l'approccio dell'UE nei confronti degli sfollati siriani costituirà probabilmente un primo punto di svolta critico nel nuovo ciclo.

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Il 1º gennaio la Polonia è subentrata all'Ungheria alla guida dell'Unione europea assumendo la presidenza del Consiglio dell'UE per il primo semestre di quest'anno. La presidenza polacca giunge in un periodo di trasformazione per l'Europa, in coincidenza con l'inizio del nuovo mandato della Commissione europea. 

Il 1º gennaio la Polonia è subentrata all'Ungheria alla guida dell'Unione europea assumendo la presidenza del Consiglio dell'UE per il primo semestre di quest'anno. La presidenza polacca giunge in un periodo di trasformazione per l'Europa, in coincidenza con l'inizio del nuovo mandato della Commissione europea. 

Con il protrarsi incessante dell'aggressione russa nei confronti dell'Ucraina, e in una fase in cui le tensioni geopolitiche sono al livello più alto della storia europea recente, la nuova presidenza dell'UE focalizza le sue priorità sul tema della sicurezza, intesa come concetto generale che include la sicurezza esterna, interna, economica, energetica, alimentare e sanitaria, nonché la garanzia dello Stato di diritto.

Queste priorità corrispondono all'impegno del Comitato economico e sociale europeo (CESE) a promuovere la coesione, salvaguardare i valori democratici e garantire una stabile prosperità. "Il Comitato è fiero di essere per la presidenza polacca un partner affidabile e partecipe, impegnato a svolgere un ruolo attivo nella definizione delle priorità politiche che informeranno questo nuovo ciclo europeo", ha dichiarato il Presidente del CESE Oliver Röpke.

Su richiesta della presidenza polacca, il CESE elaborerà 14 pareri esplorativi. Per saperne di più su questi pareri e sulle altre attività del CESE durante il primo semestre del 2025, vi invitiamo a consultare il nostro nuovo opuscolo, in cui presentiamo anche i membri polacchi del CESE e le organizzazioni che essi rappresentano. L'opuscolo è disponibile soltanto online e in lingua francese, inglese, polacca e tedesca. (ll)

23 gennaio 2025

Proiezione del film Flow - Un mondo da salvare, finalista del Premio Lux del pubblico per il cinema europeo 2025

3 febbraio 2025

Giustizia sociale nell'era digitale

18 febbraio 2025

Verso il vertice mondiale sulla disabilità: per uno sviluppo e un'azione umanitaria inclusivi in materia di disabilità

26 e 27 febbraio 2025

Sessione plenaria del CESE

23 gennaio 2025

Proiezione del film Flow - Un mondo da salvare, finalista del Premio Lux del pubblico per il cinema europeo 2025

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Giustizia sociale nell'era digitale

18 febbraio 2025

Verso il vertice mondiale sulla disabilità: per uno sviluppo e un'azione umanitaria inclusivi in materia di disabilità

26 e 27 febbraio 2025

Sessione plenaria del CESE

a cura del gruppo Lavoratori

L'industria europea si trova ad affrontare un gran numero di sfide, tra cui i prezzi dell'energia estremamente elevati, le difficoltà ad attirare manodopera qualificata e l'accesso ai finanziamenti. Nel 2023 l'UE ha presentato il piano industriale del Green Deal, incentrato sul conseguimento della neutralità in termini di emissioni di carbonio. Illustrando i suoi orientamenti politici nell'autunno scorso, la Presidente Ursula Von der Leyen ha fatto riferimento a un "patto per l'industria pulita" per industrie competitive e posti di lavoro di qualità, nel solco della relazione Draghi. 

a cura del gruppo Lavoratori

L'industria europea si trova ad affrontare un gran numero di sfide, tra cui i prezzi dell'energia estremamente elevati, le difficoltà ad attirare manodopera qualificata e l'accesso ai finanziamenti. Nel 2023 l'UE ha presentato il piano industriale del Green Deal, incentrato sul conseguimento della neutralità in termini di emissioni di carbonio. Illustrando i suoi orientamenti politici nell'autunno scorso, la Presidente Ursula Von der Leyen ha fatto riferimento a un "patto per l'industria pulita" per industrie competitive e posti di lavoro di qualità, nel solco della relazione Draghi.

L'industria è una componente essenziale sia della duplice transizione verde e digitale che del nostro sistema economico. Ma che cosa significa questo nuovo patto per i lavoratori? Disporre di una forza lavoro forte, sindacalizzata, ben retribuita e con buone condizioni di lavoro è una questione che riguarda non solo i sindacati ma anche la società in generale, la democrazia e la stabilità sociale, come pure la produttività delle imprese.

Senza orientamenti adeguati e finanziamenti pubblici sufficienti il patto potrebbe finire per basarsi su quelle parti della relazione Draghi e dell'agenda per la competitività che sono maggiormente a favore della deregolamentazione. Questo potrebbe compromettere il modello sociale europeo promuovendo un modello di concorrenza dannosa che alimenterebbe una corsa al ribasso nei salari e nelle condizioni di lavoro.

Per affrontare la questione, il gruppo Lavoratori del CESE e la Confederazione europea dei sindacati (CES) organizzano un convegno congiunto sul tema della politica industriale europea per posti di lavoro di qualità, che si terrà il 14 febbraio presso la sede del CESE a Bruxelles. Invitiamo tutte le parti interessate a segnarsi l'evento nell'agenda e a partecipare al dibattito. 

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Nel dicembre scorso il CESE ha ospitato una proiezione di Under the Grey Sky, film di denuncia sul terribile prezzo personale pagato dai giornalisti bielorussi per aver esercitato il loro diritto-dovere di cronaca

 

Nel dicembre scorso il CESE ha ospitato una proiezione di Under the Grey Sky, film di denuncia sul terribile prezzo personale pagato dai giornalisti bielorussi per aver esercitato il loro diritto-dovere di cronaca

Under the Grey Sky, il primo lungometraggio della regista polacco-bielorussa Mara Tamkovich, racconta il dramma di Lena, giornalista che finisce in carcere dopo aver trasmesso in diretta la repressione, ordinata dal regime bielorusso, di una manifestazione pacifica svoltasi in una piazza di Minsk. L'anno è il 2020, e la Bielorussia è attraversata da un'ondata di proteste senza precedenti per i brogli e le intimidazioni che hanno portato Aleksandr Lukashenko ad essere rieletto presidente per la sesta volta.

Lena e la sua teleoperatrice Olya sono arrestate per aver continuato a filmare le proteste malgrado fossero state intercettate da un drone della polizia. In un crescendo kafkiano di vicissitudini giudiziarie, Lena è accusata inizialmente di "organizzare sommosse e perturbare i trasporti pubblici" per poi veder mutare il suo capo d'imputazione in quello di alto tradimento. Così, a seguito di un processo a porte chiuse, quello che avrebbe dovuto essere un arresto amministrativo di sette giorni diventa una pena detentiva di otto anni, mentre la teleoperatrice Olya viene condannata a due anni di reclusione. Il marito della giornalista, Ilya, a sua volta minacciato dalla polizia del regime, tenta disperatamente di ottenere il rilascio di Lena, giungendo persino a tentare di persuaderla a dichiararsi colpevole in cambio della libertà – un'opzione che Lena ritiene inaccettabile.

Il film si ispira alla storia vera della giornalista televisiva bielorussa Katsiaryna Andreyeva, della sua collega Darya Chultsova e del marito della prima Ihar Iljash. Mentre Darya ha già scontato una reclusione di due anni, Katsiaryna e Ihar sono ancora in carcere, essendo stati condannati a una pena detentiva aggiuntiva di otto anni e tre mesi. Sono tutt'altro che i soli a trovarsi in tale situazione: l'Associazione della stampa bielorussa ha dichiarato che, alla fine del 2024, in Bielorussia erano ancora dietro le sbarre 45 giornalisti. Molti giornalisti bielorussi devono subire pressioni anche dopo essere fuggiti all'estero.

Nel giugno 2024 il film Under the Grey Sky è stato presentato in anteprima mondiale a New York al Tribeca Film Festival.

E il 13 dicembre scorso, nel quadro di un seminario sul ruolo dei media indipendenti bielorussi nel promuovere una società resiliente e democratica, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha ospitato una proiezione del film alla presenza della regista polacco-bielorussa.

CESE Info ha parlato del film con la regista Mara Tamkovich.

In che misura il Suo film è aderente alla realtà dei fatti e in particolare del caso di Katsiaryna Andreyeva? Sono stati usati filmati autentici delle proteste del 2020 e della vicenda reale della giornalista bielorussa?

Sì, riprese autentiche sono state utilizzate più volte nel corso del film. Le riprese della manifestazione di protesta effettuate dai protagonisti all'inizio del film sono quelle che nella realtà sono state filmate da Andreyeva e Chultsova: le immagini reali sono state incorporate in una sequenza interpretata dagli attori. Anche il filmato relativo alla detenzione di Raman Bandarenka che i personaggi del film guardano sul loro computer portatile è autentico (NdA: l'attivista Raman Bandarenka è stato picchiato a morte da teppisti mascherati per aver cercato di impedire loro di tagliare i nastri rossi e bianchi che simboleggiano la bandiera bielorussa prima dell'occupazione sovietica). E, a mo' di epilogo, alla fine del film ho inserito un montaggio delle riprese trasmesse in diretta da Katsiaryna per documentare le proteste.

La trama di base del film è anch'essa strettamente legata alla realtà, per quanto riguarda l'arresto, la persecuzione giudiziaria e la detenzione dei giornalisti. Il mio obiettivo, tuttavia, non era fornire una cronaca esatta degli eventi, bensì rappresentare la verità emotiva – la realtà dolorosa – delle scelte che le vittime di questa situazione hanno dovuto compiere e hanno dovuto affrontare. Ho scelto di dare ai personaggi dei nomi di fantasia per mettere una certa distanza tra loro e le persone reali che li hanno ispirati, ma anche per invitare il pubblico a considerare questa storia come una delle tante, come una metafora di ciò che è accaduto all'intera nazione. 

In Bielorussia il grande pubblico è a conoscenza di quanto è accaduto a Katsyarina Andreyeva e ad altri giornalisti come lei? E quante persone Le risulta abbiano subito o stiano subendo lo stesso destino o un destino analogo?

In Bielorussia gli arresti politici e la repressione sono avvenuti e avvengono su scala così ampia che è difficile non essere a conoscenza della situazione. Una qualche forma di repressione è stata esercitata su almeno 130 000 persone, e circa 500 000 bielorussi hanno lasciato il paese dopo il 2020. Una realtà semplicemente troppo grande per poter essere nascosta.

Negli ultimi tempi in Bielorussia il computo ufficiale dei detenuti per ragioni politiche (condannati o in attesa di giudizio) si attesta stabilmente a circa 1 300 persone, ma occorre considerare che centinaia, se non migliaia, hanno già scontato la loro pena, che alcuni sono stati rilasciati anticipatamente e che molti dei nuovi condannati hanno paura di rivendicare il proprio status di prigionieri politici. La macchina della repressione è in costante attività, con nuovi prigionieri che prendono il posto di quelli rilasciati. 

Qual è stata la motivazione principale che La ha spinta a realizzare Under the Grey Sky? E cosa spera di ottenere con questo film?

Come bielorussa, quando il regime del mio paese ha brutalmente represso la protesta del 2020, ho sentito che dovevo fare qualcosa. Come ex giornalista, ho potuto rapportarmi strettamente con i miei personaggi e con il loro punto di vista. Come regista, ho ravvisato in questa vicenda una storia forte e profondamente toccante che avevo semplicemente il dovere di raccontare. 

Quale messaggio o emozione importante spera rimanga con gli spettatori dopo la visione del Suo film?

Spero davvero che questo film induca gli spettatori a soffermarsi un po' a riflettere su cosa sia davvero la libertà e sul prezzo che per essa si può essere costretti a pagare, e li spinga anche a chiedersi se esse apprezzino veramente ciò che hanno. Spero che pensino a Kacia [NdT: diminuitivo di Katsiaryna] e a Ihar e a tutti gli altri che, come loro, si trovano in prigione, dato che la libertà è qualcosa che molte persone qui in Europa danno per scontato. 

Cosa dovrebbe fare l'Unione europea – le sue istituzioni, la società civile, le associazioni di giornalisti, le organizzazioni che si battono per i diritti umani, i governi nazionali – per contribuire a porre fine a questa situazione?

L'esortazione che rivolgo all'Unione europea è a non dimenticare la Bielorussia, a non considerare il mio paese come una causa ormai persa. Il sostegno dell'UE è ciò che consente alla nostra cultura, ai nostri media e alla nostra società civile di resistere, di sopravvivere sotto questa enorme pressione; ed è un sostegno che, per quanto possa apparire come un investimento a lungo termine, vale la pena di essere dato.

 

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE), nella sua veste di partner istituzionale della società civile, è orgogliosa di accogliere anche quest'anno la seconda edizione della Settimana della società civile. 

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE), nella sua veste di partner istituzionale della società civile, è orgogliosa di accogliere anche quest'anno la seconda edizione della Settimana della società civile. 

Dedicata al tema Rafforzare la coesione e la partecipazione nelle società polarizzate, la manifestazione si svolgerà nell'arco di quattro giorni con una serie di sessioni sotto la guida del gruppo di collegamento del CESE con le reti europee della società civile. Tra gli eventi di spicco della Settimana figurano inoltre la Giornata dell'iniziativa dei cittadini europei (ICE), la cerimonia di consegna del Premio per la società civile e diversi contributi di consigli economici e sociali nazionali, rappresentanti dei giovani, giornalisti e organizzazioni della società civile dei paesi candidati all'adesione.

Sarà possibile iscriversi a partire da febbraio 2025. Ulteriori informazioni saranno presto disponibili sulla pagina web e sui canali social della Settimana della società civile (#CivSocWeek).  Continuate a seguirci per rimanere aggiornati!

Stefano Mallia, presidente del gruppo Datori di lavoro

"Sfruttare appieno la competitività per una prosperità condivisa": è questo l'obiettivo essenziale delle priorità recentemente adottate dal nostro gruppo.

Stefano Mallia, presidente del gruppo Datori di lavoro

"Sfruttare appieno la competitività per una prosperità condivisa": è questo l'obiettivo essenziale delle priorità recentemente adottate dal nostro gruppo.

Alla luce delle attuali sfide globali, occorre che la competitività e la creazione di un contesto favorevole alle imprese siano posti al centro dell'agenda politica e sostenuti con azioni strategiche concrete.

In un'UE favorevole alle imprese, la competitività si basa sull'eccellenza e su una sana concorrenza – anziché sulle sovvenzioni o sul protezionismo – e le imprese hanno un accesso competitivo a tutte le risorse produttive necessarie. Un'UE propizia all'attività d'impresa dispone inoltre di una regolamentazione che favorisce le imprese e la produttività, di oneri amministrativi ridotti al minimo e di un mercato unico pienamente funzionante. È poi cruciale che vi sia un solido rapporto di reciproca fiducia tra le imprese e i responsabili politici al fine di attrarre investimenti, così come è essenziale che gli interessi delle imprese dell'UE siano tutelati nei confronti della concorrenza internazionale.


Per questo motivo chiediamo che sia data priorità assoluta all'attuazione di dieci serie di azioni strategiche volte a creare un clima favorevole alle imprese:

  1. Una riforma radicale dell'approccio normativo
  2. Sistemi di innovazione produttiva incentrati sugli investimenti e sull'innovazione
  3. Un'elevata capacità tecnologica nei settori della difesa, della sicurezza e della transizione verde e sostegno delle start-up tecnologiche
  4. Una base industriale solida
  5. Mercati finanziari integrati grazie allo sviluppo dell'Unione dei mercati dei capitali e dell'Unione bancaria
  6. Un adeguato accesso al lavoro
  7. Sistemi energetici e di trasporto efficaci
  8. Parità di condizioni commerciali
  9. Una transizione verde orientata alle imprese
  10. Finanze pubbliche efficienti

Tali azioni devono essere intraprese con urgenza se vogliamo sfruttare il ruolo positivo che svolgono le imprese competitive nel costruire un'economia solida e nel garantire che l'UE sia influente a livello mondiale.

Le relazioni Letta e Draghi sono state un campanello d'allarme: se l'UE non ripristina la propria competitività, rischia di dover scendere a difficili compromessi in materia di benessere, norme ambientali e libertà fondamentali.

Non possiamo permettercelo.

Intelligenza artificiale a favore dei lavoratori

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