Cristian Pîrvulescu: il periodo di confinamento? Più lavoro, più stress, meno riposo

Come sono stati i due mesi di confinamento a Bucarest? Strani! La Romania ha adottato le prime misure il 15 marzo e dal 18 marzo il confinamento a casa è diventato obbligatorio. Prima del 15 marzo, questa era solo una raccomandazione troppo poco seguita, il che ha portato a elevati rischi epidemiologici. Questo confinamento obbligatorio è durato fino al 15 maggio, quando lo stato di emergenza è stato sostituito dallo stato di allerta. Ma non è stata una vacanza! Tutt'altro! Ho lavorato molto di più, con oltre 12, a volte fino a 16 ore di lavoro online al giorno: corsi e attività sulla piattaforma della facoltà, partecipazione a trasmissioni televisive, interviste, riunioni e webinar.

La distinzione tra vita pubblica e vita privata si è assottigliata molto e il confine tra i due mondi è semplicemente svanito. Inoltre, una volta finito questo periodo di due mesi, le cose non sono diventate più facili. La vita non è tornata alla normalità e il lavoro online si è aggiunto ad altri obblighi che richiedono la presenza fisica. Quindi il programma delle mie giornate è rimasto ugualmente complicato.

Anche se non ero tra quelli che sono rimasti permanentemente isolati a casa - a Bucarest ho mantenuto un minimo di libertà di movimento - la mia capacità di spostarmi si è notevolmente ridotta. Questa è stata la cosa che più mi ha pesato di tutto questo periodo. Forse è per questo che, simbolicamente, la prima cosa che ho fatto non appena è finito lo stato di emergenza, il 15 maggio, è stata quella di prendere l'appuntamento per rinnovare il passaporto. Tuttavia, durante le successive fasi di deconfinamento, la libertà di movimento è stata ripristinata solo in parte.

I viaggi all'estero - ad esempio a Bruxelles per le riunioni del CESE - rimangono difficili e rasentano l'avventura. I voli sono cancellati da un giorno all'altro e si fa fatica a fare previsioni. La vita è cambiata, né in bene né in male, ma è diventata diversa. E dovremo adattarci. Almeno per un po'. E, ancora una volta, i primi a rimetterci saranno i più fragili.