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La società civile europea chiede un impegno politico per realizzare finalmente la parità di trattamento tra uomini e donne

Il CESE avverte che, benché in generale si siano fatti passi avanti in materia di parità di genere, il ritmo di tali progressi è troppo lento: di questo passo in Europa ci vorrà più di un secolo perché si affermi pienamente tale parità

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha esortato l'Unione europea e i suoi Stati membri a porre l'uguaglianza di genere in cima alla loro agenda politica, considerato che i recenti attacchi ai diritti delle donne in Europa potrebbero compromettere gravemente i progressi verso la parità di genere.

In questo decennio stiamo assistendo a un regresso evidente ed orchestrato in materia di uguaglianza di genere e diritti umani. In molti ambiti, tra cui le retribuzioni, le pensioni e le opportunità di impiego, l'uguaglianza in Europa segna il passo o addirittura regredisce, ha dichiarato Indrė Vareikytė, relatrice del parere del CESE sulla parità di genere, adottato a larghissima maggioranza nella sessione plenaria di maggio.

Gli stereotipi di genere permeano tutti gli aspetti della vita. Se tali atteggiamenti non cambiano, le donne delle generazioni future avranno meno diritti di noi donne di oggi, ha ammonito la relatrice.

Nel parere d'iniziativa elaborato da Vareikytė, il CESE chiede all'UE di intensificare gli sforzi e di fare dell'uguaglianza un obiettivo a sé stante nei suoi futuri quadri finanziari. Il CESE invoca inoltre una strategia quinquennale ambiziosa e vincolante che chiami i governi e le istituzioni europee, ma anche la società civile e il settore privato, a compiere ogni possibile sforzo per affrontare con successo tutti gli aspetti della parità di genere.

Di fronte al dato, gravissimo, secondo cui la propria casa è il luogo meno sicuro per una donna europea su tre, il CESE invita tutti gli Stati membri che non hanno ancora ratificato la convenzione di Istanbul (un trattato internazionale inteso a combattere la violenza contro le donne) a "riconsiderare la loro posizione".

Esprimendo profondo rammarico per una serie di leggi e politiche retrograde di recente adottate in ogni parte d'Europa, volte a ridurre i diritti sessuali e riproduttivi delle donne, il CESE sollecita ad agire con fermezza contro tali iniziative e propone di istituire, a livello di Unione europea, un fondo di emergenza che aiuti le ONG a impugnare queste misure dinanzi agli organi giudiziari.

Il CESE invita inoltre la Commissione ad aggiungere le molestie online e il mobbing nei confronti delle donne alla definizione di illecito incitamento all'odio. Dalle statistiche emerge che, in tutto il mondo, una ragazza su cinque ha subito molestie informatiche. Si tratta di comportamenti illeciti che, in molti casi, prendono di mira anche le donne che fanno politica: ben l'85 % di esse risulta vittima di molestie online o addirittura destinataria di minacce di morte.

Una delle priorità principali della strategia quinquennale invocata dal CESE dovrebbe essere l'applicazione di misure efficaci per affrontare il persistere delle disuguaglianze tra uomini e donne nel mercato del lavoro, dove le donne europee continuano a subire una segregazione e un divario retributivo di genere che, secondo le stime, costeranno da soli all'UE 240 miliardi di euro in meno di PIL da qui al 2030.

L'Europa dovrebbe affrontare il problema della scarsa flessibilità delle modalità di lavoro e dell'inadeguatezza delle infrastrutture di assistenza, che costringono le donne ad accettare impieghi a tempo parziale e meno retribuiti. Un altro problema è costituito dagli stereotipi di genere nell'istruzione: in tutti gli Stati membri, infatti, il numero degli uomini che studiano discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) è assai superiore a quello delle donne. E una conseguenza pratica di tutto ciò è che, nel settore delle TIC, solo due posti di lavoro su dieci sono occupati da donne.

Tale mancanza di emancipazione economica, aggravata dal fatto che prevalgano ancora norme, stereotipi e atteggiamenti discriminatori, continua a ostacolare la pari rappresentanza delle donne negli organi decisionali politici ed economici.

Il CESE reputa che le istituzioni dell'UE dovrebbero dare l'esempio e garantire per prime tale pari rappresentanza all'interno dei propri ranghi. Pertanto, esorta il Consiglio a rivedere gli orientamenti per la nomina dei membri del CESE e raccomanda agli Stati membri di scegliere i candidati da proporre per tale carica rispettando la parità di genere.

Da quando, nell'aprile 2018, è stato nominato il nuovo Ufficio di presidenza del CESE, molte alte cariche sono state ricoperte da donne. Tuttavia, ad oggi le donne rappresentano ancora solo il 30 % dei membri del CESE, che si impegna a compiere ogni sforzo per garantire la parità di genere in tutte le sue attività.

Nel parere, inoltre, il CESE sottolinea il ruolo essenziale, ma spesso trascurato, svolto dai media nel promuovere la parità di genere, e afferma che è di cruciale importanza iniziare a riconoscere le conseguenze degli stereotipi di genere prodotti dai contenuti mediatici, nonché del marketing rivolto ai bambini che veicola e perpetua tali stereotipi.

Tutti questi sforzi dovrebbero essere rivolti a conseguire l'obiettivo di sviluppo sostenibile dell'ONU sulla parità di genere entro il 2030. Il CESE ritiene che questi sforzi siano la migliore risposta collettiva da dare per combattere i movimenti populisti discriminatori e misogini sorti in tutta Europa, ma anche un mezzo per realizzare una società più giusta, equa e paritaria.

Secondo i sondaggi, circa il 90 % degli europei ritiene che la parità di genere sia della massima importanza non solo per una società democratica, ma anche per l'economia e per la propria vita personale.

È un imperativo economico e sociale che le donne e gli uomini siano trattati allo stesso modo.         La nostra costante incapacità di garantire l'uguaglianza incide sulle opportunità concrete delle donne e sulle scelte che esse possono compiere quando si scontrano con le difficoltà reali della vita di ogni giorno. Ad esempio, l'obiettivo di eliminare il divario retributivo è stato fissato 60 anni fa nel Trattato di Roma, eppure oggi stiamo ancora parlando di come risolvere tale problema, ha ricordato la relatrice Vareikytė.

Se non facciamo niente, le disuguaglianze di genere continueranno a rallentare la crescita economica, l'innovazione e il progresso sociale. Vorrei davvero che non si debba aspettare un altro secolo per vedere le donne finalmente uguali agli uomini in Europa, ha concluso Vareikytė.

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