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Dichiarazione del Presidente Jahier in plenaria: "Non possiamo più perdere tempo sulla questione migratoria"

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Quasi quattro anni fa, il 2 settembre 2015, il mondo si è svegliato con la macabra foto del corpicino inerme del piccolo Aylan Kurdi sulle rive della città turca di Bodrum, di fronte all'isola di Kos.

Aylan, insieme a sua madre, Rehana e al fratellino di cinque anni Galip, annegò per il rovesciamento di un gommone di 5 metri, sovraccarico.

La morte del piccolo Aylan provocò una protesta internazionale. Aylan Kurdi è diventato un simbolo della crisi siriana.

A quattro anni dalla tragedia, i bambini continuano a morire nel Mediterraneo. E non solo.

Straziante la foto che mostra i cadaveri di Óscar Alberto Martínez Ramírez, un immigrato salvadoregno, e Valeria, sua figlia di 23 mesi che ancora si aggrappa a suo padre sulla riva del Rio Grande - dopo aver cercato disperatamente di raggiungere gli Stati Uniti.

In comune i due bimbi hanno la maglietta rossa e gli stessi sogni e voglia di vivere di tutti i bimbi.

Due settimane fa è stato bombardato un centro di detenzione di migranti alla periferia orientale di Tripoli, in Libia dove sono morte 44 persone. La settimana scorsa la guardia costiera tunisina ha recuperato 72 corpi dell'ennesimo naufragio di un barcone al largo delle sue coste.

Mi vengono in mente le parole di Enrico Letta, ex presidente del Consiglio italiano, e cito:

se tra cent'anni un biologo marino facesse delle ricerche nel Mediterraneo e trovasse gli scheletri di oltre 15000 persone, si chiederebbe quale guerra ci fosse stata tra il 2014 e il 2019. Nei libri di storia non troverebbe alcuna guerra, bensì assenza di coraggio e assenza di politica

Secondo gli ultimi dati dell'Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, nel Mediterraneo oggi affogano in media due bambini al giorno.

E invece di dar loro rifugio, chiudiamo i porti e alziamo i muri.

E lasciamo liberi gli aguzzini e i cinici che tentano in ogni modo di criminalizzare coloro che mettono in salvo vite umane.

Salvare vite non è un passatempo come dicono coloro che puntano il dito contro le ONG.

Salvare le vite di coloro che fuggono disperati dalle guerre, è una obbligazione umana, morale e sancita da regole e trattati internazionali.

Chi utilizza l'immigrazione e la disperazione di essere umani come uno strumento di lotta politica, come arma di distrazione di massa, deve essere condannato senza appello, per mancanza di umanità.

Dopo anni di dibattiti e promesse inconcludenti (ricordate la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, con quasi 400 morti e l'orrore delle autorità di tutta Europa che dissero "mai più") è ora di gestire l'immigrazione nel Mediterraneo, di pretendere canali legali di entrata, corridori umanitari e una ordinata e condivisa gestione da parte di tutti gli Stati membri dell'UE.

Perché l'accoglienza porti a una vera e propria integrazione, perché le persone disperate, che scappano dalle guerre, dalla fame, dalla violenza non siano abbandonate, rinchiuse, minacciate, violentate, perseguitate, ricacciate indietro.

Essere nati dalla parte giusta del mondo non è un merito, ma solo un caso. Ricordiamolo.

Saluto dunque con grande ammirazione le chiare parole del discorso programmatico della Presidente eletta Ursula von der Leyen, ieri al Parlamento europeo e cito. … il Mediterraneo è diventato la frontiera più mortifera del mondo. In mare c'è un dovere di salvare le vite e nei nostri Trattati e convenzioni c'è un dovere morale e legale di rispettare la dignità di ogni essere umano

E ricordando che la sua famiglia ha accolto 4 anni fa un giovane profugo siriano, oggi "diventato una ispirazione per noi tutti", ha preso precisi impegni, tra l'altro per un nuovo Patto sulla Migrazione e l'Asilo che includa un rilancio della riforma di Dublino.

Sono convinto che la prima donna Presidente della CE, un dottore, una madre di 7 figli, Ministro tedesco per oltre 15 anni, saprà fare la differenza su questo punto come sui molti altri che ha annunciato.

E per questo ci siamo congratulati con Lei e siamo pronti alla massima cooperazione.

Non possiamo più perdere tempo.

Vogliamo un'Europa responsabile, solidale e rispettosa dei diritti umani.

Vogliamo un'Europa che sappia accogliere in modo ordinato le diversità e farne motivo di crescita. Perché sulle banconote che maneggiamo ogni giorno non ci sono disegnati muri ma ponti, non porti chiusi ma porte e finestre aperte.

Questa l'Europa che vogliamo.

Questa l'Europa per la quale vogliamo combattere.

Questa l'Europa che vogliamo lasciare ai nostri figli.

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