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AfricarEUnaissance: La grande strategia europea per l’Africa può iniziare in Etiopia

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Di ritorno da una impegnativa missione in Etiopia, con una delegazione del CESE di alto livello, le immagini e i contenuti si accavallano in un turbinio di emozioni e di convinzioni, che potrei riassumere così: in un mondo dove gli autocrati sembrano guadagnare terreno, ecco un paese che va nella direzione opposta e potrebbe rivendicare il titolo di buona notizia dell’anno e il possibile leone del Rinascimento africano.

Popolata da cento milioni di persone e situata nel Corno d’Africa, l’Etiopia ha una popolazione che per il 70% ha meno di 30 anni, destinata a raddoppiare entro il 2050. Tra gli ultimi 20 paesi nella scala dell’indice di sviluppo umano dell’ONU, con il 5% della popolazione mondiale in stato di povertà assoluta, il secondo paese al mondo per numero di rifugiati accolti (920.000), oltre 3,2 milioni di profughi interni (il più alto del mondo) lungo le linee degli scontri tra i diversi gruppi etnici, oltre 300.000 rimpatri forzati nell’ultimo anno di etiopi emigrati illegalmente per lo più in Arabia saudita, via Yemen.

Eppure è un paese con una crescita economica impressionante, oltre il 10% annuo, un processo di democratizzazione senza eguali nel continente in un periodo così breve. Il nuovo primo ministro, AbiyAhmed, 42 anni, eletto lo scorso aprile 2018, ha cominciato liberando centinaia di prigionieri politici e giornalisti detenuti, e per la prima volta negli ultimi 15 anni non ce n’è più nemmeno uno in prigione. Una rondine non fa primavera, certo, ma si tratta comunque di un buon indicatore dello stato delle liberà in un paese a cui hanno fatto seguito una riforma importante per la libertà dei media, delle leggi sulla società civile, della istituzione di una nuova Commissione elettorale nazionale, affidata ad una ex leader di un partito di opposizione, più volte incarcerata in passato e oggi incaricata di preparare il sistema per la elezioni del 2020.

All’inizio del 2018 l’Etiopia sembrava dover sprofondare in una guerra civile generalizzata. Alla fine ha prevalso Abiy Ahmed, che ha scelto di puntare sui giovani e sulle donne etiopi, instaurando  la parità nel governo e dando alle donne moltissimi portafogli chiave, come il ministero della Pace (che controlla rifugiati, profughi interni, polizia e servizi di sicurezza), la Presidenza della Repubblica, della Commissione elettorale, del Ministero del Commercio, l’azienda che promuove i parchi industriali e così via.  E infine ha firmato la pace con l’Eritrea, dopo trent’anni di guerra e di ostilità devastanti. Ed oggi cerca di assicurare parte della missione militare africana in Somalia e cerca di favorire una soluzione pacifica per il Sud Sudan.

Facendo saltare diversi chiavistelli in una società che è rimasta a lungo chiusa nello schema feudale del regime imperiale di Hailé Selassie, poi modificatosi in un regime marxista militare tra i più chiusi ed ortodossi, questo governo si è  inevitabilmente fatto molti nemici, soprattutto all’interno della vecchia guardia del potere e di molte strutture regionali e provinciali.

Abiy Ahmed sembra comunque riuscire a mantenere la rotta, promettendo di smantellare lo statalismo dell’economia etiope per far sviluppare l’imprenditoria e attirare investimenti dall’estero, la volontà di aderire all’OMC entro il prossimo anno, come anche di costruire un vero mercato regionale e favorire la nuove prospettiva di un vero mercato interno africano. Contemporaneamente  sta per varare una significativa riforma sociale e del lavoro, che prevede tra l’altro l’istituzione del salario minimo.  mentre è stato tra i primi ad implementare il Global Compaq sull’immigrazione, con la nuova legge sui rifugiati, che consente loro di inserirsi nella vita sociale ed economica e nel mercato del lavoro, come ogni cittadino etiope.

L’obiettivo finale è la creazione di posti di lavoro in un paese che ha una domanda di almeno 10 milioni di posti di lavoro annui, salari nei pur nuovi parchi industriali che oscillano tra i 30 e i 50 dollari al mese, tra i più bassi del mondo ma comunque di tre volte superiori ai salari pagati nel sistema delle imprese locali.

Il primo ministro, ex militare che ha studiato informatica e filosofia, ha un padre musulmano e una madre cristiana. Ha energia da vendere, molta attenzione intorno a lui, in primis dell’Unione europea che sta facendo un enorme investimento politico e anche economico su questo paese, per motivi geostrategici e di stabilizzazione regionale. Ma anche attenzione economica dei nuovi investitori cinesi, sudcoreani, indiani, pakistani e taiwanesi, che vedono el paese un hub a basso prezzo per produrre beni per i paesi ricchi. E infine anche un discreto credito da parte di investitori privati, che pure chiedono più fatti nel settore delle regole valutarie e nel settore bancario, ancora molto chiuso, di ONG internazionali e nazionali, come anche di tutte le principali agenzie multilaterali, che siano ONU, Banca Mondiale, Unione Africana, UNHCR, OIM, ILO, ecc.

Nonostante i suoi limiti e il rischio di regressione, l’Etiopia è oggi un paese che definisce i profughi ‘ospiti benvenuti’, che cerca alleati e amici, soprattutto in Europa, che non rinuncia al suo legittimo orgoglio di grande nazione e che vuole un futuro di pace e progresso per il suo popolo e per l’Africa.

E’ una grande scommessa, complessa ma possibile, che merita essere seguita, incoraggiata e sostenuta. Anche per tutte le forze vive dell’economia, dell’impresa, del lavoro, dell’agricoltura, delle ONG umanitarie e della società civile e anche della cultura.

Si può fare. L’Etiopia, con la sua energia vitale, può diventare il vero perno della già proposta strategia dell’Europa di una nuova Alleanza per il progresso specifico. EurAfrica o AfricarEUnaissance sono oggi possibili. Non lasciamo cadere questa grande opportunità, per tutti.

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